Pentitismo, ci sono “gole profonde” tra i colletti bianchi e un nuovo pentito scuote il Bronx

Siracusa. In Italia Siracusa occupa posizioni di bassa classifica in quasi tutti i settori mentre è stabilmente nelle prime posizioni, da ventisei anni a questa parte, nella classifica del pentitismo. Tutte le organizzazioni criminali che operano in provincia di Siracusa hanno registrato la fuga di affiliati verso lidi più sicuri, come quelli gestiti dallo Stato, intraprendendo un percorso di collaborazione con la giustizia. Il clan mafioso che annovera le maggiori perdite di affiliati è quello che una volta si chiamava “Bottaro-Attanasio”, a seguire il clan di Santa Panagia, poi quello Trigila di Noto e, infine, quello fondato a Lentini dal pluriergastolano Nello Nardo.  Non è il caso di ricordare tutti i pentiti che dal 1992 ai giorni nostri hanno intrapreso il percorso della collaborazione con la giustizia. L’elenco è troppo lungo e occuperebbe quasi tutto lo spazio a nostra disposizione. Alcuni già da anni sono usciti dal programma di protezione e hanno intascato, e anche speso, la liquidazione che lo Stato ha loro assegnato per la collaborazione fornita alla giustizia. Alcuni sono morti a causa di malaugurati incidenti stradali, come ad esempio quello occorso a Francesco Pattarino, figlio di Francesco Mangion, “consigliore” del boss catanese Nitto Santapaola. Altri, come Luigi Cavarra, sono stati uccisi dal cancro. Tanti altri hanno finito il loro compito di fare la spola tra le aule di giustizia di Siracusa e Catania e le località dove venivano protetti dal Servizio di protezione centrale in quanto sono arrivati a conclusione tutti i processi nei quali erano testimoni della pubblica accusa. Altri ancora stanno scontando le condanne riportate per i delitti commessi prima di iniziare la collaborazione con la giustizia. Una piccola parte sta scontando le condanne in carcere, tutti gli altri, e sono la maggioranza, o sono ristretti agli arresti domiciliari o hanno l’obbligo di dimora nella località in cui sono protetti dallo Stato, con la facoltà di uscire due ore la mattina e altre due ore il pomeriggio. Altri, infine, i più sciagurati, hanno ripreso a delinquere, dimenticando la promessa fatta ai Pubblici Ministeri della Dda di Catania che non avrebbero più commesso reati. Come ad esempio Piero Monaco, figlio del boss Angelo Monaco, che, dopo avere confessato delitti che nemmeno gli contestavano, ha perpetrato delle rapine nella cittadina del Veneto in cui lo Stato lo proteggeva. O come Manuel Gallaro, cacciato con forza dal programma di protezione per essersi fatto beccare alla stazione degli autobus con cento grammi di hashish o per avere procurato delle lesioni all’antagonista in amore. O come l’avolese Natale Carbè, che, dopo aver fatto arrestare decina di mafiosi e trafficanti di droga ad Avola e dintorni nell’ambito dell’operazione “Nemesi”ha ripreso a delinquere mettendosi alla guida di una banda, composta da italiani e stranieri, specializzata in estorsioni e rapine. Anche Natale Carbè è stato estromesso dal programma di protezione ma, a differenza di Piero Monaco rinchiuso in carcere, è ritornato a vivere ad Avola.

Negli ultimi quattro mesi Siracusa ha fatto registrare ben tre nuovi pentiti, due dei quali non legati alla criminalità organizzata, il terzo invece era legato ad un sodalizio criminale dedito al traffico di sostanze stupefacenti. I due pentiti-colletti bianchi, cui non spettano le speciali attenuanti previste per i fuoriusciti dalle organizzazioni criminali e mafiose ma solo i consistenti sconti di pena previsti dalla nuova legge sulla corruzione, sono gli avvocati Piero Amara e Giuseppe Calafiore. Invece lo spacciatore di droga che si è dissociato dal gruppo dedito al traffico degli stupefacenti nella zona del Bronx, si chiama Mattia Greco, ha 23 anni, è papà di una bambina in tenera età, venuta al mondo mentre lui stava espiando agli arresti domiciliari una condanna per tentato omicidio. Mattia Greco (la seconda foto in alto) è stato arrestato dai Carabinieri del Comando provinciale di Siracusa nello scorso mese di febbraio nell’ambito dell’operazione antidroga denominata “Bronx”. Mattia Greco era balzato agli onori della cronaca per avere partecipato alla sparatoria contro l’ex collaboratore di giustizia Manuel Gallaro, contro il quale Carmelo Bianca ebbe ad esplodere diversi colpi di pistola senza però attingerlo. Mattia Greco e Carmelo Bianca, assistiti dall’avvocato Giorgio D’Angelo, hanno patteggiato la pena che stavano espiando agli arresti domiciliari. Poi a febbraio scorso, a casa di Mattia Greco sono arrivati i Carabinieri per notificargli l’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa nei suoi confronti e di altri diciassette indagati dal Giudice delle indagini preliminari Pezzino del Tribunale di Catania, che aveva accolto la conforme richiesta avanzata dai Pubblici Ministeri Alessandro La Rosa e Alessandro Sorrentino, entrambi in servizio alla Procura distrettuale antimafia di Catania. 

Mattia Greco è diventato il più accanito accusatore di quello che una volta era il suo protettore e finanziatore. Il suo nome è Francesco Capodieci, il cosiddetto re del Bronx. Adesso con Mattia Greco, nuovo collaboratore di giustizia, Francesco Capodieci, accusato di associazione finalizzata al traffico degli stupefacenti, con l’aggravante di esserne uno dei promotori, rischia di passare i prossimi vent’anni rinchiuso in carcere. 

Mentre scriviamo apprendiamo di un’altra collaborazione. Se la notizia fosse vera sarebbe un duro colpo per tutti i trafficanti di droga coinvolti nelle operazioni “Tonnara”, “Bronx”, “Aretusa”, “Borgata”. Udite, udite: il nuovo pentito è un pezzo grosso della criminalità organizzata. Prima di dare in pasto all’opinione pubblica il suo nome aspettiamo di avere comferme, la prova certa cioè che abbia lasciato il carcere in cui si trovava rinchiuso per essere tradotto in una struttura penitenziaria riservata ai collaboratori di giustizia. E che i suoi familiari abbiano già raggiunto la nuova destinazione.

CONDIVIDI