Omicidio Liberante Romano: il Pg chiede conferma della condanna all’ergastolo per Pasqualino Mazzarella, la Difesa l’assoluzione

Catania. Per Pasqualino Mazzarella il sostituto procuratore generale Concetta Ledda ha chiesto la conferma della condanna all’ergastolo. Secondo il rappresentante della pubblica accusa, Pasqualino Mazzarella ha partecipato alla soppressione fisica di Liberante Romano alla distruzione del cadavere. Il difensore di Pasqualino Mazzarella, avvocato Antonio Lo Iacono, si è battuto per l’assoluzione affermando che contro il suo cliente ci sono dei semplici indizi e le contraddittorie dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Salvatore Lombardo, detto Puddisinu, Attilio Pandolfino e quelle del defunto Luigi Cavarra, le cui dichiarazioni contenute nei verbali redatti dai Pubblici Ministeri Andrea Ursino e Alessandro La Rosa sono state acquisite dalla Corte d’Assise di Appello.
Il processo è stato rinviato al 12 febbraio del 2019 per la replica del sostituto procuratore generale Concetta Ledda. Salvo imprevisti, la Corte dovrebbe poi ritirarsi in camera di consiglio per deliberare il verdetto.
Pasqualino Mazzarella è appellante contro la condanna all’ergastolo emessa dai giudici della Corte d’Assise di Siracusa che lo hanno riconosciuto colpevole dell’omicidio di Liberante Romano, avvenuto il 25 maggio 2002 in una villetta di Fontane Bianche, e occultamento di cadavere.
Al processo di primo grado, i pentiti citati dal Pubblico Ministero Andrea Ursino sono stati Salvatore Lombardo, detto Pulisinu, e Attilio Pandolfino, entrambi fuoriusciti dal clan “Bottaro-Attanasio”, i quali, come è emerso nelle fasi delle indagini preliminari, hanno riferito di essere stati informati della dinamica dei fatti personalmente da Pasqualino Mazzarella, testimone oculare del delitto unitamente a Vito Fiorino e Franco Toscano. Sempre Pasqualino Mazzarella avrebbe riferito a Lombardo e Pandolfino come era avvenuta la distruzione del cadavere di Liberante Romano. Franco Toscano, sentito dai giudici della Corte d’Assise di Appello, ha smentito i due pentiti, così come ha sconfessato il defunto Luigi Cavarra, che dettò a verbale che al carcere di Bicocca, di Catania, il Toscano gli rivelò di avere assistito all’uccisione di Liberante Romano.
Secondo Lombardo e Pandolfino nel pomeriggio di sabato 25 maggio 2002, Liberante Romano, dopo aver pranzato con la moglie e il figlio, è uscito per recarsi, alla guida della Ford Focus intestata alla moglie, ad un appuntamento. Da Via Brenta, dove abitava, l’esponente del clan “Bottaro-Attanasio” saliva per Corso Gelone e all’altezza del bar Agip si fermava per imbarcare Franco Toscano, incontrato casuale e a cui aveva rivolto l’invito di fargli compagnia fino a Fontane Bianche in quanto aveva appuntamento con Calabrese e Calabrò nella villetta di Attilio Pandolfino. L’incontro con i suoi assassini, Liberante Romano non lo aveva nella villetta del Pandolfino, bensì in quella di un simpatizzante del gruppo assolutamente ignaro che nella sua abitazione dovesse essere commesso un omicidio. Lui aveva dato le chiavi a Mazzarella perchè quest’ultimo gli aveva detto di avere un appuntamento galante con una signora. Sempre tramite i pentiti Lombardo e Pandolfino, si è saputo che la Ford Focus venne parcheggiata a poco distanza dalla villetta in cui già si trovavano Giuseppe Calabrese, Salvatore Calabrò, Pasqualino Mazzarella e Vito Fiorino. Liberante Romano e Franco Toscano vengono fatti accomodare nel salotto della villa, dove Calabrò ha consegnato una mazzetta di banconote di vario taglio a Romano. Nulla di strano per Liberante Romano poichè era stato lui stesso a sollecitare Calabrò e Calabrese a dargli un po’ di soldi in quanto era sua intenzione darsi uccel di bosco. Liberante Romano voleva darsi alla macchia per non pagare dazio con la giustizia. Il 3 giugno 2002, era fissato innanzi alla Corte di Cassazione l’ultimo atto del processo scaturito dall’operazione antimafia denominata “Tauro” e Liberante Romano era tra i ricorrenti in quanto in primo e secondo grado era stato riconosciuto colpevole di associazione a delinquere di stampo mafioso e condannato alla pena di sette anni di reclusione. Lui non poteva sapere che per un legittimo impedimento il processo sarebbe stato rinviato al successivo 27 giugno. Liberante Romano aveva fretta di ricevere i soldi per potersi allontanare da Siracusa prima del 3 giugno 2002. Appena si era seduto sulla sedia, Liberante Romano riceveva la mazzetta di soldi e iniziava la conta delle banconote. Giuseppe Calabrese, chiedendo scusa ai presenti, si allontanava dal salone per recarsi al bagno e invece entrava nel vano cucina dove prelevava dalla lavastoviglie una pistola calibro 7,65. Prima, però, indossava alle mani i guanti di lattice. Poi, arma in pugno, ritornava nel salone e si andava a piazzare alle spalle di Liberante Romano che, ancora impegnato nel contare le banconote, non si era nemmeno accorto del momentaneo allontanamento di Giuseppe Calabrese. Quest’ultimo, sollevava il braccio e con entrambe le mani pigiava il grilletto della pistola, esplodendo due pallottole che si conficcavano alla nuca e alla testa di Libero Romano. La morte era istantanea.
Sempre a dire dei collaboratori di giustizia, dagli squarci provocati dai due proiettili fuoriusciva copioso il sangue che schizzava sui mobili e sulle pareti della stanza e sporcava gli abiti, in particolar modo i pantaloni bianchi, indossati da Pasqualino Mazzarella. Il quale, irritato, dava un violento calcio alla testa del morto ammazzato e pronunciava delle frasi ingiuriose nei suoi confronti. Franco Toscano, temendo per la propria vita, tentava di fuggire dalla stanza, ma veniva rassicurato che nessun male gli sarebbe stato fatto in quanto doveva morire soltanto Liberante Romano, reo di avere tradito le regole comportamentali alla cui osservanza sono tenuti tutti gli affiliati al clan “Bottaro-Attanasio”. Dopo l’uccisione di Libero Romano, abbandonavano la villetta Calabrese, Calabrò e Toscano, mentre rimanevano Lino Mazzarella e Vito Fiorino incaricati di pulire il salotto dalle macchie di sangue e di rimuovere il cadavere. Che, poi, veniva avvolto in un tappeto e gettato all’interno del portabagagli della Ford Focus. Mazzarella, alla guida della propria “Toyota Yaris” e Fiorino, al volante della Ford Focus, si allontanano da Fontane Bianche e si dirigono nella zona antistante la casa in cui fu firmato l’armistizio tra italiani e Alleati. La Focus Ford veniva parcheggiata in mezzo alla folta vegetazione, le portiere venivano chiuse e la chiave veniva gettata in mare. Con la Yaris Toyota Mazzarella e Fiorino facevano rientro a Siracusa e si recavano a Piazza Adda dove riferivano a Calabrò e Calabrese di avere abbandonato il cadavere di Liberante Romano nella zona di contrada Gallina, dentro il cofano della Ford Focus. I due si beccavano un bel cicchetto poichè, anzichè gettare le chiavi in mare, avrebbero dovuto bruciare la macchina in modo che non fosse riconosciuto il cadavere e soprattutto non venissero rilevate le loro impronte sulle porte e sul cofano della Ford Focus. Per cui venivano invitati a ritornare in contrada Gallina e di dare alle fiamme la Ford Focus, anche per cancellare le loro impronte digitali che avevano lasciato sulla carrozzeria della macchina. Mazzarella e Fiorino ritornavano in contrada Gallina nel tardo pomeriggio del 26 maggio 2002 e mandavano in frantumi il vetro di una portiera, quindi gettavano la benzina nell’abitacolo della macchina e accendevano il fuoco. E mentre loro ripartivano alla volta di Siracusa, le fiamme avvolgevano la Ford Focus e riducevano in un tizzone carbonizzato il cadavere di Liberante Romano.
La mattina del 27 maggio, quando già erano state avviate le ricerche di Libero Romano la cui scomparsa era stata denunciata domenica mattina dalla vedova presso gli uffici della Questura, una pattuglia della Stazione Carabinieri di Cassibile si recava in contrada Gallina dopo avere ricevuto la telefonata di un pastore che, portando al pascolo il gregge, si era imbattuto nella Ford Focus ancora fumante. I carabinieri forzavano le portiere della macchina e quando aprivano il cofano rinvenivano il cadavere rannicchiato di sesso maschile, ridotto dalle fiamme in un tizzone carbonizzato rannicchiato. I magistrati davano incarico ai Carabinieri di accertare a chi appartenesse il cadavere, anche se in città si spargeva immediatamente la voce che fosse quello di Libero Romano. Il 27 giugno 2002, la Cassazione chiamava il processo scaturito dall’operazione “Tauro” e confermava la sentenza della Corte d’Assise di Appello, tra cui la condanna a sette anni di reclusione a Liberante Romano. Per sapere se fosse il suo corpo quello ridotto in un tizzone carbonizzato la famiglia di Liberante Romano ha dovuto attendere l’esito degli esami del Dna, effettuati dai Carabinieri del Ris di Messina dopo aver fatto la comparazione tra il gruppo sanguigno del figlioletto, all’epoca quattordicenne, e un campione di sangue prelevato dal cadavere di Libero Romano.
Per l’omicidio di Libero Romano sono stati condannati alla pena dell’ergastolo Giuseppe Calabrese e Salvatore Calabrò, sentenza oramai passata in giudicato. Successivamente è stato condannato al carcere a vita Pasqualino Mazzarella, ma la sentenza non è ancora definitiva ed è tuttora pendente innanzi alla Corte d’Assise di Appello di Catania. Il boss Alessio Attanasio, come presunto mandante, è stato giudicato dal Gup di Catania con rito abbreviato ed è stato assolto con formula piena. Vito Fiorino, il cui fermo era stato ordinato dal Pubblico Ministero Andrea Ursino, venne scarcerato dal Gip del Tribunale di Siracusa, Marzia Di Marco, che ritenne di non convalidare il fermo di indiziato di reato poichè a suo dire erano carenti gli indizi di reità costituiti dalle chiamate dei due pentiti. A far dubitare il Gip della veridicità del racconto di Attilio Pandolfino era stata la sua dichiarazione di avere saputo delle modalità di uccisione di Liberante Romano e della distruzione del suo cadavere sia da Lino Mazzarella che dalla lettura del Diario, che aveva riportato quasi integralmente le dichiarazioni accusatorie del pentito Salvatore Lombardo, detto Puddisinu. Il Gip Di Marco scrisse una vera e propria sentenza sulla vicenda di Liberante Romano e degli indizi di reità a carico di Vito Fiorino. La motivazione del Gip Marzia Di Marco, a supporto della decisione di non convalidare il fermo giudiziario e di ordinare l’immediata liberazione di Vito Fiorino, induceva il Pubblico Ministero Andrea Ursino a non impugnare il provvedimento per cui è passato in giudicato e a quel punto Vito Fiorino è uscito definitamente dalla storia omicidiaria in danno di Liberante Romano.
Ai pentiti della prima ora si è poi aggiunto Luigi Cavarra, che ha riferito di avere ricevuto informazioni di prima mano da Franco Toscano durante una traduzione e breve permanenza nel carcere di Bicocca di Catania. Toscano, sentito dalla Corte d’Assise di Appello, ha negato di avere parlato con Luigi Cavarra e, soprattutto, ha negato di avere assistito all’omicidio di Liberante Romano, smentendo anche il pentito Salvatore Lombardo, detto Puddisinu, che ha detto “Libero Romano incontrando Franco Toscano gli chiese di fargli compagnia in quanto doveva recarsi a Fontane Bianche per incontrare Calabrò e Calabrese”. Toscano ha dichiarato: “Neanche lo conoscevo a Liberante Romano. Non avevo confidenza con lui. Lombardo prima e Cavarra dopo hanno detto il falso. Io non sono andato a Fontane Bianche con Liberante Romano e non ho assistito al suo omicidio”.
Luigi Cavarra non ha potuto replicare poichè è morto stroncato da un male incurabile.
Appuntamento al 12 febbraio 2019 per la sentenza della Corte d’Assise di Appello di Catania.

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