Mafia, sequestrati beni per 40 milioni di euro all’imprenditore Roberto Cappuccio, già 16 anni fa chiamato in causa del pentito Rosario Piccione

Catania. Su proposta della Procura della Repubblica di Catania, i Finanzieri del Comando Provinciale di Catania, in collaborazione con il Servizio Centrale Investigazione Criminalità Organizzata (Scico), hanno eseguito un provvedimento di applicazione di misura patrimoniale, emesso dal Tribunale etneo, Sezione Misure di Prevenzione, finalizzato al sequestro di attività commerciali, immobili, beni mobili registrati e disponibilità finanziarie, per un valore complessivo di circa 40 milioni di euro, riconducibili a Roberto Cappuccio, 54 anni, tratto in arresto nell’operazione “Beta” per tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso. Roberto Cappuccio è amministratore di fatto dell’Unigroup Spa, impresa siracusana che distribuisce prodotti alimentari a bar, esercizi pubblici, ristoranti e grande distribuzione.
Nell’inchiesta della Procura distrettuale di Messina, Roberto Cappuccio figurava tra i 30 destinatari di misure restrittive personali indagati, a vario titolo, per associazione mafiosa, estorsione, corruzione, trasferimento fraudolento di valori, turbata libertà degli incanti, esercizio abusivo dell’attività di giochi e scommesse, riciclaggio e reati in materia di armi. In tale contesto, emergeva, a carico del soggetto destinatario dell’odierna misura patrimoniale, la sua contiguità al clan Santapaola-Ercolano. Il Cappuccio è imputato di tentata estorsione aggravata dalla finalità mafiosa unitamente ad altri soggetti appartenenti a Cosa Nostra etnea operanti nel territorio di Messina fino al settembre 2015. Nello specifico, Cappuccio è stato rinviato a giudizio per aver, nella qualità di socio della “Cooperativa Italiana di Catering”, preso parte a una serie di condotte intimidatorie, unitamente ad appartenenti al sodalizio mafioso, finalizzate a porre in essere un forzato recupero crediti nei confronti di una società commerciale fornitrice della stessa cooperativa.
Il Tribunale di Messina nel riesaminare l’ordinanza applicativa della misura cautelare emessa nei confronti di Roberto Cappuccio, nel rigettare la richiesta dell’imputato, ha evidenziato come lo stesso, anche sulla base di riscontrate dichiarazioni di collaboratori di giustizia, avesse intessuto rapporti economici di cointeressenza, già negli anni Novanta, con esponenti del clan mafioso “Bottaro-Attanasio”. Infatti, Cappuccio aveva acquisito partecipazioni societarie unitamente a un familiare di Ernando Di Paola, 52 anni, condannato per associazione mafiosa per la sua appartenenza al clan “Bottaro- Attanasio” per fatti commessi dal 1990 al 2002. Il Cappuccio si avvaleva, dunque, del rapporto privilegiato con la criminalità organizzata di stampo mafioso e della correlata capacità intimidatoria per affermarsi nel mercato delle forniture alimentari della Sicilia orientale in posizione dominante. In cambio, Cappuccio garantiva a Ernando Di Paola pieno supporto nella conduzione dei suoi affari imprenditoriali attraverso la fornitura di merci, la collocazione dei suoi prodotti e la concessione di garanzie indispensabili per il rilascio di fideiussioni bancarie.
Sulla base, dunque, di una pluralità di elementi indiziari gravi e concordanti, il Tribunale etneo ha ritenuto l’imprenditore Roberto Cappuccio soggetto gravato da pericolosità sociale qualificata in quanto dedito allo svolgimento di attività illecita riconducibile alla fattispecie delittuosa dell’illecita concorrenza con minaccia o violenza, avvalendosi delle condizioni previste dalle associazioni di tipo mafioso.
Gli approfondimenti effettuati dagli specialisti del Gico di Catania e dello Scico su delega del Gruppo di lavoro delle Misure di Prevenzione del Tribunale etneo sono consistiti nella messa a sistema del vasto compendio indiziario a carico di Cappuccio tratto dall’esame di documentazione bancaria e contabile, dalle evidenze di atti pubblici e scritture private, dalle dichiarazioni di collaboratori di giustizia e, da ultimo, dalle intercettazioni eseguite nell’ambito della citata operazione “Beta” della Procura Distrettuale Antimafia peloritana.
I complessi accertamenti patrimoniali eseguiti hanno permesso di tracciare analiticamente il profilo soggettivo di Roberto Cappuccio, di ricostruire il complesso quadro di imprese da lui di fatto gestito individuandone gli asset patrimoniali illecitamente accumulati nonché l’acquisizione di beni privati con risorse finanziarie di provenienza illecita.
Al descritto profilo soggettivo del Cappuccio è, tra l’altro, corrisposta una cospicua “sproporzione” complessiva di oltre 40.000 euro delle attività economiche possedute, dall’imprenditore, dalla sua cerchia familiare, rispetto ai redditi dagli stessi dichiarati al fisco a partire dal 1997. Nel dettaglio, tra le operazioni esaminate dalle Fiamme Gialle etnee, figurano, tra le altre: l’acquisizione nel 2001 ad opera di Cappuccio di un’imbarcazione da un familiare di un appartenente a un sodalizio mafioso poi destinatario di una misura di prevenzione patrimoniale; lo stesso natante è stato successivamente oggetto di una repentina rivendita al medesimo prezzo; l’acquisto iniziale non era giustificato dalle fonti reddituali a disposizione del nucleo familiare di Roberto Cappuccio; l’acquisizione nel 2008 da parte della moglie di Roberto Cappuccio di una villa non coerente con il quadro reddituale esistente all’epoca; l’acquisizione, in assenza di redditi disponibili, di un’autovettura e di due villette ad opera dei figli dell’imprenditore; una serie di compravendite immobiliari operate da Cappuccio, attraverso la citata Unigroup, a favore di altra società allo stesso riconducibile, la “Family Group Srl”.
Le indagini patrimoniali dei militari del Nucleo di Polizia Economico – Finanziaria di Catania, eseguite anche con l’ausilio del sofisticato software “Molecola” sviluppato dalla Guardia di Finanza per l’acquisizione massiva e l’analisi di tutte le informazioni rilevabili dalle numerose banche dati in uso al Corpo, evidenziano che proprio l’indisponibilità di risorse finanziarie, in diversi momenti dell’arco temporale investigato, costituisce la prima traccia dell’avvenuta immissione di capitali di illecita provenienza.
Il patrimonio sequestrato oggi dalle Fiamme Gialle etnee – per un valore di circa 40 milioni di euro – è costituito da due fabbricati (tra i quali una villa di 10 vani con piscina situata a Siracusa), 32 rapporti bancari, un bene mobile registrato (un’autovettura del valore commerciale all’acquisto di circa 50.000 euro) nonché le seguenti imprese: “Unigroup Spa”, con sede in Melilli, esercente l’attività di “commercio all’ingrosso di generi alimentari, prodotti lattiero-caseari, bevande e bibite alcooliche ed analcooliche, prodotti surgelati” attiva dal 2004, ultimo fatturato dichiarato di 31 milioni di euro; “Family Group Srl”, con sede in Siracusa, esercente l’attività di “somministrazione di alimenti e bevande. Bar”; attiva dal 2015, ultimo fatturato dichiarato di 891.000 euro; alla predetta società commerciale sono riconducibili, oltre al “Resort Cala Petra”, rinomate attività di ristorazione nei centri di Ortigia e Fontane Bianche; “Be.Ca. Srl”, con sede in Siracusa, esercente l’attività di “agenti e rappresentanti di altri prodotti alimentari; tabacco”; attiva dal 1994, ultimo fatturato dichiarato 36 mila euro.
Agli atti ci sono anche i verbali contenenti le dichiarazioni rese dal ragioniere Rosario Piccione, al Pubblico Ministero Andrea Palmieri, in servizio alla Procura della Repubblica di Siracusa, che indagava Alfredo Franzò e suo fratello Luigi per truffa e ricettazione, allorquando i due gestivano un avviato autosalone di macchine usate in Via Elorina. Nelle sue dichiarazioni, Rosario Piccione, già collaboratore di giustizia dall’estate del 2002, chiamava in causa Roberto Cappuccio, indicandolo come “avvicinato” al clan mafioso Bottaro-Attanasio, ed in particolar modo come amico e finanziatore di Ernando Di Paola e Alfredo Franzò, questi ultimi due brillanti imprenditori nel settore della enogastronomia. Come collaboratore di giustizia, nel 2003 il Piccione venne sentito dal Pubblico Ministero Andrea Palmieri presso la caserma principale dei Carabinieri di Catania, sita in Piazza Dante. E riferendo sui presunti traffici economici dei suoi compagni di clan Ernando Di Paola, Alfredo Franzò, Salvatore Scala, Angelo Iacono, Pietro Milazzo, Maurizio Midolo, detto ‘u sciuri (fiore), ha chiamato in causa pure Roberto Cappuccio, parlando del giro di affari, leciti e loschi, in cui lo stesso era coinvolto negli anni in cui era un “signor nessuno”. Rosario Piccione in quelle dichiarazioni rese sedici anni fa, indica il Cappuccio come il finanziatore della latitanza, a Milano, di Ernando Di Paola quando quest’ultimo era ricercato nel lontano 2001 per l’inchiesta delle infiltrazioni mafiose all’Inda, nella quale venne colpito dall’ordinanza di custodia in carcere e successivamente condannato per associazione di stampo mafioso. Il collaboratore di giustizia Piccione ha anche riferito che agli inizi della sua attività imprenditoriale il Cappuccio ha aperto e gestito alcuni supermercati nelle zone balneari tra cui il Samoa e la B&C, parla di una frode miliardaria ai danni della Yogurt Muller, delle quote azionarie pagate nel parco giochi dell’Acquapark e per la gestione del parcheggio, dei generosi contributi corrisposti ad alcuni componenti del clan per metterli in condizione di prendere in affitto un capannone alla Targia, di proprietà di Luciano Veneziano per vendere cesta natalizie. Anche il pentito avrebbe dovuto aprire un supermercato con i soldi del Cappuccio ma il giorno in cui doveva avvenire in pompa magna l’inaugurazione arrivarono gli agenti della Squadra Mobile e lo arrestarono per l’estorsione a Medimax.
A distanza di oltre sedici anni, le dichiarazioni del ragioniere Rosario Piccione, ex componente del clan mafioso Bottaro-Attanasio, sono state valorizzate al massimo dai Pubblici Ministeri di Messina e di Catania per far pagare pegno all’imprenditore Roberto Cappuccio dalla doppia vita. Il pentito si è messo a disposizione dei magistrati di Messina e di Catania affinchè possa rendere delle dichiarazioni in aula su quanto a sua conoscenza sul conto dell’imprenditore Roberto Cappuccio. E in particolar modo per riferire ai giudici quali fossero realmente i rapporti di Cappuccio con gli esponenti del clan mafoso Santapaola di Catania e con i “picciotti” del gruppo mafioso Bottaro-Attanasio di Siracusa.

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