Caso intimidazioni ai parenti di Boager: disposti gli arresti domiciliari per il rosolinese Cristian Rubbera

Siracusa. Ha lasciato la Casa Circondariale di Cavadonna il rosolinese Cristian Rubbera, 28 anni, coinvolto nella vicende delle intimidazioni ai parenti di Renato Boager. Il Giudice delle indagini preliminari Andrea Migneco ha tramutato la misura della custodia in carcere precedentemente adottata con quella degli arresti domiciliari in considerazione delle sue precarie condizioni di salute. E’ stata l’avvocata Anna Maria Campisi ad avere presentato una corposta documentazione medica al Gip Migneco per supportare la richiesta di revoca della misura della custodia in carcere. Anche il Pubblico Ministero Gaetano Bono ha espresso parere favorevole alla concessione degli arresti domiciliari al ventottenne Cristian Rubbera, per consentirgli di essere curato dai medici di fiducia e di essere assistito dai propri familiari. Questa è l’unica novità delle ultime ore sulla vicenda degli atti intimidatori commessi da Antonio Piazzese, 41 anni, Corrado Caruso, 43 anni, Cristian Rubbera, 28 anni e Maria Caruso, 57 anni, tutti difesi dall’avvocato Anna Maria Campisi, su mandato dal pachinese Renato Boager, 54 anni, detenuto nel carcere di Paola, in provincia di Consenza.

Al carcere di Paola, in provincia di Cosenza, nei giorni scorsi si è svolto l’interrogatorio di garanzia del pachinese Renato Boager, 54 anni, contro il quale il Giudice delle indagini preliminari Andrea Migneco ha emesso un’ordinanza di custodia in carcere poichè ritenuto il mandante di tre atti intimidatori commessi ai danni dei propri familiari con i quali ha dei contrasti perchè, a suo dire, avrebbero sottratto alla propria madre delle somme di denaro. All’interrogatorio di garanzia, che avviene per rogatoria, è presente l’avvocato Junio Celesti, che assiste Boager assieme all’avvocato Salvatore Lucenti. Il pachinese si è avvalso della facoltà di non rispondere, ma prima di congedarsi dal Gip chiede di rendere una dichiarazione spontanea. Boager nega con forza gli addebiti, sostenendo di non aver incaricato alcuno a compiere atti intimidatori contro i suoi familiari e in particolare contro il fratello Giuseppe. Inoltre, il pachinese nega decisamente di avere chiesto a qualcuno di uccidere un componente della sua famiglia. Poi, una volta rotto il ghiaccio, il pachinese si dichiara vittima della guerra famigliare dichiarata “contro di me da mio fratello e da mia sorella. Mi odiano perchè ho ad entrambi contestato di essersi appropriati di ingenti somme di denaro sottratte, con metodi meschini, a nostra madre. Queste storie di cui mi accusano sono da mettere in relazione con l’altra vicenda per la quale mi trovo detenuto in questo carcere e per la quale sono stato condannato a cinque anni e tre mesi. Vengono creduti mio fratello, mia sorella e mio cognato, e invece io non vengo creduto dai magistrati, probabilmente per i miei precedenti penali. Ma le accuse che io muovo a mio fratello e a mia sorella sono vere e mia madre, in alcune lettere, conferma di essere stata indotta a consegnare una volta quattromila euro e successivamente delle ulteriori somme di denaro ai miei fratelli”. Il Gip calabrese ha preso atto della dichiarazione spontanea resa da Renato Boager e ha ordinato al cancelliere di trasmetterla con urgenza al Gip del Tribunale di Siracusa, Andrea Migneco, che ha firmato l’ordinanza di custodia in carcere non solo nei confronti del Boager ma anche di Antonio Piazzese, 41 anni, Corrado Caruso, 43 anni, Cristian Rubbera, 28 anni e Maria Caruso, 57 anni, tutti difesi dall’avvocato Anna Maria Campisi. I tre uomini, rinchiusi nella Casa Circondariale di Cavadonna e la donna, associata nella Casa Circondariale di Piazza Lanza, a Catania, non hanno risposto alle domande del Gip e non hanno reso dichiarazioni spontanee come invece ha fatto Renato Boager.
I cinque indagati sono stati arrestati in esecuzione all’ordinanza di applicazione della misura cautelare in carcere emessa dal Gip Andrea Migneco su richiesta del procuratore aggiunto Fabio Scavone e del Pubblico Ministero Gaetano Bono. Agli indagati vengono contestati tre distinti atti intimidatori avvenuti nei mesi di ottobre e novembre 2018 contro il fratello di Renato Boager.
Il primo episodio intimidatorio avviene la sera del 16 ottobre 2018 alle ore 01.50 circa, quando veniva collocato dinanzi al negozio di ricambi per auto di proprietà di Giuseppe Boager, sito in Pachino via Marsala n.64, un ordigno che non esplodeva per un difetto di innesco. Il secondo episodio si verifica la sera del 31 ottobre 2018 alle ore 00:45 circa, allorquando veniva data alle fiamme l’autovettura Fiat Panda di proprietà di Giuseppe Boager, ma in uso al figlio Salvatore. Il terzo episodio accade la sera del 14 novembre successivo, quando un secondo ordigno piazzato nuovamente dinanzi alla saracinesca del medesimo esercizio commerciale, veniva fatto esplodere provocando ingenti danni.
Gli atti intimidatori venivano inquadrati nell’ambito di una contrapposizione familiare già in essere da almeno due anni, che vedeva Renato Boager, personaggio di spessore criminale ben conosciuto a Pachino e in alltri comuni della provincia di Siracusa, protagonista di atti di violenza nei confronti dei parenti che non attuava personalmente poiché, con studiata strategia criminale, aveva commissionato a pregiudicati di Pachino, per evitare di incappare nelle indagini della Polizia. Per tali reati, peraltro, il Boager stava già affrontando un processo al termine del quale, nello scorso mese di gennaio, veniva condannato alla pena di 5 anni e 3 mesi di reclusione dal Giudice Monocratico Antonella Coniglio, che aveva condiviso le indagini del Commissariato di Pachino, e la tesi accusatoria del Pubblico Ministero Andrea Palmieri.
Le indagini svelavano come, mosso da rancore, il Boager anche dal carcere continuava a progettare atti intimidatori contro il fratello Giuseppe, nei cui confronti era riuscito a far commettere due atti intimidatori nel vano tentativo di condizionarne la testimonianza nel processo in cui risultava imputato. Come accertato dalla Polizia, dopo la condanna, Renato Boager inizierà a progettarne altri ben più gravi che attentavano alla vita del fratello.
Le indagini condotte dal Commissariato di Pachino, nei tre episodi, traevano spunti utili da quanto emerso dalla rilevazione delle immagini della videosorveglianza, che fornivano elementi inequivocabili.
Mentre più immediata risultava l’indagine relativa all’incendio dell’autovettura Fiat Panda di proprietà di Giuseppe Boager, che portava al fermo di indiziato di delitto, già nella stessa giornata del 31 ottobre 2018, a carico di Maicol Zisa e Salvatore Cianchino, quali autori materiali dell’atto intimidatorio, soltanto successivamente, e a conclusione delle indagini, emergerà che il mandante era stato Renato Boager.
Negli atti intimidatori in danno dell’attività commerciale gestita da Giuseppe Boager, le telecamere consentivano di raccogliere i primi elementi fondamentali per le indagini, a partire dalla presenza sul luogo del delitto di un’autovettura A.R. 147 di colore grigio, di proprietà di Maria Caruso ma in uso ad Antonio Piazzese, che la utilizzava ogni volta che doveva commettere i reati.
Gli accertamenti sulla donna svelavano come il compagno Corrado Caruso, fosse detenuto presso il carcere di Cavadonna proprio nella stessa cella di Renato Bpager.
Si avviavano, pertanto, una serie di attività tecniche sulle utenze in uso alla donna, ma anche al Piazzese, dalle quali emergeva come costoro riuscissero a comunicare tramite “utenze citofono” con entrambi i detenuti, Corrado Caruso e Renato Boager, chiedendo informazioni sulle indagini che riguardavano i fatti accaduti a Pachino. Cercavano infatti, informazioni rassicuranti, temendo che gli indumenti sequestrati dalla Polizia potessero ricondurre alle loro responsabilità.
Si comprendeva che i cellulari erano stati indebitamente introdotti all’interno del carcere da Maria Caruso, verosimilmente in occasione dei colloqui, durante i quali, consegnava al compagno le sim card intestate al proprio figlio defunto, nella speranza di eludere eventuali intercettazioni.
Proprio le intercettazioni evidenziavano nel Piazzese, l’uomo di fiducia della donna a cui la stessa aveva dato incarico di eseguire gli atti intimidatori commissionati da Renato Boager.
Ciò che muove il Piazzese nel realizzare le volontà del Boager a lui giunte per il tramite dei Caruso, è certamente il denaro, anticipatogli proprio da Maria Caruso, con il quale viene remunerato il lavoro e che, in parte, il Piazzese deve ancora riscuotere come si evince da alcune intercettazioni, in cui si lamenta con Cristian Rubbera, con cui quotidianamente si accompagna.
Analogamente, si ascoltava il Renato Boager, indifferente per avere trascinato altri nella commissione degli atti intimidatori, oramai con l’unico scopo di vita quello di condizionare l’esito del processo penale, sovente al telefono con amici fidati, commentare con sadico piacere il fatto che i propri parenti, al suo cospetto nell’aula del Tribunale, risultavano terrorizzati per gli attentati subìti proprio in prossimità delle udienze.
Inoltre, il Boager dando ulteriore mandato al compagno di cella Corrado Caruso cerca di ottenere che Piazzese compia un più grave gesto, una gambizzazione o addirittura l’omicidio per il quale è disponibile a pagare rispettivamente la somma di 3.000 e 20.000 euro, come emergerà dai colloqui in carcere in cui Corrado Caruso si offrirà di realizzarlo personalmente non appena uscito dal carcere, atteso che la compagna Maria Caruso gli precisa che il Piazzese non è in grado di compiere un così grave gesto.
Che tra Renato Boager e Corrado Caruso sia stato stipulato tale “pactum sceleris” vi è conferma in un’altra conversazione in cui Corrado Caruso rivela a Maria Caruso che nel testamento di Boager, questi lo ha nominato erede di un immobile.
Invero, l’odio che muove Renato Boager verso i propri parenti era stato rilevato già nel 2017 durante le indagini che hanno portato alla condanna del Boager e di Damiano Rizza, ritenuto l’autore materiale dell’aggressione in danno di Filippo Borgh, cognato di Renato Boager, commissionata proprio da quest’ultimo.
Nella complessa vicenda sono coinvolti anche i pachinesi Maicol Zisa e Salvatore Cianchino, già in carcere per l’attentato incendiario contro la macchina di Giuseppe Boager.
Ai cinque arrestati vengono contestati i reati di tentata estorsione, detenzione e porto di materiale esplosivo, minacce gravi, danneggiamento aggravato e al solo Boager anche l’incendio doloso dell’auto di proprietà del fratello Giuseppe Boager.
Le indagini sono state svolte dagli agenti della Polizia di Stato in servizio al Commissariato di Pachino.

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