Come capo dell’omonimo clan sottoposto al 41 bis il boss di Pachino Salvatore Giuliano

Pachino. Il boss di Pachino Salvatore Giuliano, 54 anni, entra a pieno titolo nella ristretta cerchia dei boss di un clan mafioso. Su richiesta della Procura Distrettuale Antimafia di Catania il Ministro della Giustizia ha disposto l’internamento del pachinese Salvatore Giuliano nella Sezione riservata ai detenuti sottoposti al regime del carcere duro, ossia al 41 bis dell’Ordinamento di Polizia Penitenziaria. Il trattamento del carcere duro è riservato soltanto ai detenuti che sono fondatori o reggenti di un clan mafioso. Salvatore Giuliano, che nella giornata di venerdì 25 marzo, dovrà comparire innanzi ai giudici del Tribunale Penale di Siracusa (presidente, Salvatore Cavallaro; a latere, Antonio Dami e Federica Piccione) per essere giudicato con rito immediato per difendersi dalle accuse che gli vengono mosse nell’ambito dell’operazione antimafia e antidroga denominata “Araba Fenice”, è indicato dal Pubblico Ministero Alessandro Serrentino e dagli investigatori del Commissariato della Polizia di Stato e dagli agenti della Squadra Mobile della Questura di Siracusa, come l’indiscusso leader dell’omonimo clan che opera in territorio di Pachino. Negli anni scorsi il Giuliano veniva sempre indicato come componente del gruppo Cappello di Catania. Dopo aver espiato oltre ventidue anni in carcere, ritornando in libertà Salvatore Giuliano ha ricostituito il gruppo di fedelissimi e di nuove leve e in pochi anni ha fatto terra bruciata di tutti quelli che ambivano a gestire gli affari loschi, in particolar modo il traffico degli stupefacenti, nel comune di Pachino.
E come indiscusso capo di un’organizzazione criminale, che è stata battezzata con il suo cognome, Salvatore Giuliano ha ricevuto dallo Stato il trattamento che merita un capo: dovrà vivere praticamente in una cella da solo, dovrà andare all’aria senza la compagnia di altri compagni di detenzione, può ricevere le visite dei suoi familiari senza però avere con alcuno di loro contatti fisici: i colloqui dovranno avvenire per citofono e con un vetro che lo separa dai congiunti che vanno a visitarlo; dovrà essere sottoposto alla censura della posta, sia in partenza che in arrivo, dovrà essere controllato con il metaldetector ogni volta che esce o rientra nella cella e dovrà essere sottoposto ad ispezioni corporali da parte degli agenti della polizia penitenziaria. Insomma una dura vita, verosimilmente disumana, ma necessaria per impedire che dal carcere vengano commissionati omicidi e spedizioni punitive contro quelli che “sgarrano” o che contrastano la criminalità.

CONDIVIDI