Rosolini, sgominata la banda che estorceva denaro ai commercianti

Rosolini. Sembra essersi chiuso il cerchio su un giro d’estorsione nella zona sud di Siracusa. Questo, almeno, è quanto emerso dalle indagini dei Carabinieri della Compagnia di Noto, che, alcuni giorni fa, hanno dato esecuzione a quattro provvedimenti cautelari emessi dal Giudice per le indagini preliminari del Tribunale aretuseo. Per due persone è stata disposta la misura cautelare della custodia in carcere, una terza si è vista applicare la misura meno afflittiva degli arresti domiciliari, mentre la quarta è stata sottoposta all’obbligo della presentazione giornaliera presso la Stazione dei Carabinieri di Rosolini. In carcere sono stati rinchiusi Bruno Monti, 39 anni, già sottoposto alla misura della sorveglianza speciale, e Massimo Di Mare, 39 anni, 

mentre è stato posto agli arresti domiciliari Benedetto Polizzo, 33 anni. Il quarto indagato, B.G., 39 anni, dovrà invece presentarsi tutti i giorni alla Stazione dei Carabinieri.

A carico dei 4 indagati, tutti noti alle forze dell’ordine per i numerosi precedenti di polizia, i militari dell’Arma hanno acquisito concreti elementi investigativi tali da identificarli quali autori, a vario titolo, di 5 estorsioni e 4 tentate estorsioni consumate da marzo a giugno scorso nel comune di Rosolini ai danni di piccoli imprenditori del posto. Un esito importante per un’indagine altrettanto elevata che trae origine da una puntuale e tempestiva attività investigativa condotta dal Comando Stazione Carabinieri di Rosolini in stretta sinergia con il sostituto procuratore Margherita Brianese, sotto la direzione del procuratore capo Francesco Paolo Giordano. Un lavoro nato con l’obiettivo di reprimere il nascente fenomeno delle estorsioni in pregiudizio di commercianti e privati cittadini, perpetrate da alcuni soggetti pluripregiudicati del posto. La frenetica attività criminale degli indagati e la loro spregiudicatezza nel portare a compimento i reati, hanno messo in luce la pericolosità sociale degli stessi, i quali hanno ingenerato nella popolazione un grave allarme sociale che, in molti casi, spingeva le vittime a non formalizzare denuncia contro gli estortori per timore di immediate ritorsioni degli stessi.

I Carabinieri sono riusciti ad accertare come i malfattori agissero attraverso due modalità. Da un lato usavano chiedere pagamento del pizzo in cambio dell’assicurazione che nessuno altro malavitoso li avrebbe disturbati o molestati con richieste di denaro; dall’altro ricorrevano al “ cavallino di ritorno” attraverso cui alla vittima di turno veniva sottratto un bene e e gli veniva chiesto un corrispettivo, ovviamente in denaro, per poterne rientrare in possesso.

Naturalmente, come scoperto dagli investigatori, queste tecniche atte ad ottenere quanto desiderato, erano precedute da un’opera di convincimento verso le vittime. Una condotta che, pare, non fosse per niente pacifica anzi violenta ed aggressiva che, di conseguenza, avrebbe generato nella cittadinanza una diffusa percezione dell’insicurezza. I militari dell’Arma hanno agito nel loro lavoro attraverso, non solo, le denunce da parte delle varie vittime ma pure con un’indagine tradizionale composta da elementi probatori atti ad incriminare i 4. Le investigazioni hanno portato i Carabinieri ad avere certezze quindi a comprendere che i soggetti in questione avessero creato un vero e proprio clan criminale dedito ai reati contro il patrimonio ed in particolare ai furti ed alle estorsioni. Ecco che, anche con il supporto di apparecchiature tecniche, i militari dell’Arma hanno compreso che il leader del presunto gruppo era Bruno Monti. L’apice, la punta dell’iceberg o della piramide in cui sotto vi stavano i cosiddetti “sudditi”. Il ruolo di Monti era preminente anche in considerazione della sua temuta figura in paese (poiché arrestato più volte) pure, da come emerso, in relazione alla sua fama di violenza e prevaricazione per nulla rispettoso, fra l’altro, dell’ordine costituito. Una presenza che è emersa, così dicono gli investigatori, imponente e di peso criminale.

Si parla di estorsione consumata con il metodo noto come “cavallino di ritorno” ai danni di un imprenditore edile, R.G. Tale taglieggiamento sembra sia stato commesso da Monti e da Massimo Di Mare, in qualità di mandanti, con la partecipazione di Benedetto Polizzo come intermediario.

L’imprenditore vittima del reato, nel mese di marzo 2015, denunciava il furto d’un puledro, d’un calessino, di ornamenti per lo stesso equino e un condizionatore. Tutto questo sarebbe stato asportato da ignoti malviventi dall’interno di una casa rurale. La sera successiva al giorno della denuncia, quindi il 23, R.G. veniva avvicinata dall’indagato Benedetto Polizzo il quale era stato incaricato da Monti e da Di Mare a fare da intermediario per chiedere al danneggiato la somma di 300 euro per la restituzione della citata refurtiva; il denaro doveva esser versato dall’imprenditore edile R.G. A Polizzo. Ma in quella giornata R.G. non andava all’appuntamento concordato con Polizzo, decidendo altresì di riferire tutto ai Carabinieri.

Da qui scattavano delle perquisizioni su Monti e Di Mare atte a trovare il puledro. Il lavoro delle forze dell’ordine, purtroppo, non dava esito positivo anzi il cavallino veniva trovato morto nella serata del 24. Questo brutto esito si suppone sia arrivato a causa delle perquisizioni subite dagli indagati e la negativa a pagare da parte della vittima. Una sorta di ritorsione che sfociava nel ferimento dell’animale in maniera grave fino a farlo morire. Il cavallo veniva fatto ritrovare nel luogo da cui era stato prelevato ma nel frattempo un ulteriore furto veniva effettuato ai danni di R.G. Stavolta ad esser preso di mira era il suo camion da cui venivano rubati diversi attrezzi. Era questo il momento in cui la vittima, stavolta, percepiva per bene quel messaggio criminale e si costringeva a pagare quella somma di denaro domandata dai malfattori. Trecento euro andavano nelle mani di Polizzo con il quale R.G. avrebbe concordato, per poter riavere il resto del maltolto, l’esborso di ulteriori 200 euro da consegnare a rate nella misura di 50 euro ogni settimana, secondo le modalità dettate dagli indagati.

A unirsi a questo episodio vi sarebbe anche il pestaggio di un commerciante. Era il 27 marzo 2015 quando G.G. Sarebbe stato malmenato dagli indagati motivati da futili motivi. In quella circostanza sembra che Monti abbia proferito parole minacciose verso G.G. denotanti un chiaro, secondo gli inquirenti, intento ritorsivo basato su un presupposto infondato ossia quello di una supposta “delazione” a carico degli indagati da parte di G.G., il quale, in realtà, non li aveva mai denunciati.

Era il 28 marzo quando il pensionato P.V. avrebbe subito un furto. Ad esser preso di mira era il suo camion che avrebbe potuto riavere versando la somma di 1000 euro che, per il tramite di un intermediario, sarebbero stati consegnati successivamente a Monti e Di Mare. Il reato non si concretizzava in quanto la vittima, sebbene più volte invitata a pagare, non rispettò la volontà dei suoi estortori rinunciando a rientrare in possesso del mezzo.

Erano i primi giorni di aprile, precisamente il 3, quando gli inquirenti riuscivano a persuadere un commerciante a denunciare dei reati. Il signor F.A. Avrebbe ricevuto diverse, velate minacce da parte degli odierni indagati di vedersi incendiare la propria attività. In tal senso F.A. si vedeva costretto a pagare 1000 euro che consegnava in due rate da 500 a Massimo Di Mare e Bruno Monti.

La carrellata di reati contestati ai 4 indagati toccava pure un’impresa funebre, due bar, un parrucchiere, un pensionato, nonché un altro imprenditore.

Per quanto riguarda il primo caso, la vittima titolare di un’impresa di pompe funebri denunciava atti intimidatori e minacce su sollecito degli inquirenti, poiché non intenzionata a pagare le somme chieste dagli aguzzini Monti e Di Mare. Questi avrebbero preteso 500 euro per ciascun servizio funerario, con la promessa che avrebbe ottenuto il monopolio in Rosolini della specifica attività.

Nel mirino pure due bar. Nel primo caso, era il 6 maggio quando i militari dell’Arma accoglievano la denuncia da parte di C.A. Anche in questo caso l’oggetto era il tentativo d’estorsione di 300 euro al mese i cambio di protezione. Un’illecita richiesta che sarebbe pervenuta da Massimo Di Mare e alla quale la vittima decideva di non far fronte. La negativa comportava, secondo le indagini, una condotta fastidiosa da parte di Di Mare nei confronti degli avventori del bar.

Per quanto riguarda il secondo bar, qui gli stessi indagati avrebbero domandato il pagamento di 300 al mese sempre in cambio di protezione. Ma pure in questo caso scattava la denuncia.

In ballo anche la posizione di vittima di G.G., un anziano dal carattere mite e timoroso che ha avuto una certa ritrosia a denunciare i fatti ma che l’opera dei Carabinieri ha permesso di evolvere in maniera positiva. Il signore, un pensionato, avrebbe avuto continue minacce sempre da Di Mare che avrebbe prospettato alla vittima la possibilità di coinvolgerlo in un procedimento penale per reati ambientali con dichiarazione accusatorie, ovviamente ingiuste ed infondate. Con tale scusa gli indagati riuscivano ad estorcere, in più riprese, la somma contante di oltre 1000 euro.

L’elenco delle vittime continua con un parrucchiere e con un noto imprenditore locale. Al primo, Monti e Di Mare avrebbero chiesto 300 euro al mese divisi in 10 euro al giorno.

Il reato è rimasto allo stadio del tentativo in quanto la vittima, sebbene più volte minacciato, denunciava tutto.

Per quanto riguarda l’imprenditore, anche in quest’occasione i de malfattori avrebbero domandato a Z.C. di elargir loro 300 euro al mese. Tale somma veniva sborsata da maggio a giugno 2015 fino a che i militari dell’Arma convincevano la persona danneggiata a desistere dal foraggiare gli estorsori e di presentare invece regolare denuncia per le richieste di pizzo che si era visto avanzare.

F.G.

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