Omicidio Libero Romano, il pentito Cavarra è malato: deposizione rinviata

Catania. Dalla località segreta in cui si trova agli arresti domiciliari è arrivata una comunicazione destinata al presidente della Corte d’Assise di Appello per fargli sapere che il collaboratore di giustizia Luigi Cavarra è malato e non è assolutamente in grado di raggiungere l’aula dalla quale avrebbe dovuto collegarsi in videoconferenza per deporre come testimone della pubblica accusa al processo a carico di Pasqualino Mazzarella, appellante contro la condanna all’ergastolo inflittagli dalla Corte d’Assise di Siracusa poichè riconosciuto colpevole di concorso nell’omicidio di Liberante Romano e di occultamento di cadavere.

Il presidente della Corte, nel prenderne atto, ha comunque disposto degli accertamenti per sapere quale tipo di malattia avesse costretto a disertare la videoconferenza il collaboratore di giustizia e il nome del medico che aveva rilasciato il certificato e consigliato a Cavarra di non rispondere alla citazione. Dopodichè, il presidente della Corte d’Assise di Appello ha rinviato il processo a carico di Pasqualino Mazzarella all’udienza del 13 febbraio prossimo.
Il rappresentante della pubblica accusa ha consegnato all’avvocato Antonio Lo Iacono, difensore di Pasqualino Mazzarella, il verbale contenente le dichiarazioni rese da Luigi Cavarra al Pubblico Ministero Alessandro La Rosa, sostituto procuratore alla Procura Distrettuale Antimafia di Catania, in relazione all’omicidio di Liberante Romano, avvenuto il 25 maggio 2002 a Siracusa, zona di Fontane Bianche. Dal verbale risulta che l’ex esponente del clan Bottaro-Attanasio ha riferito che, durante una detenzione comune nel carcere di Bicocca, a Catania, Franco Toscano ebbe a confidargli di essere stato testimone oculare dell’omicidio di Liberante Romano. Il pentito afferma di aver saputo da Franco Toscano che mandante del delitto non è stato Alessio Attanasio, come aveva dichiarato il pentito Salvatore Lombardo, detto Pulisinu, bensì suo suocero il boss Salvatore Bottaro, che l’aveva a morte con Liberante Romano poichè aveva rifiutato dei soldi a sua moglie per acquistare lo scaldagagni che si era rotto. Rispetto a Salvatore Lombardo. che ha sempre parlato di un solo colpo di pistola esploso da Giuseppe Calabrese per uccidere Liberante Romano, il neo pentito Luigi Cavarra sostiene che i colpi esplosi dal “genero di Luigi Micieli” sono stati tre. Inoltre il pentito riferisce che Franco Toscano gli disse che nella stanza della villa di Fontane Bianche, oltre a lui, si trovavano Salvatore Calabrò, Giuseppe Calabrese, Pasqualino Mazzarella e Vito Fiorino. Il collaboratore di giustizia, sempre riferendo il racconto fatto da Toscano, dice, altresì, che al momento dello sparo, tutte le persone presenti nel salone della villa di Fontane Bianche si trovavano sedute attorno ad un tavolo, per cui lascia intendere che anche la versione di Calabrò non sia veritiera, in quanto si dovrebbe capire Giuseppe Calabrese se effettivamente si era recato in cucina a prelevare la pistola per poi esplodere alla nuca e alla testa i tre proiettili o era già armato, senza mai allontanarsi dalla stanza, per ammazzare Liberante Romano. Per cui al difensore di Pasqualino Mazzarella non rimane altro da fare che citare Franco Toscano ed eventualmente farlo mettere a confronto con Luigi Cavarra al fine di capire se le circostanze riferite dal pentito gliele ha riferite effettivamente Toscano o se il collaborante le ha apprese da altre persone o se ne sia venuto a conoscenza leggendo gli organi di stampa.
E allora bisogna aspettare che il collaboratore di giustizia guarisca e renda in videoconferenza le sue dichiarazioni sull’omicidio di Liberante Romano. Quindi tutto è rinviato al 13 febbraio prossimo quando verrà ripreso il processo, guarigione permettendo di Luigi Cavarra.
Al processo di primo grado, Franco Toscano ha smentito Salvatore Calabrò, sostenendo di non essere lui la persona che accompagnava Liberante Romano il pomeriggio del 25 maggio 2002 e di non avere quindi assistito dall’omicidio.
Pasqualino Mazzarella è chiamato a rispondere dell’omicidio di Liberante Romano, ucciso a colpi di pistola il 25 maggio 2002 all’interno di una villetta di Fontane Bianche e il cui cadavere fu dato alle fiamme per evitare che fosse identificato.
Pasqualino Mazzarella, difeso dall’avvocato Antonio Lo Iacono, in primo grado, è stato riconosciuto colpevole dell’omicidio di Liberante Romano e di occultamento di cadavere ed è stato condannato dalla Corte d’Assise di Siracusa alla pena dell’ergastolo. La sentenza è stata impugnata dall’avvocato Lo Iacono e la Corte d’Assise d’Appello di Catania sembrava inizialmente orientata a dare la parola direttamente al rappresentante della pubblica accusa per illustrare la requisitoria e avanzare la richiesta nei confronti di Lino Mazzarella. Ma poi, atteso il pentimento di Luigi Cavarra, ex esponente del clan “Bottaro-Attanasio”, gruppo mafioso cui appartenevano anche Liberante Romano e i suoi assassini, cioè a dire Giuseppe Calabrese, esecutore materiale dell’omicidio, e Salvatore Calabrò, i giudici hanno deciso di annullare il programma predisposto precedentemente e hanno ordinato la riapertura dell’istruttoria dibattimentale per consentire al collaboratore di giustizia di rendere le proprie dichiarazioni sul delitto e sulla partecipazione dell’imputato sia all’esecuzione dell’omicidio che all’occultamento del cadavere. Al processo di primo grado, i pentiti citati dal Pubblico Ministero Andrea Ursino sono stati Salvatore Lombardo, detto Pulisinu, e Attilio Pandolfino, inteso Farfalla, entrambi fuoriusciti dal clan “Bottaro-Attanasio”, i quali, come è emerso sin dalle fasi delle indagini preliminari, hanno riferito di essere stati informati della dinamica dei fatti personalmente da Pasqualino Mazzarella, testimone oculare del delitto unitamente a Vito Fiorino e Franco Toscano. Sempre Pasqualino Mazzarella avrebbe riferito a Lombardo e Pandolfino come era avvenuto la distruzione del cadavere di Liberante Romano.
Secondo i pentiti Lombardo e Pandolfino nel pomeriggio di sabato 25 maggio 2002, Liberante Romano, dopo aver pranzato con la moglie e il figlio, sarebbe uscito di casa per recarsi, alla guida della Ford Focus intestata alla moglie, ad un appuntamento. Da Via Brenta, dove abitava, l’esponente del clan “Bottaro-Attanasio” saliva per Corso Gelone e all’altezza del bar Agip si fermava per imbarcare Franco Toscano, dopo avergli rivolto l’invito di fargli compagnia in quanto aveva appuntamento con Calabrese e Calabrò nella villetta di Attilio Pandolfino, a Fontane Bianche. L’incontro con i suoi assassini, Liberante Romano non lo aveva nella villetta del Pandolfino, bensì in quella di un simpatizzante del gruppo assolutamente ignaro che nella sua abitazione doveva essere commesso un omicidio. Lui aveva dato le chiavi a Mazzarella perchè quest’ultimo gli aveva detto di avere un appuntamento galante con una signora. Sempre tramite i pentiti Lombardo e Pandolfino, si è saputo che la Ford Focus venne parcheggiata a poco distanza dalla villetta in cui già si trovavano Giuseppe Calabrese, Salvatore Calabrò, Pasqualino Mazzarella e Vito Fiorentino. Liberante Romano e Franco Toscano vengono fatti accomodare nel salotto nella villa, dove Calabrò consegna una mazzetta di banconote di vario taglio a Romano. Nulla di strano per Liberante Romano poichè era stato lui stesso a sollecitare Calabrò e Calabrese a dargli un po’ di soldi in quanto era sua intenzione darsi uccel di bosco. Liberante Romano vuol fuggire per non pagare dazio con la giustizia. Il 3 giugno 2002, era fissato innanzi alla Corte di Cassazione il processo scaturito dall’operazione antimafia denominato “Tauro” e Liberante Romano era tra i ricorrenti in quanto in primo e secondo grado era stato riconosciuto colpevole di associazione a delinquere di stampo mafioso e condannato alla pena di sette anni di reclusione. Lui non poteva sapere che per un legittimo impedimento il processo sarebbe stato rinviato al successivo 27 giugno. Liberante Romano aveva fretta di ricevere i soldi per potersi allontanare da Siracusa prima del 3 giugno 2002. Appena si era seduto sulla sedia, Liberante Romano riceveva la mazzetta di soldi e iniziava la conta delle banconote. Giuseppe Calabrese, chiedendo scusa ai presenti, si allontanava dal salone per recarsi al bagno e invece entrava nel vano cucina dove prelevava dalla lavastoviglie una pistola calibro 7,65. Prima, però, indossava alle mani i guanti. Poi, arma in pugno, ritornava nel salone e si andava a piazzare alle spalle di Liberante Romano che, ancora impegnato nel contare le banconote, non si era nemmeno accorto del momentaneo allontanamento di Giuseppe Calabrese. Quest’ultimo, sollevava il braccio e impugnando la pistola con entrambe le mani pigiava il grilletto, esplodendo due pallottole che si conficcavano alla nuca e alla testa di Libero Romano. La morte era istantanea. Sempre a dire dei collaboratori di giustizia, dagli squarci provocati dai due proiettili fuoriusciva copioso il sangue che schizzava sui mobili e sulle pareti della stanza e sporcava gli abiti, in particolar modo i pantaloni bianchi, a Pasqualino Mazzarella. Il quale, irritato, dava un violento calcio alla testa del morto ammazzato e pronunciava delle frasi ingiuriose nei suoi confronti. Franco Toscano, temendo per la propria vita, tentava di fuggire dalla stanza, ma veniva rassicurato che nessun male gli sarebbe stato fatto in quanto doveva morire soltanto Liberante Romano, reo di avere tradito le regole comportamentali alla cui osservanza sono tenuti tutti gli affiliati al clan “Bottaro-Attanasio”. Dopo l’uccisione di Libero Romano, abbandonavano la villetta Calabrese, Calabrò e Toscano, mentre rimangono Lino Mazzarella e Vito Fiorino incaricati di pulire il salotto dalle macchie di sangue e di rimuovere il cadavere. Che, poi, verrà avvolto in un tappeto e gettato all’interno del portabagagli della Ford Focus. Mazzarella, alla guida della propria “Toyota Yaris” e Fiorino, al volante della Ford Focus, si allontanano da Fontane Bianche e si dirigono nella zona antistante la casa in cui fu firmato l’armistizio tra italiani e Alleati. La Focus Ford viene parcheggiata in mezzo alla folta vegetazione, le portiere vengono chiuse e la chiave viene gettata in mare. Con la Yaris Toyota Mazzarella e Fiorino fanno rientro a Siracusa e si recano a Piazza Adda dove riferiscono a Calabrò e Calabrese di avere abbandonato il cadavere di Liberante nella zona di contrada Gallina, dentro il cofano della Ford Focus. I due si beccano un bel cicchetto poichè, anzichè gettare le chiavi in mare, avrebbero dovuto bruciare la macchina in modo che non fosse riconosciuto il cadavere. Per cui vengono invitati a ritornare in contrada Gallina e di dare alle fiamme la Ford Focus, anche per cancellare le loro impronte digitali che avevano lasciato sulla carrozzeria della macchina. Mazzarella e Fiorino ritornano nella contrada Gallina nel tardo pomeriggio del 26 maggio 2002: mandano in frantumi il vetro di una portiera, gettano la benzina nell’abitacolo della macchina e accendono il fuoco. E mentre loro ripartono alla volta di Siracusa, le fiamme avvolgono la Ford Focus e riducono in un tizzone carbonizzato il cadavere di Liberante Romano. La mattina del 27 maggio, quando già erano state avviate le ricerche di Libero Romano la cui scomparsa era stata denunciata domenica mattina dalla vedova presso gli uffici della Questura, una pattuglia della Stazione Carabinieri di Cassibile si recava in contrada Gallina dopo avere ricevuto la telefonata di un pastore che, portando al pascolo il gregge,si era imbattuto nella Ford Focus ancora fumante. I carabinieri forzano le portiere della macchina e quando aprono il cofano rinvengono il tizzone carbonizzato rannicchiato, riconducibile ad un essere umano. I magistrati danno incarico ai Carabinieri di accertare a chi appartenesse il cadavere, anche se in città si spargeva immediatamente la voce che fosse quello di Libero Romano. Il 27 giugno 2002, la Cassazione chiamava il processo scaturito dall’operazione “Tauro” e confermava la sentenza della Corte d’Assise di Appello, tra cui la condanna a sette anni di reclusione a Liberante Romano. Che fosse il suo corpo quello ridotto in un tizzone carbonizzato la famiglia di Liberante Romano ha dovuto attendere l’esito degli esami del Dna, effettuati dai Carabinieri del Ris di Messina dopo aver fatto la comparazione tra il gruppo sanguigno del figlioletto, all’epoca quattordicenne, e un campione di sangue prelevato dal cadavere di Libero Romano.
Per l’omicidio di Libero Romano sono stati condannati alla pena dell’ergastolo Giuseppe Calabrese e Salvatore Calabrò, sentenza oramai passata in giudicato. Successivamente è stato condannato al carcere a vita Pasqualino Mazzarella, ma la sentenza non è ancora definitiva ed è tuttora pendente innanzi alla Corte d’Assise di Appello di Catania. Il boss Alessio Attanasio, come presunto mandante, è stato giudicato dal Gup di Catania con rito abbreviato ed è stato assolto con formula piena. Vito Fiorino, il cui fermo era stato ordinato dal Pubblico Ministero Andrea Ursino, venne scarcerato dal Gip del Tribunale di Siracusa, Marzia Di Marco, che ritenne di non convalidare il fermo poichè a suo dire erano carenti gli indizi di reità costituiti dalle chiamate dei due pentiti. A far dubitare il Gip della veridicità del racconto di Attilio Pandolfino era stata la sua dichiarazione di avere saputo delle modalità di uccisione di Liberante Romano e della distruzione del suo cadavere sia da Lino Mazzarella che dalla lettura del Diario, che aveva riportato quasi integralmente le dichiarazioni accusatorie del pentito Salvatore Lombardo, detto Puddisinu. Il Gip Di Marco scrisse una vera e propria sentenza sulla vicenda di Liberante Romano e degli indizi di reità a carico di Vito Fiorino. La motivazione del Gip Marzia Di Marco, a supporto della decisione di non convalidare il fermo giudiziario e di ordinare l’immediata liberazione di Vito Fiorino, induceva il Pubblico Ministero Andrea Ursino a non impugnare il provvedimento per cui è passato in giudicato e a quel punto Vito Fiorino è uscito definitamente dalla storia omicidiaria in danno di Liberante Romano.

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