La compagnia Redicuore mette in scena una briosa commedia

Augusta. All’ora fissata per la rappresentazione la grande platea di Città della notte è piena come un uovo. Sul palco, dopo i ringraziamenti di rito e il riferimento a Marco, un bambino sostenuto dalla compagnia Redicuore con i proventi delle recite, il sipario mostra una scena da “belle époque”, disegnata da Franco Arena e da Patrizia Gula, per fare da cornice a una briosa commedia degli inizi del Novecento, scritta da un attore francese dell’epoca, Felix Gandera, ambientata a Parigi e basata su due elementi di sicuro richiamo: sesso e soldi. Attenzione, però.

Si tratta di una commedia elegante, anticipatrice delle commedie sofisticate americane. Eleganti gli abiti intonati all’epoca, realizzati da Titti Puzzo, che caratterizzano i personaggi: la cameriera impertinente, impersonata dalla stessa Puzzo, la statuaria padrona di casa, Stefania Arena in gran forma, accompagnata dal nuovo marito, un barbuto Salvo Mazziotta, l’amica della padrona di casa, una pimpante Daniela Morello, la bersagliera ricca zia della padrona di casa, pienamente resa da Marilena Russo, e, infine, il precedente seducente marito della signora, Erminio Fazio, folti i capelli neri e baffo accattivante, di cui sono innamorate tutt’e quattro le donne sulla scena, seppure dongiovanni impenitente pur in costanza di matrimonio, tanto da essere stato scoperto dalla moglie copulare sul divano di casa con una “presidentessa”: goccia da far traboccare il vaso e tale da chiedere il divorzio. La donna, per la pace interiore, si risposa con un sarto pignolo fino all’eccesso, tranquillo, cui interessa più la sartoria che la frequentazione del letto coniugale. Non vuole ingrandire la famiglia, ma la sartoria. Gli servono, però, i quattrini. C’è la ricca zia della moglie, cui si può bussare per un prestito. La zia, vedova di un generale, dal piglio militaresco e dalla mentalità all’antica, non tollera il divorzio e, soprattutto, le piace il bel ganimede. La zia, che vive in provincia, inaspettatamente arriva a Parigi e va a trovare la nipote, convinta di trovarla sposata con il bel marito Giorgio. In quel momento anche Giorgio si trova in casa perché ha ricevuto una lettera dalla zia che preannunciava la visita, mentre il nuovo marito, seppur tranquillo e pignolo, trattiene buffamente a stento la gelosia e, per ottenere il prestito agognato, finge d’essere amico di Giorgio: da qui gli equivoci e le gag esilaranti. La signora è sposata con due signori, da qui il titolo: uno per la legge, uno per la zia. Alla fine del primo atto Giorgio e la signora intrecciano un tango sensuale che riaccende la passione sopita, non spenta, di lei. Il sipario si chiude mentre i due sono incollati in un bacio appassionato. Il sipario del secondo atto si apre mentre i due sono ancora incollati, ma gli abiti e la scenografia sono diversi: moderni; moderni, come il linguaggio, più colloquiale. La regista Patrizia Gula, che ha adattato la commedia, ha voluto calare l’azione in una sorta di contemporaneità, per rendere più visibile, più plastica, potremmo dire, l’emancipazione della donna. La donna è ancora incollata all’uomo, ma vuole essere padrona delle sue azioni, tanto che alla fine del secondo atto, la regista, pirandellianamente, fa rompere l’illusione scenica: le attrici si “ribellano” e vogliono cambiare il finale. Attraverso una coreografia che riproduce il movimento rallentato all’indietro delle immagini, come attraverso la moviola, le quattro donne cambiano il finale scontato dell’happy end. Il pubblico capisce e l’applauso è ancora più fragoroso.
Giorgio Càsole

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