Il boss Giuliano risponde alle domande del Gip e nega gli addebiti, invece suo figlio Gabriele non parla

Catania. Al carcere di Bicocca, dalle 13 alle 15,30 si è svolto l’interrogatorio di garanzia del boss di Pachino, Salvatore Giuliano, alla presenza dei suoi difensori di fiducia, avvocati Luigi Caruso Verso e Giuseppe Gurrieri.

I magistrati che conducono l’interrogatorio sono il Giudice delle indagini preliminari Simona Ragazzi ed il Pubblico Ministero Alessandro Sorrentino, della Direzione distrettuale antimafia di Catania, che, assieme al collega Alessandro La Rosa, ha diretto le indagini effettuate dagli agenti della Squadra Mobile della Questura di Siracusa e del Commissariato della Polizia di Stato di Pachino. L’arrestato ha deciso di rispondere alle domande del Gip sostenendo di essere assolutamente innocente su tutti i fatti che gli vengono contestati. Il Gip Ragazzi ha preso atto della comunicazione di Salvatore Giuliano e gli ha chiesto delle notizie in ordine a tutte le ipotesi delittuose contestate a titolo di estorsione. Salvatore Giuliano non si è tirato indietro e avrebbe dato delle puntuali risposte sui fatti che gli vengono contestati, negando sistematicamente di avere sottoposto ad estorsione gli agricoltori e gli operatori agricoli che esercitano la loro attività al mercato di Pachino. Salvatore Giuliano si è protestato innocente dell’accusa di tentata estorsione ai danni del proprietario dell’appartamento dato in locazione all’assistente capo della Polizia di Stato Nunzio Agatino Lorenzo Scalisi, 59 anni, negando minacce e richieste di non far pagare l’affitto al poliziotto. Giuliano ha negato, infine, di avere autorizzato gli arrestati accusati di traffico di droga di fare arrivare a Pachino ingenti quantitativi di cocaina.

Salvatore Giuliano ha concluso il suo interrogatorio dicendo che la società Fenice srl, intestata a suo figlio Gabriele Giuliano e a Simone Vizzini, figlio di Giuseppe Vizzini, detto ‘u Marcuotto, già da mesi aveva chiuso i battenti, a seguito della campagna di stampa intrapresa dal giornalista Paolo Borrometi, poichè tutti gli operatori commerciali e ortofrutticoli avevano depennato dalle loro liste la ditta la Fenice srl in quanto gestita dai figli di due mafiosi.

A differenza del proprio padre, Gabriele Giuliano, accusato di intestazione fittizia dei beni, con l’aggravante di tipo mafioso, ha deciso di non rispondere alle domande del Gip Simona Ragazzi.

Giuseppe Vizzini, detto ‘u Marcuotto, difeso dagli avvocati Maurizio Abbascià e Giuseppe Gurrieri, si è avvalso della facoltà di non rispondere ma ha reso una dichiarazione spontanea per dire di essere assolutamente innocente delle accuse che gli vengono contestate nell’ordinanza di custodia in carcere.

I fratelli Claudio Aprile, Giovanni Aprile e Giuseppe Aprile, tutti assistiti dall’avvocato Giuseppe Gurrieri hanno deciso di avvalersi della facoltà di non rispondere alle domande del Gip Ragazzi.

Venerdì 27 luglio il Gip Ragazzi ed il Pubblico Ministero Sorrentino si sposteranno a Siracusa per sottoporre ad interrogatorio di garanzia tutti gli arrestati rinchiusi nella Cassa Circondariale di Cavadonna. Si sa che gli indagati Giuseppe Crispino e Orazio Agosta hanno incaricato per la loro difesa l’avvocato Antonino Campisi. Così come si è saputo che Massimo Caccamo, detto ‘u russu, verrà assistito dall’avvocato Junio Celesti.

Gli arrestati nell’ambito dell’operazione denominata “Araba Fenice” sono: Rosario Agosta, 44 anni; Claudio Aprile, 35 anni; Giovanni Aprile, 40 anni; Giuseppe Aprile, 41 anni; Antonio Arangio, 42 anni; Sergio Arangio, 26 anni; Salvatore Bosco, 33 anni; Massimo Caccamo, alias ‘u russu; Antonino Cannarella, 23 anni; Salvatore Cannavò, 54 annim detto “Giovanni Cicala”; Giuseppe Crispino, 40 ani, soprannominato ‘u barberi; recentemente arrestato per possesso di sostanze stupefacenti e armi; Giuseppe Di Salvo, 21 anni; Salvatore Giuliano, 55 anni; suo figlio Gabriele Giuliano, 33 anni; Vincenzo Gugliotta, 26 anni; Salvatore Massimiliano Salvo, 36 anni; Nunzio Agatino Lorenzo Scalisi, 59 anni, Assistente Capo della Polizia di Stato in servizio presso il Commissariato di Pachino; Giuseppe Vizzini, 54 anni, inteso ‘u Marcuotto; e suo figlio Simone Vizzini, 29 anni. Quest’ultimo, rinchiuso nel carcere di Voghera, verrà interrogato venerdì 27 luglio, per rogatoria.

Le indagini svolte dalla Squadra Mobile di Siracusa, coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia della Procura di Catania, hanno documentato, nel periodo che va almeno dal maggio 2015 sino al maggio 2017, l’esistenza e l’operatività nei territori della zona sud della provincia aretusea, compresi tra i comuni di Pachino e Portopalo di Capo Passero, di una associazione mafiosa denominata clan “Giuliano”, capeggiata dal boss Salvatore Giuliano, la quale, grazie alla forza di intimidazione esercitata dai suoi appartenenti, era in grado di condizionare le attività economiche della zona, traendone indebiti vantaggi, nonché di perpetrare una serie di attività illecite che spaziavano dalle estorsioni, al traffico di sostanze stupefacenti, alla commissione di furti ad abitazioni ed aziende agricole.

L’indagine si è incentrata sulla figura di Salvatore Giuliano e sugli uomini di sua stretta fiducia, Giuseppe Vizzini e i fratelli Giuseppe, Giovanni e Claudio Aprile (tutti gravemente indiziati del reato di associazione di tipo mafioso per la loro appartenenza al clan) e sulla progressiva ascesa del gruppo a vero e proprio sodalizio mafioso in grado di acquisire il monopolio nella produzione e nello smistamento dei prodotti ortofrutticoli coltivati nelle numerose serre presenti in quei territori. Salvatore Giuliano è, infatti, l’indiscusso boss della zona, cui tutti devono rivolgersi per poter svolgere le proprie attività nei territori sotto il suo controllo.

Grazie ai legami vantati nell’ambito della criminalità organizzata catanese con il clan “Cappello” e al patto di non belligeranza siglato con la consorteria rivale dei “Trigila”, Salvatore Giuliano si era quindi assicurato lo spazio operativo per dominare incontrastato nei territori di Pachino.

A tal proposito, l’attività d’indagine svolta dal Commissariato di Pachino e confluita in questo procedimento penale, ha anche documentato, in data 4 gennaio 2016, a Pachino, un episodio di danneggiamento a mezzo incendio, aggravato dal metodo mafioso, commesso da Salvatore Bosco e commissionato da Salvatore Massimiliano Salvo, organico al clan catanese dei “Cappello”, che ha avuto ad oggetto un mezzo utilizzato per la raccolta dei rifiuti di proprietà della Dusty s.r.l., azienda che aveva l’appalto di tale servizio nel comune di Pachino.

La principale fonte di guadagno del gruppo capeggiato da Salvatore Giuliano derivava dal condizionamento del ricco e fiorente mercato ortofrutticolo che da sempre costituisce in quei territori la più rilevante attività economica.

Per ottenere questo risultato, il sodalizio mafioso, rifuggendo dalla mera imposizione del pagamento di somme di denaro, aveva dato vita a un’attività imprenditoriale, “La Fenice s.r.l.”, le cui quote sociali risultano formalmente ripartite al 50% tra Gabriele Giuliano, figlio del boss Salvatore, e Simone Vizzini, figlio di Giuseppe “marcuotto”, che si occupa del commercio all’ingrosso di prodotti ortofrutticoli. Tale sodalizio ha nel magazzino sito a Pachino il suo quartier generale, ove si tenevano le riunioni e gli incontri con gli esponenti di altri clan.

Come emerso dalle numerose conversazioni registrate nel corso dell’indagine, la titolarità delle quote sociali in capo a Gabriele Giuliano e Simone Vizzini era meramente apparente e finalizzata a lasciare in mano al vero dominus, Salvatore Giuliano, la signoria e la gestione dell’attività di accaparramento del mercato ortofrutticolo.

Per tale ragione Salvatore Giuliano, Gabriele Giuliano e Simone Vizzini risultano gravemente indiziati del delitto di trasferimento fraudolento di valori, aggravato dal fine di agevolare l’associazione mafiosa. La “Fenice” non operava secondo le regole del libero mercato, bensì ricorrendo a forme di pressione intimidatoria, ora larvata ora esplicita, sugli operatori del settore. Tale strategia era finalizzata a costringere i produttori a versare il loro raccolto nei magazzini della “Fenice” in modo da ottenere il pagamento di una somma di denaro come corrispettivo dell’attività di mediazione per la successiva vendita della merce agli operatori della grande distribuzione. Allo stesso modo, anche i commercianti che intendevano acquistare i prodotti coltivati nelle serre di Pachino, per immetterli successivamente nel mercato finale, dovevano trattare con il boss Giuliano e il suo gruppo senza potersi interfacciare direttamente coi coltivatori.

Grazie a questo collaudato meccanismo, gli indagati pretendevano il pagamento di una somma di denaro, la c.d. “provvigione”, calcolata in percentuale del raccolto prodotto e ceduto agli operatori della piccola e grande distribuzione, che costituiva il corrispettivo per la presunta attività di mediazione contrattuale svolta tra produttori e commercianti.

In tale fase, un ruolo decisivo era svolto dai fratelli Giuseppe, Giovanni e Claudio Aprile, veri e propri bracci armati di Giuliano, cui il boss si rivolgeva quando era necessario incutere timore e far sentire la pressione del clan agli operatori del settore.

In alcuni episodi, che vedevano come vittime i produttori ortofrutticoli operanti in Noto e Rosolini, ovvero in territori sotto il controllo del clan rivale dei Trigila”, emergeva la concorrente partecipazione di Giuseppe Crispino in qualità di referente del “clan” facente capo ad Antonio Trigila, detto Pinnintula.

Ma le attività illecite del sodalizio non si limitavano al condizionamento illecito del mercato ortofrutticolo. La capacità di penetrazione del clan era tale da colpire anche le altre principali attività economiche della zona.

Anche il settore dei parcheggi a pagamento, situati a ridosso delle zone balneari ricadeva sotto l’influenza del clan. E in tale settore un ruolo determinante era svolto dai fratelli Giuseppe, Giovanni e Claudio Aprile, che, sempre in accordo col capoclan Giuliano, si occupavano della gestione dei parcheggi, sia direttamente collocandovi uomini fidati, sia indirettamente imponendo il pagamento di somme di denaro a coloro che li gestivano.

E’ stata, inoltre, contestata a Salvatore Giuliano e Claudio Aprile l’estorsione perpetrata ai danni del titolare di un lido balneare stagionale, costretto a versare al clan una somma di denaro in cambio di un presunto servizio di “guardianìa” svolto in suo favore.

Secondo quanto emerso nel corso dell’attività, inoltre, i fratelli Claudio, Giuseppe e Giovanni Aprile, avvalendosi della complicità di Rosario Agosta, Vincenzo Gugliotta, Giuseppe Di Salvo, Antonino Cannarella e Sergio Arangio si occupavano della commissione di furti di macchinari agricoli, specificatamente trattori e mezzi per la lavorazione della terra, che venivano asportati alle aziende agricole insistenti nei territori di Noto, Rosolini e Palazzolo Acreide.

Inoltre, veniva riconosciuta l’esistenza di un’associazione per delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti composta da Salvatore Cannavò, Massimo Caccamo e Antonio Arangio, i quali grazie all’avallo ottenuto dal boss Salvatore Giuliano, facevano giungere a Pachino ingenti quantitativi di cocaina per immetterli sul mercato.

Ai fratelli Giuseppe, Giovanni e Claudio Aprile, a Sergio Arangio, Giuseppe Di Salvo e Antonino Cannarella venivano altresì riconosciute singole condotte di detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti.

Infine, Salvatore Giuliano e Nunzio Agatino Lorenzo Scalisi, Assistente Capo della Polizia di Stato in servizio presso il Commissariato di Pachino, sono gravemente indiziati del tentativo di estorsione, aggravato dal metodo mafioso, posto in essere in danno dei proprietari di un’abitazione condotta in locazione dal poliziotto. In particolare, il boss Giuliano, con minaccia, consistita nel presentarsi personalmente dietro richiesta e accordo con il poliziotto, aveva prospettato anche larvatamente pericoli per l’incolumità personale o ai beni delle persone offese, al fine di costringerli a non pretendere il corrispettivo di almeno tre canoni di locazione a loro dovuti dallo Scalisi.

Col medesimo provvedimento, il Gip Simona Ragazzi ha, altresì, disposto il sequestro preventivo delle quote sociali e dell’intero patrimonio aziendale de “ La Fenice s.r.l.” di Pachino.

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