Omicidio Pippo Romano, rinviata al 16 aprile la requisitoria

Catania. Per troppi impegni del Giudice dell’udienza preliminare Di Giacomo Barbagallo, è stata rinviata al 16 aprile prossimo la requisitoria contro Alessio Attanasio, chiamato a rispondere dell’omicidio di Giuseppe Romano, avvenuto la mattina del 17 marzo 2001 in Via Elorina.

Alessio Attanasio, 48 anni, si è collegato in videoconferenza dalla saletta della Casa di reclusione di Spoleto. Al suo fianco sedeva l’avvocato Maria Teresa Pintus del Foro di Sassari mentre nell’aula del Tribunale di Catania è presente l’avvocato Licinio La Terra Albanelli del Foro di Catania. E presente il Pubblico Ministero della Dda di Catania, Alessandro La Rosa, già pronto per illustrare la requisitoria. Ma la doccia fredda arriva quando entra in aula il Gup Di Giacomo Barbagallo che comunica il rinvio dell’udienza al giorno 16 aprile in quanto deve deliberare la propria decisione su alcune convalide di arresto di cui deve occuparsi come Giudice delle indagini preliminari di turno. D’altronde, Alessio Attanasio per l’omicidio di Giuseppe Romano viene giudicato a piede libero e non ci sono adempimenti urgenti da effettuare.

Prima che l’udienza odierna del 12 marzo venisse rinviata Alessio Attanasio ha chiesto di rendere una dichiarazione e, ottenuto il beneplacito, ha riferito che la Direzione della Casa di Reclusione di Spoleto non ha ancora dato esecuzione ad una sentenza della Suprema Corte che autorizza il detenuto siracusano a fare uso di un computer, il cui costo peraltro è a carico dello stesso Attanasio e non dell’amministrazione penitenziaria. Alessio Attanasio, dopo aver spiegato che il Magistrato di sorveglianza aveva nominato commissario ad acta il direttore del carcere di Rebibbia affinchè fosse data esecuzione alla sentenza che autorizzava il detenuto siracusano a usufruire del pc, ma, essendo poi stato trasferito al carcere di Spoleto, all’ordinanza del magistrato di sorveglianza nessuno aveva dato esecuzione. Sicchè da Roma la “patata bollente” era passata dal direttore di Rebibbia al suo collega di Spoleto che, nonostante i ripetuti solleciti fatti da Alessio Attanasio,non ha sinora provveduto a dare ottemperanza al provvedimento di acquistare un pc, a spese del detenuto siracusano, e di consentirgli di farne uso per motivi di studio e di raccolta di materiale giudiziario nei processi in cui è coinvolto nella veste di imputato.

Il Gup Di Giacomo Barbagallo ha promesso che invierà una lettera alla Direzione della Casa di reclusione di Spoleto per sollecitarla a dare ottemperanza alla sentenza che autorizza Alessio Attanasio ad acquistare un pc.

Lo stesso Gup ha tenuto in riserva la risposta alla richiesta dei difensori di Attanasio di acquisire la certificazione della Motorizzazione di Siracusa in cui è allegata la cartella sanitaria da cui emerge l’altezza di Pippo Romano. Il Gup ha comunicato che all’udienza del 16 aprile risponderà anche su questa richiesta.

Nessuna reazione da parte del Pubblico Ministero La Rosa alla chiamata in reità fatta da Attanasio nei confronti di Liberante Romano e Salvatore Lombardo, detto Puddisino”, indicati come autori dell’agguato mortale ai danni di Giuseppe Romano. Il magistrato della Dda di Catania risponderà ad Attanasio nel corso della requisitoria. Va rilevato che la chiamata in reità di Attanasio è stata fatta ai danni di Liberante Romano, già ucciso nel lontano 2002 primo dai suoi stessi compagni di clan, per la precisione Giuseppe Calabrese e Salvatore Calabrò, già condannati in via definitiva all’ergastolo; e nei confronti di Salvatore Lonbardo, che è un collaboratore di giustizia. Alessio Attanasio ha spiegato che a confidargli nomi di Liberante Romano e di Salvatore Lombardo fu Angelo Iacono, che non potrà confermare o smentire in quanto morto suicida alcuni anni fa nella sua abitazione del Villaggio Miano. Il boss ha sostenuto che la confidenza Angelo Iacono, detto Angileddu, gliela fece mentre lui svolgeva delle indagini per scoprire chi fossero gli autori dell’omicidio di Pippo Romano e le causali che avevano determinato l’agguato mortale. Attanasio ha spiegato che le indagini gli furono commissionate dal suocero Salvatore Bottaro, capo dell’organizzazione mafiosa, all’epoca dell’omicidio detenuto nel carcere di Viterbo. “Salvatore Bottaro – ha detto Alessio Attanasio – voleva sapere se il povero Pippo Romano fosse stato ucciso per fatti attinenti alla vita del clan oppure per questioni private. Angileddu mi fece i nomi di Liberante Romano e Salvatore Lombardo e mi disse che i motivi erano per questioni private, per cui, ritenendo concluse le mie indagini, non mi sono più occupato del delitto di Pippo Romano”.

Il Pubblico Ministero La Rosa ha incalzato Attanasio sulla circostanza inerente il ritrovamento di un cannocchiale nella vettura utilizzata dallo stesso Attanasio per recarsi a Viterbo a fare visita al suocero e in quella occasione fu arrestato dalla Polizia di Stato per questioni attinenti alla sorveglianza speciale. L’Attanasio per la violazione alle prescrizioni della sorveglianza speciale ha riportato una trentina di capi di imputazione tanto è vero che non ha nemmeno mai ritirato il libretto inerente tale prescrizione.
In merito alla domanda del Pubblico Ministero La Rosa, Attanasio ha risposto dicendo che si trattava di un binoccolo giocattolo non idoneo a spiare le mosse di nessuno tanto meno della vittima dell’agguato di Via Elorina.
Le accuse contro Alessio Attanasio, laureato in Scienze delle Comunicazioni e laureando in Giurisprudenza, prendono spunto dalle chiamate di reità dei pentiti Salvatore Lombardo, Attilio Pandolfino, Giuseppe Curcio, Dario Troni, Antonio Tarascio e Rosario Piccione. La Procura Distrettuale Antimafia di Catania contesta ad Alessio Attanasio “di avere, in concorso con persona da identificare, attingendolo al capo ed al tronco con vari colpi di pistola, cagionato la morte di Giuseppe Romano (ancorchè la vittima designata fosse invece Giuseppe Saporoso Berretta) con l’aggravante di avere agito con premeditazione e con metodo mafioso al fine di agevolare l’attività del clan Bottaro, cui egli era affiliato, e del clan Santa Panagia nel cui interesse l’omicidio della vittima designata era stato deciso”. Tutti i pentiti sono stati, quasi concordi, nel puntare l’indice contro Alessio Attanasio che, all’epoca del delitto si trovava in stato di libertà. I collaboratori di giustizia, tutti fuoriusciti dal clan Bottaro-Attanasio ad eccezione di Giuseppe Curcio che dirigeva il clan della Borgata, alleato comunque di quello di Attanasio, hanno parlato di un macroscopico abbaglio preso dai due killer che ammazzarono in Via Elorina Giuseppe Romano, in quanto non era lui la persona da sopprimere bensì l’appaltatore edile Giuseppe Saporoso Berretta. Secondo i collaboratori di giustizia il povero Giuseppe Romano fu assassinato perchè si trovava alla guida dell’auto di proprietà del Saporoso. I killer lo scambiarono per l’appaltatore edile e lo crivellarono di piombo. Infatti, come emerge dagli atti investigativi effettuati dalla Squadra Mobile, la vittima si trovava alla guida di una Fiat 126 e transitando per Via Elorina fu affiancata da una moto Enduro e fu crivellata di piombo senza avere alcuna possibilità di sfuggire alla morte. Sull’omicidio la Squadra Mobile della Questura di Siracusa avviava le indagini per scoprire gli autori e il movente ma senza successo. Poi, a seguito della stagione del pentitismo, il fascicolo sull’omicidio di Giuseppe Romano è stato tirato fuori dagli scaffali ed è finito al vaglio dei magistrati della Procura Distrettuale Antimafia di Catania poichè i collaboratori di giustizia Salvatore Lombardo, detto Pulisinu, Attilio Pandolfino, Dario Troni, Vincenzo Curcio e Antonio Tarascio hanno reso delle dichiarazioni sull’agguato mortale del 17 marzo 2001.
In una precedente memoria difensiva Attanasio osservava: “E’ da precisare che il collaboratore di giustizia Rosario Piccione dice di avere saputo dall’Attanasio che lo stesso non ha commesso l’omicidio di Giuseppe Romano ed anzi ne è rimasto meravigliato (verbali del 9 ottobre 2002 e 19 settembre 2003); allo stesso modo lo scrivente viene scagionato dai collaboranti Antonio Tarascio, detto Zuccaru, (verbale del 21 giugno 2012) e Giuseppe Curcio (verbale del 25 luglio 2012). Quest’ultimo accusa dell’omicidio Salvatore Lombardo il quale aveva tentato di depistarlo indicandogli quale autore dell’omicidio il reggente del clan di Santa Panagia (il Lombardo messo alle strette durante un confronto con Giuseppe Curcio ammise di averlo voluto depistare (verbale del 25 luglio 2012) e l’unico motivo plausibile è da ricercarsi nel fatto che egli stesso, il Lombardo, è l’autore dell’omicidio del Romano. Inoltre il Lombardo indica un movente diverso da quello riferito da Attilio Pandolfino che pur dice di essere la sua fonte (de relato del de relato, fonte sconosciuta); invero il Pandolfino dice di avere saputo da Elio Lavore che non risultando tra gli autori dell’omicidio, non si sa da chi l’abbia saputo. Il Pandolfino peraltro chiama a riscontro delle proprie affermazioni i collaboranti Giuseppe Curcio e Antonio Tarascio, che però lo smentiscono. Pandolfino (verbale del 30 luglio 2013): “Ne ho parlato con Tarascio Antonio (…) “del resto la circostanza era alquanto risaputa fra i detenuti; ad esempio ne era a conoscenza anche (…) Giuseppe Curcio”. Antonio Tarascio (verbale del 21 giugno 2012: “Non so dire se Attanasio fosse coinvolto nell’omicidio di tale Romano avvenuto in Via Elorina”). Giuseppe Curcio (verbale del 19 marzo 2010: “In ordine all’omicidio di Giuseppe Romano Salvatore Lombardo, detto Puddisinu, parlando casualmente di tale omicidio, mi disse che l’autore dello stesso era stato Pincio Davide”). Giuseppe Curcio (trascrizione del confronto con Lombardo Salvatore del 25 luglio 2012, pagina 27: “Avevo parlato di questo omicidio con Iacono Angelo il quale mi aveva fatto intendere che l’omicidio di Giuseppe Romano era stato commesso da Lombardo Salvatore”). Un guazzabuglio. Ed ancora. Il Lombardo accusa Lino Mazzarella di avere incendiato la moto Enduro usata per l’omicidio (verbale del 26 ottobre 2010), quando invece non solo non risulta alcuna motocicletta data alle fiamme ma, addirittura, i rilievi tecnici escludono che il delitto sia stato commesso con una moto. Nell’esame autoptico (pagine 15 e 16) emerge che i proiettili avevano “una direzione quasi perfettamente trasversale” e che il primo dei colpi esplosi “ha frantumato i cristalli dei due finestrini” della Fiat 126 sulla quale si trovava la vittima. Tutto ciò risulta documentato nelle foto 67 – 68 – 69 – 70 – 73 e 74 dell’autopsia nonchè nelle foto 1-3-6-8-14-21 dei rilievi tecnici eseguiti dalla Questura di Siracusa il 17 marzo 2001. La DDA di Catania, ex articolo 358 cpp, potrebbe compiere un ulteriore accertamento in merito per avere la certezza che il Romano sia stato ucciso da sicari a bordo (non di una moto, ma) di un’automobile. Invero se i colpi di pistola fossero stati esplosi da sicari a bordo di una moto Enduro, (siccome affermato dal Lombardo), i proiettili avrebbero avuto una traiettoria dall’alto verso il basso. In proposito si allega il certificato medico di ingresso in Istituto penitenziario del 13 aprile 2001 (a distanza di meno di un mese dall’omicidio), in cui risulta il peso dell’Attanasio pari a 65 Kg. (poi stranamente corretto a penna a 75 Kg). Con un peso (piuma) del genere una moto Enduro non si abbassa nemmeno di un centimetro. Riguardo al movente dell’omicidio vi sono ben quattro versioni. 1) Secondo Pandolfino per vendicare l’affronto subito dal fratello del sottoscritto (verbale del 30 luglio 2013). 2) Secondo Lombardo per vendicare l’arresto di Giovanni Latino. 3) Secondo Troni per debiti di gioco. 4) Secondo Francesco Saporoso Beretta per una estorsione non pagata. In merito al primo movente – vendicare il maltrattamento del fratello Fabrizio – appare evidente come si sia abusato abbastanza della vicenda. Infatti sempre per la stessa motivazione Attanasio è stato accusato di avere commesso i seguenti reati: 1) avere collocato un ordigno esplosivo innanzi la discoteca Caligola (sentenza della Corte di Appello di Catania del 7 giugno 2007, definitiva 18 giugno 2008); 2) avere sottoposto la famiglia Di Grano ad una estorsione di 50 milioni di lire (sentenza del 7 giugno 2007, definitiva il 18 giugno 2008); 3) di avere sostituito la ditta che svolgeva il servizio di sicurezza presso la discoteca con altra ditta “amica” (sentenza del 7 giugno 2007, definitiva il 18 giugno 2008); 4) per avere progettato l’omicidio (poi fallito) dei buttafuori catanesi (verbale del Tarascio del 21 giugno 2012, pagina 5 dell’allegata memoria manoscritta: “dei buttafuori avevano messo le mani addosso al fratello di Attanasio, così la sera dopo Attanasio Alessio voleva punirli e si appostò nei pressi della discoteca con Angelo Iacono, a fargli la posta ma non andarono quella sera i buttafuori a lavorare”; 5) (adesso persino) di avere progettato l’uccisione del compare di Francesco Mangion, braccio destro di Nitto Santapaola, (salvo sbagliare il bersaglio), il cui figlio era tra i buttafuori della discoteca “Caligola” che avevano aggredito il fratello dello scrivente. In merito al secondo movente (vendicare l’arresto di Giovanni Latino, asseritamente alla vittima designata) si rappresenta che il Lombardo l’ha appreso dalla stampa (articolo a firma di Pino Guastella, apparso ne La Sicilia del 21 marzo 2001, edizione di Siracusa, pagina 18) e che tale movente viene smentito dagli inquirenti che all’epoca sottoposero il giornalista ad intercettazione telefonica per scoprire da chi lo avesse a sua volta appreso, giungendo alla conclusione che si sia trattato di una ipotesi giornalistica sganciata dalla realtà. In merito al terzo movente (debiti di gioco) si rappresenta che Dario Troni nelle prime dichiarazioni affermava di non sapere nulla (verbale 25 luglio 2012): “Dell’omicidio di Romano Giuseppe non ne ho mai saputo nulla, neppure dai giornali”. Salvo poi cambiare versione tre anni dopo (verbale 30 aprile 2015) affermando di avere saputo dall’Attanasio il luogo dell’omicidio, le modalità (appostamento con ausilio di un cannocchiale) e movente (“per motivi connessi ad un debito legato al gioco d’azzardo”). Con buona pace dei requisiti della coerenza e della costanza che vengono pretesi dalle Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione con la sentenza 1 agosto 1995 “Costantino” e 16 maggio 2013 “Aquilina”. Il movente menzionato al numero 4 (estorsione non pagata da Saporoso, vera vittima designata, scambiata con il Romano, è talmente risibile da non essere presa in considerazione nemmeno dagli inquirenti (peraltro i due non potevano essere mai scambiati poichè diversissimi tra di loro per altezza, corporatura, capigliatura e automobile). Tutto ciò senza nemmeno considerare l’assoluta assenza di riscontri, meno che mai individualizzanti. Non si ritiene dunque necessario fornire al momento alibi di cui l’Attanasio è in possesso (corredato da documentazione video); lo si fornirà soltanto in caso di eventuale rinvio a giudizio e di condanna in primo grado (tanto per far fare l’ennesima brutta figura ai giudici di Catania – questo è il quinto omicidio che viene contestato all’Attanasio, ad oggi sempre assolto)”.

Alessio Attanasio ha querelato tutti i collaboratori di giustizia per calunnia

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