Amarcord, fra monumenti e “cunti” di Augusta: gli alunni del liceo Mègara scoprono la città

Augusta. Inedito tour didattico-conoscitivo si è svolto per gli alunni del primo anno dei quattro indirizzi, in cui si articola il liceo Mègara, polo umanistico della città. Il giro è stato nel centro storico per esaminare aspetti artistico/architettonici, usi, costumi e racconti popolari di come la città si mostrava ai suoi cittadini e ai visitatori negli anni del boom economico. Gli alunni sono stati divisi n due gruppi. Il primo, guidato dalla docente Jessica Di Venuta, ha potuto osservare con attenzione, scrutando dettagli e particolari architettonici, gli edifici che si affacciano sulla Piazza Duomo, quindi la facciata del Municipio, l’edificio che ospita il circolo Unione e la chiesa madre o matrice. Della chiesa madre gli studenti hanno ammirato le opere d’arte attraverso un’analisi del paesaggio in esse rappresentato, scorci del territorio augustano e, quindi, hanno dibattuto sulla trasformazione che il territorio ha subìto durante i secoli.Il secondo gruppo, guidato dalla docente Francesca Scatà, si è diretto in piazza Castello, dopo una breve sosta per una “lettura” di insieme dei palazzi Tumiscitz e Vinci. Tema della passeggiata didattica il “Racconto dei cunti”, tratto da fonti orali tramandate e riproposte dalla docente Scatà per riscoprire usi, storie popolari e “mondanità” degli augustani nel ventennio 1950 – 1970: quale migliore ambientazione per iniziare un “cuntu” se non la villa comunale, luogo un tempo d’incontri e di sguardi? Gli alunni hanno mostrato stupore e curiosità nel riscoprire “come eravamo”, provando a immaginare fioritissima la villa divisa tra “piccola e grande”, le due arene estive Megara a Badiazza, le 1000 sedie che potevano occupare lo spazio antistante il palco della musica, sedie impagliate di “zammarra” noleggiate per cinque lire l’una da Don ‘Nzulu, e la botola sul palco che nascondeva al suo interno gli sgabelli dei “musicanti”, quando d’estate si ascoltava musica il giovedì e la domenica, mentre, dopo la proiezione del film, uscendo dall’arena Badiazza, gassose, anguria, calia e semenza” allietavano il palato degli augustani mentre disquisivano del film appena visto. Poi, la spiaggetta che l’amministrazione comunale ricreava ogni anno a sinistra dell’arena Megara con l’arrivo della stagione estiva, depositando numerosi carri di sabbia, e, per chiudere, un ultimo “cunto” che sembra uscire dalla penna di Edmondo de Amicis: il racconto dell’unico bambino, chiamato “Francuzzo”, garzone della “drogheria Motta” che negli anni ’50 accedeva ogni giorno nel casa di eclusione, già castello, con il suo triciclo, con il cassone in legno, per consegnare le vivande e ogni bene di necessità, Francuzzo catturò la simpatia dei detenuti che lo accoglievano come un figlio e se ne prendevano cura: il barbiere quando i capelli erano lunghi, il calzolaio quando le scarpe erano rotte. A Francuzzo era stato assegnato anche il compito di portare con il suo triciclo la valigia dei detenuti, quando tornavano a riprendere il treno, e un ultimo saluto di queste genti era per lui. con la raccomandazione ad agire sempre per il bene.“Le storie potrebbero non terminare mai”, osservano Di Venuta e Scatà, “ma per i nostri studenti questa prima puntata è stata solo l’inizio, perché siamo convinti che l’amore e il sentimento di appartenenza per la propria città si può imparare solo conoscendola nel suo profondo, dai piccoli racconti da custodire gelosamente, che tanto appassionano i giovanissimi, alla storia che questa meravigliosa città conserva e solo passeggiando si manifesta con chiarezza e dimostra come, pur nella sua fragilità, ha ancora tanto da offrire.”
G. C.

CONDIVIDI