La ricostruzione dell’omicidio di Eligia Ardita effettuata dalla Corte, e i tre “pilastri probatori” per condannare all’ergastolo il marito

Siracusa. Sono state depositate le motivazioni della sentenza emessa dalla Corte d’Assise di Siracusa (presidente, Giuseppina Storaci; a latere, Alessandra Gigli) contro Christian Leonardi, riconosciuto colpevole di avere ucciso la propria moglie Eligia Ardita e condannato alla pena dell’ergastolo.
La Corte, in oltre 200 pagine, al capitolo XII della sentenza ripercorre la ricostruzione dell’omicidio di Eligia Ardita e il motivo che l’ha spinta a infliggere la pena del carcere a vita a Christian Leonardi.

Ritiene la Corte che alla luce del compendio probatorio sopra esaminato – acquisito nel corso di una lunga, articolata e, talvolta, sovabbondante istruttoria dibattimentale – possa affermarsi, oltre ogni ragionevole dubbio, la penale responsabilità dell’imputato Christian Leonardi in ordine ai delitti, a lui ascritti, di omicidio volontario ai danni della moglie e di procurato aborto del feto che la donna portava in grembo.
Con riguardo alla ricostruzione dei fatti e alla conseguente affermazione di responsabilità dell’imputato, tra i numerosi elementi probatori acquisiti – prove dichiarative, intercettazioni telefoniche ed ambientali, copiosa documentazione – spiccano, per la loro importanza e la loro decisività, tre elementi in particolare, che possono ritenersi i “pilastri probatori” sui quali fondare l’affermazione della penale responsabilità dell’imputato: la confessione resa dall’imputato, che sebbene successivamente dallo stesso ritrattata, è stata tuttavia ritenuta dalla Corte pienamente utilizzabile ai fini della decisione, per i motivi che saranno diffusamente spiegati nel prosieguo; i rilievi effettuati dai Carabinieri del RIS all’interno dell’appartamento di via Calatabiano n. 4, ovvero sulla scena del crimine; i risultati della perizia medico-legale disposta dalla Corte sugli esiti dell’autopsia.
La valutazione complessiva e ragionata dei suddetti materiali processuali, analiticamente esaminati nei capitoli che precedono, ha portato, dunque, la Corte a ricostruire i fatti nel modo di seguito indicato, sulla base di un quadro probatorio che li attesta in termini processualmente affidabili.

L’omicidio di Eligia nella ricostruzione della Corte

La sera del 19 gennaio 2015, Eligia Ardita, all’ottavo mese di gravidanza, aveva trascorso una serata piacevole insieme ai suoi genitori, Agatino Ardita e Grazia Caruso, da lei invitati a cena; era presente anche il marito di Eligia, Christian Leonardi. La cena, così come risulta dalle concordi dichiarazioni rese dai genitori di Eligia, si era svolta tranquillamente: Eligia, che appariva in ottime condizioni fisiche e che, come sua abitudine da quando era in stato di gravidanza, indossava un paio di fuseaux neri e una maglietta dello stesso colore, aveva consumato un pasto a base di minestrone, insalata verde, un pezzo di sfoglia con le melenzane e mezzo arancino. Dopo cena, i genitori di Eligia erano andati via, intorno alle ore 21,30, ed Eligia era rimasta a casa con il marito. Quando questi le aveva detto di voler uscire per andare a giocare alla sala Bingo, Eligia si era opposta, scatenando nel marito una improvvisa e violenta reazione. mentre entrambi si trovavano nel soggiorno.
Poichè Eligia urlava, il Leonardi, per zittirla, le aveva messo le mani sulla bocca e sul volto e l’aveva spinta violentemente contro il muro per immobilizzarla, verosimilmente cagionandole le multiple lesioni ecchimotiche al capo rilevate in sede di autopsia.
Mentre la teneva ferma ed addossata al muro continuando a comprimerle il volto e la bocca con le mani per impedirle di parlare, Eligia aveva cominciato a vomitare, rigurgitando parte del cibo sulla parete nonchè indosso ad entrambi, sporcando le pareti e il pavimento del soggiorno, e contestualmente inalandone una cospicua quantità; nonostante ciò il Leonardi continuava a tenerla bloccata.
Quando infine Eligia crollava a terra, ormai priva di conoscenza, il Leonardi si rendeva conto di aver commesso qualcosa di irreparabile e dopo aver riflettutosul da farsi, decideva di mettere la moglie sul letto, e di fare sparire ogni traccia cambiandole i vestiti sporchi, pulendo le tracce di vomito sparse lungo le pareti del soggiorno e un po’ per tutta la casa, dopodichè provvedeva a chiamare il 118 e successivamente i suoceri. All’arrivo dei soccorritori – chiamati dal Leonardi alle ore 23,23, come risulta dalla scheda di intervento del 118 – l’imputato riferiva, in particolare al dott. Aloi che insistentemente cercare di suscitare la sua attenzione chiedendogli cosa fosse accaduto mentre appariva impegnato in una conversazione al cellulare, ben tre versioni in merito a quanto successo prima della telefonata al 118: 1) mentre era a letto, si era svegliato e aveva sentito la moglie rantolare; 2) mentre era in soggiorno, aveva sentito che la moglie – in camera da letto – non respirava bene; 3) mentre entrambi erano in soggiorno, la moglie aveva preso a vomitare e l’aveva portata in camera da letto; versioni dei fatti rivelatesi poi assolutamente false. La ricostruzione dei fatti sopra riportata risulta, come già evidenziato dalla Corte, oggettivamente riscontrata sia dagli esiti dei rilievi effettuati dai Carabinieri del RIS di Messina, sia dagli esiti della perizia medico-legale disposta dalla Corte sui risultati dell’autopsia (di cui si è diffusamente argomentato nei precedenti capitoli V, VIII e XI, cui si rinvia) e rispecchia fedelmente la versione dei fatti fornita dal Leonardi in sede di confessione.
A questo punto occorre stabilire se tale confessione possa essere posta a base del giudizio di colpevolezza dell’imputato sebbene successivamente ritrattata. Ed invero sul punto, secondo consolidata giurisprudenza della Corte di Cassazione, “la confessione può essere posta a base del giudizio di colpevolezza dell’imputato nelle ipotesi nelle quali il giudice ne abbia favorevolmente apprezzato la veridicità, la genuinità e l’attendibilità, fornendo ragione dei motivi per i quali debba respingersi ogni sospetto di intendimento autocalunniatorio o di intervenuta costrizione sul soggetto. Quando tale indagine, ovviamente estesa al controllo su tutte le emergenze processuali, nel caso di intervenuta ritrattazione, non conduca a smentire le originarie ammissioni di colpevolezza, dovrà allora innegabilmente riconoscersi alla confessione il valore probatorio idoneo alla formazione del convincimento della responsabilità dell’imputato, anche se costui, dopo aver reso confessione del delitto di omicidio alla polizia giudiziaria, al pubblico ministero ed al giudice delle indagini preliminari, abbia ritrattato in dibattimento le precedenti dichiarazioni” (cfr, ex plurimis, Cass. Sez. I sent. n. 14623 del 4.3.2008).
Orbene nel caso di specie osserva la Corte che la ricostruzione degli eventi effettuata dal Leonardi, in sede di confessione, è perfettamente sovrapponibile ai risultati dell’autopsia, della perizia medico legale disposta dalla Corte e dei rilievi dei Carabinieri del RIS, e rappresenta una vera e propria “fotografia” della scena del delitto.
Conseguentemente, la Corte, apprezzata la veridicità, la genuinità e l’attendibilità della confessione resa dall’imputato, la ritiene valido elemento probatorio di colpevolezza a carico del predetto e pienamente utilizzabile ai fini della decisione, nonostante la successiva ritrattazione.
Questo Giudicante, in ossequio all’ulteriore principio di diritto esplicitato dalla Suprema Corte nella massima che precede, ritiene, altresì, di escludere, nella fattispecie in esame, ogni sospetto di intervenuta costrizione sul Leonardi a confessare un crimine mai commesso, come invece sostenuto dall’imputato nel “memoriale” a sua firma e ribadito in udienza, laddove ha affermato di essere stato “costretto” a confessare per le pressioni psicologiche da parte del suo precedente difensore di fiducia, avv. Gioacchino Scuderi, e dal fratello Pierpaolo.
Ed invero la Corte, sul punto, ha esaminato le dichiarazioni rese da Pierpaolo Leonardi, fratello dell’imputato (vedasi capitolo X) il quale, nel corso della sua lunga articolata deposizione, ha precisato che, a seguito dei risultati dei rilievi dei Carabinieri del RIS e degli esiti dell’autopsia che evidenziavano gravi profili di responsabilità a carico del fratello, aveva “consigliato”, e non certo costretto, Christian a confessare, al solo scopo di fargli ottenere un trattamento sanzionatorio più mite, come peraltro consigliatogli dal difensore di fiducia (la Corte non dispone delle dichiarazioni dell’avv. Scuderi in quanto il predetto, in udienza si è avvalso della facoltà di non rispondere per il segreto professionale).
Orbene la Corte, come già ampiamente argomentato nel Capitolo X, ritiene le dichiarazioni rese da Pierpaolo Leonardi assolutamente credibili, genuine e veritiere anche perchè oggettivamente riscontrate dall’esito delle intercettazioni telefoniche e, in particolare, della conversazione del 10.9.2015 ore 17,47, nel corso della quale Pierpaolo Leonardi, ignaro di essere intercettato, (e dunque potendosi ritenere le sue affermazioni genuine e sincere) manifesta al suo interlocutore tutta la sua preoccupazione per la sorte del fratello nonchè la speranza circa l’innocenza di quest’ultimo affermando, tuttavia, che qualora fossero emersi concreti elementi di responsabilità a carico del fratello sarebbe stato pronto a denunciarlo per amore di verità e giustizia.
Alla luce delle considerazioni che precedono può fondatamente ritenersi che la confessione del Leonardi, lungi dall’essergli stata “estorta”, sia stata frutto, invece, di una libera scelta del predetto.
Inoltre, la precisa e circostanziata descrizione degli avvenimenti effettuata dall’imputato nel corso della sua confessione è sicuramente frutto della sua diretta partecipazione ai tragici eventi della sera del 19.1.2015 all’interno dell’abitazione e non deriva, come invece da lui sostenuto, dalla “ipotetica ricostruzione dei fatti” suggeritagli dall’avv. Scuderi nonchè dal M.llo Zaccariello, i quali non potevano essere a conoscenza di simili dettagli (peraltro il M.llo Zaccariello, nel corso della sua deposizione, all’udienza del 7.6.2017, riferiva di non aver assolutamente interrogato il Leonardi in caserma il 19.9.2015 in quanto quest’ultimo aveva dichiarato di voler parlare esclusivamente con il Pubblico Ministero).
Va sottolineato inoltre che l’imputato, nel ritrattare ciò che aveva precedentemente confessato, ha negato e/o travisato alcune circostanze oggettivamente acclarate ed incontrovertibili (come evidenziato nel Capitolo IX cuisi rinvia). Può pertanto concludersi che quanto dichiarato dal Leonardi nel corso della sua spontanea e libera confessione ha trovato piena conferma nelle emergenze processuali e che tutti gli elementi esposti in questa motivazione trovano riscontro solo nella confessione e non nella ritrattazione.
Quanto agli esiti dei rilievi del RIS – ulteriore elemento probatorio privilegiato dalla Corte – sono da ritenersi pienamente attendibili e condivisibili in quanto ancorati a solide basi scientifiche ed esenti da vizi logici.
Rileva infatti la Corte che l’elevata concentrazione di tracce biologiche di saliva umana e/o vomito rinvenute nel soggiorno dell’abitazione dei coniugi Ardita-Leonardi, di cui cinque riconducibili al profilo genotipico di Eligia Ardita (quattro sulle pareti vicino al divano e una sul pavimento) dimostra inequivocabilmente che la vittima si trovava nel soggiorno nel momento in cui ebbe il copioso rigurgito di vomito a seguito dell’azione violenta da parte del Leonardi.
Ed invero non può essere spiegata altrimenti la presenza di queste tracce di saliva soprattutto sulle pareti vicino al divano, atteso che, come evidenziato dal consulente tecnico della parte civile Gen. Garofano con argomentazioni logiche e di estremo rigore scientifico che questa Corte ritiene di condividere pienamente, le tracce suddette per numero, estensione e collocazione appaiono sintomatiche di un meccanismo proiettivo forte (di saliva) e dunque incompatibili con un semplice colpo di tosse e/o starnuto come invece sostenuto dalla difesa dell’imputato.
Inoltre, il fatto che queste tracce siano state rinvenute nel soggiorno, coincide perfettamente con quanto inizialmente dichiarato dal Leonardi in sede di confessione allorchè riferiva che il litigio con la moglie era avvenuto nel soggiorno, che lui l’aveva spinta sul muro vicino al divano mettendole le mani sulla bocca e che la donna, a seguito di tali azioni violente, aveva avuto un rigurgito di vomito sporcando sia le pareti che il pavimento.
(FINE I – CONTINUA)

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