Confermato l’ergastolo a Battaglia, ridotta a 28 anni la pena a Linguanti

Catania. I giudici della Corte d’Assise d’Appello di Catania hanno rigettato l’appello proposto dalla Procura Generale contro la sentenza della Corte d’Assise di Siracusa ( presidente, Maria Concetta Rita Spanto; a latere, Stefania Scarlata ) che aveva inflitto la pena dell’ergastolo all’ex pugile Salvatore Battaglia, quale autore dell’omicidiio di Salvatore Giacona e condannato a 30 anni di reclusione Antonino Linguanti, quale autore dell’omicidio di Salvatore Bologna. La Corte d’Assise di Siracusa tra l’altro, non condividendo la tesi dell’accusa sostenuta all’epoca della celebrazione del processo di primo grado dall’allora Pubblico Ministero Luigi Lombardo, oggi giudice presso la Corte di Cassazione, aveva assolto il Linguanti dall’omicidio

di Salvatore Giacona. L’appello del Pm Lombardo era stato condiviso in pieno dalla sostituto procuratore generale Maria Concetta Ledda, che aveva chiesto alla Corte d’Assise di Appello di confermare l’ergastolo al Battaglia e di infliggere la pena del carcere a vita anche al Linguanti in quanto presunto mandante dell’omicidio Giacona. Ebbene, i giudici della Corte d’Assise di Appello hanno sostanzialmente confermato la sentenza del processo di primo grado. Hanno, infatti, confermato la pena dell’ergastolo a Salvatore Battaglia, difeso dall’avvocato Domenico Mignosa, in quanto autore dell’omicidio di Salvatore Giacona, 28 anni, verificatosi in contrada Sant’Elia, a Cassibile, verificatosi la notte tra il 31 marzo e l’1 aprile del 2009; hanno ribadito l’assoluzione di Antonino Linguanti in ordine all’omicidio del Giacona, e, infine, hanno ridotto la pena da 30 a 28 anni di reclusione al Linguanti, assistito dall’avvocato Giambattista Rizza, quale autore dell’omicidio per strangolamento di Salvatore Bologna, avvenuto nel lontano 5 febbraio del 2002. I due imputati si sono sempre dichiarati innocenti, ma a parere dei giudici sia di primo che di secondo grado la chiamata in correità fatta nei loro confronti dal collaboratore di giustizia Sebastiano Troia è risultata più credibile della loro protesta innocenza. Sebastiano Troia ha confessato di avere preso parte agli omicidi di Salvatore Bologna e Salvatore Giacona, ed è stato condannato alla mite pena di quattordici anni di reclusione. Troia, che si è pentito il 9 aprile 2009, otto giorni dopo l’omicidio di Salvatore Giacona, presentatosi spontaneamente nella caserma dei Carabinieri di Cassibile, raccontava ai militari di avere aiutato Antonio Linguanti a strangolare Salvatore Bologna, all’interno di una villetta di proprietà del titolare di un bar molto amico del Linguanti. “Nino mi disse di andarlo a cercare Bologna e di portarlo in quella villa. Mentre con la mia 127 lo cercavo, transitando dalle parti dove sorge l’ippodromo ho visto il Bologna alla guida di uno scooter. Ho accelerato e quando mi sono accorto che non c’erano automobilisti e passanti ho tamponato lo scooter, facendo in tal modo cadere a terra Bologna. Il colpo è stato violento. Ho finto di aiutarlo a rialzarsi e il Bologna era abbastanza dolorante e confuso. Sorreggendolo l’ho fatto entrare nella mia auto e quindi mi sono diretto nella villa dove ad attendere c’era Linguanti. Lui ha contestato qualcosa al Bologna, dicendogli che aveva sbagliato a chiedere dei soldi ai suoi amici. Poi mi ha fatto un segno e a quel punto io ho bloccato il Bologna che stava per rialzarsi dal divano per uscire dalla villetta. E mentre io tenevo il Bologna, Nino Linguanti gli ha afferrato la gola con tutt’e due le mani per soffocarlo. Salvatore Bologna che era ancora mezzo stordito per la botta ricevuta a seguito del tamponamento, ha tentato di reagire e per pochi minuti è riuscito pure a eludere il tentativo di strangolamento operato dal Linguanti. Il quale, resosi conto che non sarebbe mai riuscito a causare la morte del Bologna con le sole mani, si è avvicinato al ventlatore, ha strappato la cordicella della corrente elettrica, e gliel’ha serrata attorno al collo del rivale. E ha iniziato a tirare le due estremità con tutte le forze per diversi minuti, smettendo soltanto nel momento in cui Bologna ha dato l’impressione di avere esalato l’ultimo respiro. Sia per me che per Linguanti Salvatore Bologna non respirava più, era morto. Abbiamo sollevato il corpo da terra e l’abbiamo adagiato nel bagagliaio della mia auto. Mi sono diretto sotto il cavalcavia della costruenda autostrada Cassibile-Avola e là abbiamo scaricato il cadavere del Bologna. Prima di allontanarci dal posto, abbiamo legato una corda le mani e i piedi di Salvatore Bologna, per simulare l’incaprettamento. Poi abbiamo preso una busta di plastica e gliel’abbiamo infilata alla testa del Bologna, preoccupandoci anche di stringere la parte terminale del sacchetto con un po’ di spago. Poi siamo andati via”. La restante parte della storia l’ha raccontata il medico legale Franco Coco. Il quale, facendo l’ispezione cadaverica, si è accorto che la busta di plastica era impregnata di vapore acqueo. Per il medico legale, il povero Salvatore Bologna, esponente del clan Aparo-Nardo-Trigila e principale collaboratore del fratello Sebastiano, reggente di quell’organizzazione criminale nella frazione di Cassibile, era ancora vivo quando i suoi assassini lo hanno “incaprettato” sotto il cavalcavia. Ma avendo le mani legate non è riuscito a togliersi il sacchetto dal capo ed è morto per asfissia.

Lo stesso pentito Troia ha raccontato ai Carabinieri anche il ruolo da lui rivestito nell’omicidio di Salvatore Giacona. “Dopo alcune riunioni tenute a casa di Antonino Linguanti, quest’ultimo assai preoccupato per l’insubordinazione di Giacona, che non voleva assolutamente riconoscergli il ruolo di capo della banda criminale che si stava costituendo nella frazione, chiedeva a Salvatore Battaglia e al sottoscritto di tendergli una trappola e di ucciderlo. Ho telefonato a Giacona dicendogli se se la sentiva di partecipare ad una rapina e una volta che mi ha dato l’assenso gli ho dato appuntamento alla periferia di Cassibile, in una campagna. Poi sono andato a prendere il Battaglia e assieme, a bordo della mia macchina, ci siamo recati in quella contrada. Quando Giacona è sopraggiunto al volante della sua auto, Salvatore Battaglia non gli ha dato nemmeno il tempo di scendere dal veicolo: ha estratto la pistola e dall’alto al basso gli ha esploso contro alcuni colpi, uccidendolo. Poi il Battaglia si è messo alla guida dell’auto del Giacona e si è diretto in contrada Sant’Elia. Io lo seguivo alla guida della mi autovettura. Giunti sul posto, abbiamo riportato sul sedile conducente il cadavere del Giacona e subito dopo abbiamo cosparso un po’ di benzina alla vettura e quindi abbiamo sprigionato le fiamme che hanno immediatamente avvolto la macchina. Battaglia ha inflilato la pistola in una busta di plastica dopo averla precedentemente avvolta in un panno di stoffa e l’ha sotterrata sotto un albero. Poi, con la mia auto, ci siamo allontanati e per alcuni giorni non ci siamo sentiti. Ma da quel momento in poi non ho dormito più bene. Avevo un chiodo fisso in testa: che Linguanti, che già vent’anni prima aveva ucciso un’altra persona e per tale motivo aveva scontato 19 anni in carcere, potesse farmi ammazzare in quanto testimone oculare e suo correo sia nell’omicidio di Salvatore Bologna che nel delitto di Salvatore Giacona. E allora, la mattina del 9 aprile mi sono recato alla caserma dei Carabinieri e quando il piantone mi ha detto che il comandante era al bar a fare colazione, sono andato a cercarlo e gli ho detto senza pensarci sopra un istante che intendevo collaborare con la giustizia. Al maresciallo ha riferito che avevo da confessare gli omicidi ai danni di Salvatore Bologna e di Salvatore Giacona e che per quest’ultimo delitto gli avrei fatto pure rinvenire la pistola usata dal Battaglia per ammazzare il ventottenne Salvatore Giacona”.

A seguito della confessione resa dal pentito Troia, il Pubblico Ministero Luigi Lombardo, sostituto procuratore alla Procura Distrettuale Antimafia di Catania, ha dato mandato ai Carabinieri del Ris di Messina di sottoporre al Dna, previo prelievo della saliva, Salvatore Battagla, Antonino Linguanti e Giuseppe Melluzzo, ex concessionario d’auto e all’epoca consulente tecnico dell’ex presidente della Provincia regionale onorevole Nicola Bono per il costruendo circuito automobilistico. Secondo il pentito Troia alla riunione in cui fu decisa la soppressione di Salvatore Giacona aveva partecipato pure il Melluzzo. I risultati del test inchiodavano al palo delle responsabilità il Battaglia. Sulla busta di plastica, analoga a quella che mettono a disposizione dei clienti i supermercati, sono state rilevate le impronte digitali dell’ex pugile e anche il Dna lo ha tradito poichè appartenevano a lui le tracce di sudore rilevate sul panno di stoffa usato per avvolgere la pistola da cui erano stati esplosi i proiettili per uccidere Salvatore Giacona. A seguito dei dati emersi dagli accertamenti di laboratorio dei Carabinieri del Ris di Messina, Salvatore Battaglia è stato prelevato dall’officina Melluzzo in cui lavorava e rinchiuso in carcere con l’accusa di omicidio volontario e tentativo di occultamento di cadavere, nonchè per detenzione e porto illegale di pistola. Per omicidio volontario di Salvatore Bologna e quale presunto mandante dell’omicidio di Salvatore Giacona è stato arrestato pure Antonino Linguanti, mentre è stata archiviata la posizione di Giuseppe Melluzzo. Battaglia ha negato gli addebiti e ha sostenuto la tesi di essere vittima di una diabolica trappola messa in scena dal pentito Troia. L’ex pugile, infatti, ha spiegato che il Troia, assiduo frequentatore dell’officina Melluzzo, di nascosto, gli avrebbe rubato la busta di plastica in cui lui era solito tenere il panno di stoffa con il quale asciugava il sudore della fronte. A suo dire, il Troia avrebbe consegnato agli inquirenti la busta e il panno di stoffa perchè consapevole che, in caso di approfondite analisi, sarebbero saltate fuori le macchie di sudore e le impronte digitali dell’ex pugile. Secondo Battaglia, il Troia è l’unico e solo autore dell’omicidio di Salvatore Giacona e prima di far rinvenire la busta di plastica con dentro l’arma del delitto, si sarebbe premurato di ripulirla, o avrebbe coperto la mani indossando i guanti. E’ inconfutabile che sulla pistola non siano state rilevate le impronte digitali nè del Troia nè del Battaglia, ma è pur vero che le impronte del solo Battaglia sono state rilevate sul sacchetto di plastica, così come è pur vero che il panno di stoffa era cosparso di tracce di sudore riconducibile al Dna dell’ex pugile.

“Sentenza irragionevole e profondamente sbagliata” – dice l’avvocato Domenico Mignosa, difensore dell’ex pugile Salvatore Battaglia. Il penalista annuncia ricorso per Cassazione, confidando nell’annullamento della sentenza di condanna al carcere a vita per “un innocente, un incensurato, una persona ingiustamente coinvolta in questa brutta storia dal pentito Sebastiano Troia, reo confesso di avere commesso l’omicidio di Salvatore Giacona. Il signor Troia – aggiunge l’avvocato Mignosa – non ha tral’altro spiegato la causale per la quale il mio cliente avrebbe dovuto uccidere il Giacona”.

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