Operazione Tonnara, il Pm La Rosa chiede di acquisire le dichiarazioni di Peppe ‘u missinisi

Catania. All’aula bunker di Bicocca, si è svolta la prima udienza preliminare nei confronti degli imputati coinvolti nell’operazione antidroga denominata “Tonnara”. Alla sbarra ci sono Danilo Briante, 43 anni, Antonio Rizza, 30 anni, Alessandro Abela, 32 anni, Angelo Albarino, 44 anni, Raffaele Ballocco, 31 anni, Vincenzo Buccheri, 46 anni, Luigi Calcinella, 33 anni, Dario Caldarella, 34 anni, Alessandro D’Agata, 38 anni, Massimiliano D’Ignoti Parenti, 47 anni, Gaetano Maieli, 39 anni, Ivan Rossitto, 32 anni, Leandro Salemi, 21 anni, Massimo Salemi, 44 anni e Pasquale Graziano Urso, 24 anni, Giuseppina Riani, tutti ancora in stato di detenzione in carcere. Inoltre, a piede libero, siedono sul banco degli imputati Marco Maieli e Domenico Pirro. Alessandro D’Agata riveste il doppio ruolo di imputato e di testimone della pubblica accusa in quanto, dopo essere stato arrestato per traffico di sostanze stupefacenti, ha intrapreso il percorso della collaborazione con la giustizia.
Sale il numero delle “gole profonde”. Il Pubblico Ministero Alessandro La Rosa ha chiesto al Giudice dell’udienza preliminare Veronica Pezzino di acquisire i verbali contenenti le dichiarazioni rese dall’ex trafficante di droga Giuseppe Di Leo, detto ‘u missinisi, il quale ha fatto delle chiamate in correità e di reità nei confronti di buona parte degli imputati coinvolti nell’operazione antidroga denominata “Tonnara”, effettuata dai Carabinieri del comando provinciale di Siracusa.
Il Gup Pezzino, accogliendo la richiesta del Pubblico Ministero La Rosa ha acquisito i verbali contenenti le dichiarazioni di Peppe ‘u missinisi e al tempo stesso ha accolto la richiesta avanzata dall’avvocato Licinio La Terra Albanelli, difensore di Antonio Rizza e assieme all’avvocato Junio Celesti di Danilo Brianti (i due imputati si sono collegati in videoconferenza in quanto sono detenuti in carceri fuori la regione Sicilia), tesa ad ottenere che siano messe a disposizione di difensori i verbali contenenti le dichiarazioni non solo di Giuseppe Di Leo, ma di tutti i collaboratori di giustizia dei quali il Pubblico Ministero La Rosa ha chiesto la citazione. Analoga richiesta era stata avanzata dall’avvocato Giorgio D’Angelo, che assiste un gruppo di imputati.
Il processo è stato quindi rinviato alla data del 19 dicembre.
L’operazione antidroga, cui è stato dato il nome convenzionale di “Tonnara”, il nome della località in cui gli spacciatori di sostanze stupefacenti erano soliti incontrare i tossici per la consegna delle “palline” di cocaina e ricevere in cambio il denaro, oltre all’attività investigativa svolta dai Carabinieri, poggia le sue basi sulle dichiarazioni dei pentiti Giovanni Buccheri, Adriano Schepis, di Luigi Cavarra, deceduto nella località riservata in quanto colpito da un tumore maligno, di Alessandro D’Agata. Le fondamenta già solide sono state ulteriormente puntellate dalle dichiarazioni di Peppe De Leo, detto appunto ‘u missinisi, che ha iniziato a collaborare con la giustizia meno di sei mesi fa,
Secondo la tesi dell’accusa il traffico di droga faceva registrare introiti di circa diecimila euro al giorno e arrivava addirittura anche a settanta-ottanta mila euro nei giorni di venerdì e sabato. Le migliaia di consumatori di cocaina e di altre sostanze stupefacenti ingrossano le tasche e i portafogli degli spacciatori, tra cui appunto i pusher coinvolti nell’operazione denominata “Tonnara”, arrestati dai Carabinieri a conclusione di quasi due anni di indagini effettuate con i metodi tradizionali ma, soprattutto, con l’utilizzo delle “cimici”, installate dentro le abitazioni o all’esterno delle case o nel corso di precedenti perquisizioni oppure “sparando” le microspie a ridosso di una fonte di energia che immette la luce oppure la rete telefonica nell’abitazione degli indagati. La montagna di soldi incamerata con la vendita di “palline” di cocaina non avrebbe però fatto arricchire nessuno degli arrestati nel corso dell’operazione antidroga denominata “Tonnara”. Come erano soliti fare gli associati ad organizzazioni mafiose, quasi tutti rimasti “poveri e pazzi” al punto che in molti hanno chiesto soccorso allo Stato per farsi mantenere e per rifarsi una nuova esistenza, iniziando a collaborare con la giustizia, anche i trafficanti di droga delle zone della Tonnara e del Bronx hanno un tenore di vita non adeguato alle rilevanti somme di denaro incassate cedendo ai tossici le dosi di cocaina e il “pezzi” di hashish o le bustine di marijuana. La bella vita la fanno i grossi trafficanti di droga che, però, restano sempre al riparo delle retate delle forze dell’ordine. In manette finiscono sempre i “morti di fame”, quelli cioè che per portare un po’ di soldi a casa fanno una vita avventurosa e rischiano di trascorrere in carcere molti anni della loro vita. Tra l’altro, questi sciagurati, osavano sfidare i Carabinieri, la Polizia di Stato e la Guardia di Finanza indossando una maglietta per lanciare un promo pubblicitario attraverso il quale invitavano i tossicomani a rifornirsi di “palline” di cocaina da pusher affidabili senza correre il rischio di prendere un “pacco”. Gli spacciatori del Bronx e della Tonnara, pur perseguendo lo stesso obiettivo, si facevano la guerra come sono soliti fare i commercianti che operano nello stesso settore merceologico. Non era però una guerra armata, bensì si trattava di concorrenza, lecita o sleale, per procacciarsi il maggior numero di clienti. E quelli che spacciavano alla Tonnara, avevano inventato questo metodo di propaganda per richiamare i clienti, che, come gli spacciatori, amano seguire in casa e in trasferta l’amato Siracusa. Cioè indossare una maglietta su cui erano raffigurate le palline di cocaina e la zona in cui avrebbero potuto acquistarle. I sedici finiti in carcere hanno tutti precedenti specifici. Sono stati ripetutamente arrestati per detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti. Tutti hanno in corso dei processi per spaccio di cocaina o di marijuana oppure di hashish. Dei sedici arrestati soltanto Massimiliano D’Ignoti Parenti è stato processato e condannato a sette anni di reclusione, già scontati, in quanto riconosciuto colpevole di associazione finalizzata al traffico degli stupefacenti nell’operazione “Terra bruciata”.

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