Colpo al clan Trigila: otto arresti tra cui le mogli di “Pinnintula” e di Angelo Monaco, due gli irreperibili

Siracusa. Su delega del sostituto procuratore Alessandro Sorrentino, in servizio alla Direzione Antimafia di Catania, gli agenti della Squadra Mobile della Questura aretusea hanno eseguito l’ordinanza cautelare di applicazione della misura cautelare della custodia in carcere nei confronti di Hamid Aliani, marocchino di 56 anni, Nunziatina Bianca, 62 anni, moglie del boss del clan Trigila di Noto, Antonio Trigila, detto Pinnintula; Pietro Crescimone, 57 anni, Elisabetta Di Mari, 55 anni, moglie di Angelo Monaco, cofondatore del clan Trigila, Giuseppe Lao, 48 anni, Said Lemaifi, marocchino di 51 anni, Angelo Monaco, 64 anni, già detenuto per altre vicissitudini con la giustizia e Antonino Rubbino, 51 anni. Sono sfuggiti alla retata due stranieri, entrambi marocchini come i due catturati dalla Squadra Mobile.
L’operazione è denominata “Vecchia maniera”, intendendo così precisare che le indagini sono state svolte senza il contributo dei collaboratori di giustizia, ma i classici sistemi investigativi vecchi e nuovi, che vanno dagli appostamenti alle intercettazioni ambientali. Insomma, anzichè “gole profonde”, in questa indagine di Polizia sono le “cimici” a farla da padrona. Ma c’è una seconda chiave di lettura del titolo dell’operazione “Vecchia maniera” ed è quella che si adatta alla personalitò criminale di Angelo Monaco, appartenente ad una malavita degli anni Ottanta che era abituata ad avere il contatto personale con le vittime delle estorsioni senza quindi ricorrere ai messaggi telefonici o alle lettere anonime con la sola scritta “Cercati un amico buono” e di non fidarsi mai dei cosiddetti corrieri di droga ma di farsi carico di tutti gli adempimenti che debbono svolgere quelli che decidono di acquistare e trasportare ingenti quantitativi di sostanze stupefacenti. Lui, con l’età che si ritrova e con la prospettiva di invecchiare dentro un carcere, è andato a Milano per comprare un ingente quantitativo di droga e si è avventurato nella Locride con un furgone stracarico di droga. Ma ha perso tutto il carico, i soldi investiti e soprattutto la libertà. Se gli domandate se si è pentito di questa scelta sicuramente vi risponderà di no. Perchè a lui piace rischiare da solo. Ci mette la faccia. Come erano soliti fare i vecchi malavitosi, alla “Vecchia maniera”.
Il provvedimento coercitivo è firmato dal Giudice delle indagini preliminari Loredana Pezzino, una vecchia conoscenza dei malavitosi siracusani poichè ha firmato altre corpose ordinanze cautelari, come quella denominata “Euripide”, che smantellò un’associazione dedita al traffico degli stupefacenti.
Anche in questa operazione si parla di traffico di sostanze stupefacenti. A risponderne sono Angelo Monaco, la moglie Elisabetta Di Mari e il fido socio-collaboratore del boss Pietro Crescimone. I quali debbono rispondere anche del reato di violazione dell’articolo 73, in altre parole di illecita detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti. Queste due ipotesi delittuose vengono contestate anche ai marocchini Siad Mamaifi, Mohamed Kassimi, Hamid Aliani, Abdeliall Cherraj, tutti come si diceva accusati di associazione finalizzata al traffico degli stupefacenti, nonchè di detenzione e spaccio di droga.
Essendo Angelo Monaco il principale artefice dell’operazione “Vecchia maniera” non poteva non parlarsi di estorsioni e di danneggiamento a mezzo incendio e colpi di pistola.
Infatti, scorrendo il tabellino, si scopre che Angelo Monaco, Antonio Rubbino e Giuseppe Lao sono accusati di porto di armi da sparo; ad Angelo Monaco e Pietro Creescimone si contesta pure il reato di tentato incendio dei veicoli di lavoro di proprietà dell’azienda Lisa srl; alla moglie di Pinnintula, signora Nunziatina Bianca, ad Antonio Rubbino e a Giuseppe Aprile, anche questo come Rubbino di Rosolini, si muove l’accusa di estorsione ai danni del titolare dell’azienda agricola Bioverde.
Otto le persone tratte in arresto tra Noto e altre città del nord Italia; irreperibili risultano due indagati.
Le mogli del boss Trigila, signora Nunziatina Bianca, e di Angelo Monaco, signora Elisabetta Di Mari, sono state rinchiuse nella Casa Circondariale di Piazza Lanza, a Catania. Gli uomini sono detenuti a Cavadonna o in carcere del Nord.

L’attività d’indagine ha fatto luce sulle attività illecite poste in essere dal gruppo capeggiato da Angelo Monaco, già riconosciuto in passato esponente di vertice del clan mafioso dei “Trigila” di Noto, facente capo al boss detenuto Antonio Trigila, detto “Pinuccio Pinnintula”.
Tornato in libertà il 25 agosto 2016, all’indomani della sua scarcerazione, il Monaco decideva di ricalcare un modello delinquenziale di tipo tradizionale, puntando sulle attività illecite tipicamente appannaggio della criminalità organizzata, quali il traffico di sostanze stupefacenti e le estorsioni ai danni delle imprese che esercitavano attività economiche. Una “vecchia maniera”, che si basava sui pregressi legami instaurati nel corso della lunga carriera criminale con i trafficanti di stupefacenti e sull’intimidazione mafiosa, perpetrata a colpi di arma da fuoco e incendio dei mezzi d’opera ai danni delle ditte che non si piegavano alle richieste estorsive.
Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, Angelo Monaco, costantemente affiancato dalla moglie Elisabetta Di Mari e dall’uomo di sua più stretta fiducia, Pietro Crescimone, avrebbe promosso, diretto e organizzato una associazione per delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti da immettere sul mercato locale.
Il traffico droga gestito dagli indagati veniva suffragato da significativi riscontri investigativi, esattamente nel pomeriggio del 28 febbraio 2017, personale dell’U.P.G.S.P. della Questura di Messina, bloccava proveniente da Villa San Giovanni, il figlio di Elisabetta Di Mari, e lo trovava in possesso di circa un kg di cocaina, occultato nella portiera del veicolo su cui viaggiava; nella notte tra il 21 e il 22 maggio 2017, Angelo Monaco e Pietro Crescimone venivano tratti in arresto a Villa San Giovanni da personale della squadra mobile di Siracusa e Reggio Calabria, perché trovati in possesso di circa 71 kg di hashish occultati a bordo del furgone su cui viaggiavano. Dalle attività tecniche era emerso, infatti, che i due indagati erano partiti da Noto nel pomeriggio precedente e si erano recati a Milano per prelevare un grosso carico di droga.
L’indagine documentava, inoltre, l’esistenza e l’operatività di una seconda associazione per delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, composta da cittadini marocchini con base operativa nella città di Milano e ramificazioni su Messina e Novara. Il predetto sodalizio, grazie ad una vasta e articolata rete di contatti tra l’Italia e il Marocco, era in grado di far giungere sul territorio nazionale rilevanti quantitativi di sostanza stupefacente, che venivano ceduti a vari acquirenti presenti sul territorio nazionale, tra cui il gruppo capeggiato da Angelo Monaco.
Monaco e Crescimone risultamo, inoltre gravemente indiziati del tentativo di estorsione, aggravato dall’utilizzo del metodo mafioso, posto in essere nei confronti dell’impresa Tosa Appalti srl, impegnata nella realizzazione dello svincolo autostradale di Noto sull’autostrada Siracusa-Gela. L’indagine traeva spunto da alcune visite in cantiere effettuate da Angelo Monaco, che facevano presagire l’avanzamento di future richieste estorsive. Nell’ultima circostanza, in conseguenza dell’ennesimo diniego di interloquire con i responsabili dell’azienda, Monaco pronunciava la frase “sono venute tre volte.. non vengo più..”. Era il monito con il quale l’indagato preannunciava di voler cambiare strategia e di essere intenzionato a lanciare un “segnale” ai vertici dell’azienda.
Difatti, nella notte tra il 20 e il 20 maggio 2017, un gruppo armato composto da Angelo Monaco, Pietro Crescimone, Antonino Rubbino e Giuseppe Lao, si recava nelle aree di cantiere del costruendo svincolo autostradale di Noto ed esplodeva numerosi colpi di arma da fuoco all’indirizzo dei mezzi d’opera della ditta impegnata nella realizzazione dei lavori. Come emerso dalle risultanze investigative, Angelo Monaco e Pietro Crescimone avrebbero più volte tentato di incendiare glie scavatori della ditta priolese, senza tuttavia riuscirvi, sia in virtù dei servizi di polizia predisposti al precipuo fine di farli desistere, sia per cause accidentali indipendenti dalla loro volontà.
Di rilievo, poi la figura di Antonino Rubbino, ritenuto referente del clan “Trigila” per il territorio di Rosolini e anello di congiunzione con il gruppo capeggiato da Angelo Monaco.
Il Rubbino, infatti, oltre ad affiancare Monaco nell’intimidazione armata commessa nella notte tra il 19 e 20 maggio, risulta gravemente indiziato per aver posto in essere, unitamente a Nunziatina Bianca, moglie del capoclan Antonio Trigila, e ad altra persona attualmente ricercata, una estorsione aggravata dall’utilizzo del metodo mafioso e al fine di favorire le attività economiche del clan Trigila nei confronti di una azienda agricola di Rosolini attiva nella coltivazione, raccolta e lavorazione di prodotti ortofrutticoli.

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