Dal boss laureando in Legge un saggio di giurisprudenza per Paolo Borrometi

Spoleto. Dalla Casa Circondariale di Spoleto in cui sta espiando in regime di 41 bis le condanne, tutte definitive, fin qui riportate Alessio Attanasio, oggi 48enne, ha scritto un saggio di giurisprudenza sulla diffamazione a mezzo stampa. Destinatari del saggio sono il giornalista Paolo Borrometi e il Pubblico Ministero Marco Rota, sostituto procuratore alla Procura della Repubblica di Ragusa. Il motivo che ha spinto il boss Alessio Attanasio, già laureato in Scienze della Comunicazione e laureando in Giurisprudenza, è da ricercarsi nella scelta operata dal Pubblico Ministero Rota di chiedere al Gip del Tribunale di Ragusa l’archiviazione della querela per diffamazione a mezzo stampa presentata dal detenuto siracusano contro il giornalista

d’inchiesta Paolo Borrometi, che, come tutti oramai sanno, vive sotto scorta in quanto minacciato di morte dalla Stidda di Vittoria. 

Attanasio ha presentato opposizione e chiede al Gip del Tribunale di Ragusa di chiedere l’incriminazione coatta del giornalista e in ogni caso di far proseguire le indagini. 

Ecco, di seguito, come Alessio Attanasio motiva la sua opposizione.

“Ancorchè con l’opposizione si dovrebbe indicare, a pena di inammissibilità, l’oggetto dell’investigazione suppletiva e i relativi elenchi di prova, ciò non è possibile quando, come nel caso di specie, risulta evidente che la condotta antigiuridica è stata posta in essere dal querelato” (Cass. VI Sez. 23/4/2003 mr. 19039). Invero, il Borrometi scriveva il 18/11/2017 e l’1/12/2017 che l’Attanasio era stato abbandonato in carcere dalla moglie la quale aveva – a suo dire – iniziato una relazione extraconiugale, prima della separazione, circostanze queste risultate palesemente false, oltre che prive di interesse pubblico, dalla quale è derivata una lesione della reputazione del sottoscritto. Orbene, le Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione (N. 8959/84) hanno asseverato che il diritto di cronaca giornalistica può essere esercitato anche quando ne derivi una lesione dell’altrui diritto soltanto quando sono rispettate le tre seguenti condizioni: 1) la notizia pubblicata deve essere vera; 2) deve esistere un interesse pubblico alla conoscenza dei fatti in relazione alla loro rilevanza; 3) devono essere rispettati i limiti in cui tale interesse sussiste, mantenendo l’informazione entro i confini dell’obbiettività.

All’evidenza nessuna delle tre condizioni è stata rispettata, motivo per il quale non è configurabile la scriminante putativa dell’esercizio del diritto di cronaca. Invero, “in tema di diffamazione, per la sussistenza dell’esimente dell’esercizio del diritto di critica è necessario che quanto riferito non trasmodi in gratuiti attacchi alla sfera personale del destinatario e rispetti un nucleo di veridicità, in mancanza del quale la critica sarebbe pura congettura e possibile occasione di dileggio e di mistificazione” (Cass. V Sez., 8/6/2009 – 13/11/209 – nr 43403, Ced 245098). Peraltro, è appena il caso di osservare che sussistono gli estremi del reato di diffamazione anche quando si parla di “prossimi congiunti del soggetto passivo” (Cass. 12/7/57, Pini, GP 58, II, 48), nonchè quando si attribuisce,  con frasi apertamente diffamatorie, “un contenuto allusivo percepibile dal lettore medio” (Cass. V Sez. 6/7/2008 – 30/9/2008 nr. 37124, Ced 242019).

Del caso di specie, il Borrometi, al solo scopo diffamatorio, parla espressamente ed in maniera comprovatamente mendace di relazione intrapresa dalla moglie dell’Attanasio “nel frattempo” e non “successivamente” alla separazione e di abbandono in carcere del marito, compromettendo la reputazione sia dell’ex moglie che del sottoscritto, reputazione che secondo la S.C. “è il senso della dignità personale nell’opinione degli altri” (Cass. V Sez. 28/2/1999 m r. 3247), a nulla rilevando che l’Attanasio sia stato condannato in via definitiva per gravo reati, posto che “la reputazione di una persona che per taluni aspetti sia stata già compromessa può divenire oggetto di ulteriori illecite lesioni in quanto elementi diffamatori aggiunti possono comportare una maggiore diminuzione della reputazione della persona offesa nella considerazione dei consociati” (Cass. n. 47452/2004). Come se tutto ciò non bastasse il Borrometi ha agito provocatoriamente per motivi abbietti, (con l’aggravante dunque di cui all’articolo 61, nr. 1, C.P.) nell’inane speranza di ricevere delle minacce per acquistare popolarità, strumentalizzando per gretti motivi personali il diritto di cui all’articolo 21 della Costituzione “che è tuttavia sottoposto all’osservanza dei limiti rappresentati dalla rilevanza sociale dell’argomento, dalla verità obbiettiva dei fatti riferiti e dal rispetto della continenza nelle espressioni utilizzate (Cass. V Sez. 1/7/2008 n. 31392, Ced. 241182). 

Si badi bene, peraltro, che anche quando il Borrometi avesse riferito il vero egli avrebbe comunque commesso il reato di diffamazione poichè si trattava di notizie di alcun interesse sociale, inerenti alla sfera privata. Nel caso di specie, alla querela sono stati allegati documenti comprovanti il mendacio che sono stati del tutto ignorati dal P.M. (tra cui l’omologa della separazione e l’autorizzazione ad effettuare colloqui visivi con altra donna, entrambi precedenti alla relazione intrapresa dall’ex moglie con il Montalto). Tuttavia, se questi non bastassero si chiede l’acquisizione della requisitoria del P.G. relativa all’udienza dell’8/6/2011, dinanzi alla Corte d’Appello di Catania, proc. nr. 3955/10 R.G. Trib., in cui si può leggere che l’ex moglie andava a trovare l’Attanasio in carcere nel 2007 “ed è felice di questo incontro, addirittura ipotizza una riappacificazione”, ma che “ci rimase male quando Attanasio Alessio le disse che sarebbero rimasti solo amici”, magari lei sperava in qualche cosa di più” (Ciò prova che lo scrivente non è stato affatto abbandonato nè tradito dalla moglie). Si chiede, inoltre, di ascoltare l’ex moglie dello scrivente, Patrizia Bottaro, ed Emanuele Montalto, in modo da accertare che la loro relazione ebbe luogo oltre un anno dopo la separazione dei coniugi Attanasio, peraltro con il consenso del padre di lei, Salvatore Bottaro (circostanza anche questa emergente dalla requisitoria del PG: succitata). Si acquisisca poi il certificato di detenzione del Montalto, dal quale egli risulta ancora in carcere (da oltre tredici anni), quando i coniugi Attanasio si separavano nel 2004, nonchè la nota della Questura di Siracusa del 23/9/2008 in cui si attesta che “nel 2003 il matrimonio con la figlia di Bottaro Salvatore entrava in crisi” (circostanza questa che emerge anche nell’ordinanza del Tribunale di Sorveglianza di Milano del 3/4/2009 nr. Sius 2008/4483 di cui si chiede parimenti lacquisizione). Ed ancora, si chiede venga ascoltata Alessandra Malfa, la donna con quale lo scrivente iniziava una relazione nel 2004, subito dopo aver lasciato la moglie e molto prima che quest’ultima iniziasse a sua volta  la relazione con il Montalto: “L’attribuire falsamente ad un soggetto una relazione sentimentale (…) costituisce una offesa alla reputazione tutelata dall’articolo 595 C.P.” (Cass. V Sez. 18/4/2001 – 27/8/2001, nr. 31912, CP 02, 3084).

Ed ancora, l’esercizio del diritto di cronaca, garantito dall’art. 21 della Costituzione “deve intendersi superato quando l’agente trascenda ad attacchi personali diretti a colpire su un piano individuale, senza alcuna finalità di pubblico interesse, la figura morale del soggetto criticato” ( Cass. V Sez. 8/2/2000 – 17/3/2000 n. 3477, Ced 215577).

In merito all’elemento soggettivo, la fattispecie in oggetto non postula il dolo specifico ma “è sufficiente il generico, e cioè la volontà dell’agente, di usare espressioni offensive, con la consapevolezza di offendere l’altrui onore o l’altrui reputazione” (Cass. 27/4/1990, Guastella, GP91, II, 149). Peraltro, nel caso in cui il Borrometi dovesse sostenere di avere a sua volta appreso tali false notizie, “al giornalista stesso incombe pur sempre il dovere di controllare la veridicità delle circostanze e continenza delle espressioni riferite” (Cass. Sezioni Unite 30/5/2001 – 16/10/2001 nr. 37140).

In conclusione , in tema di diffamazione a mezzo stampa “non ricorre l’esistente di cui all’art. 51 C.P. nell’ambito dell’esercizio specifico del diritto di cronaca giudiziaria, quando il giornalista si discosti dalla verità obiettiva dei fatti riferiti, alterando e modificando in senso diffamatorio le notizie riferite dalle fonti ufficiali” (Cass. 16/12/2003 m. 4568). Infatti, “il diritto di cronaca trova un limite nel diritto alla riservatezza perchè non costituiscono fatti di interesse sociale quelli concernenti la sfera intima e la vita privata del cittadino” (Cass. VI – 9/2/79 – 26/6/79 m. 5636 – R.P. 79, 1041).

Il Borrometi, poi, in un articolo di replica alla querela dello scrivente apparso sul Diario on line, in data 11/1/20218, lungi dal giustificare in qualche modo le sue false affermazioni in merito alla vicenda familiare, si limita a dire “per il sol fatto di appartenere ad un’associazione mafiosa “si può essere additati come boss sanguinari”. Adesso, a parte il fatto che sanguinario sarà lui che ha innegabilmente ucciso la lingua italiana, a parte questo il giornalista viene autorevolmente smentito dalla giurisprudenza di legittimità secondo cui “il ruolo di partecipe anche in posizione gerarchicamente dominante, non è di per sé solo sufficiente a far presumere quel soggetto automaticamente responsabile di ogni delitto compiuto da altri appartenenti al sodalizio” (Cass.  VI, 15/11/207 – 21/1/2008 nr 3194, Ced 238402). Invero, il principio della responsabilità personale è stabilito dall’art. 27 della Costituzione che all’evidenza il giornalista sconosce (chissà qual è il suo titolo di studio e con quali voti è stato raggiunto). Il Borrometi afferma poi che l’Attanasio, con la querela, (non ha inteso rispondere ad un torto in  maniera civile, ma) si è voluto mettere in mostra (il bue che dice cornuto all’asino); che mai gli è capitato di vedere delle foto fatte in carcere poi pubblicate sui giornali (quando egli pubblica, continuamente, una foto dello scrivente – chissà come venuta in suo possesso, scattata in carcere il 30/10/1999, e che l’Attanasio “giace al buio, in cella ed isolamento” (dimenticando di avere scritto il 3/12/2017 che, invece, lo scrivente “era ristretto fra le quattro mura di una cella comodissima” – si decida. Evidentemente la coerenza non fa parte delle sue qualità. Nulla dice sulle precedenti affermazioni, sulla vicenda familiare che costituisce il nucleo fondamentale della querela, ammettendo dunque implicitamente di avere scritto il falso su una circostanza di alcun interesse pubblico.

Si noti, infine, come sia ineccepibile la condotta dell’Attanasio il quale, anzichè rendere pan per focaccia rivelando fatti della vita familiare del Borrometi, ha preferito rivolgersi alle autorità costituite, evitando dunque di abbassarsi allo stesso livello dello spregiudicato pseudo giornalista.

Nomina difensore l’avvocato Junio Celesti”. 

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