Tentata estorsione al bar “Il Cavallino Rosso”: il Pm La Rosa chiede la condanna di Luciano De Carolis a 3 anni

Siracusa. Potrebbe costargli un occhio l’extra vodka ordinata al banconista del bar “Il Cavallino rosso”, angolo tra piazzale Marconi e Via Catania. Il Pubblico Ministero della Dda di Catania, Alessandro La Rosa, a conclusione della requisitoria, ha chiesto la condanna a tre anni di reclusione per Luciano De Carolis, per il reato di tentata estorsione aggravato dal metodo mafioso. Secondo il magistrato della Procura Distrettuale Antimafia di Catania, Luciano De Carolis, come si evince dalle deposizioni rese dai gestori e dal banconista del bar “Il Cavallino rosso”, la sera del 27 marzo dell’anno scorso, Luciano De Carolis, avrebbe fatto consumare alle sei o otto persone che si trovavano in suo compagnia i bicchieri di vodka senza pagare la consumazione e, inoltre, quando il banconista gli ha chiesto di recarsi alla cassa e farsi rilasciare lo scontrino gli ha risposto dicendogli che lui non aveva mai pagato in vita sua nei locali pubblici di Siracusa.
Il Pubblico Ministero La Rosa ha sostenuto che sono sussistenti sia il reato di tentata estorsione sia l’aggravante del metodo mafioso e ha quindi chiesto al Collegio Penale (presidente, Antonella Coniglio; a latere, Giuliana Catalano e Liborio Mazziotta) di condannare Luciano De Carolis alla pena di tre anni di reclusione. Il rappresentante della pubblica accusa ha concluso il suo intervento chiedendo al Tribunale di voler riconoscere l’aggravante della recidiva specifica a Luciano De Carolis.
La richiesta del Pubblico Ministero La Rosa è stata condivisa dagli avvocati Antonio Mirone e Manuela Lanzafame, difensori delle parti civili che si sono costituite in giudizio contro Luciano De Carolis, tuttora sottoposto alla misura cautelare agli arresti domiciliari. L’avvocato Mirone, legale del Coordinamentro delle Associazioni antiracket della provincia di Siracusa, oltre a quella penale, ha chiesto la condanna del De Carolis al risarcimento dei danni previo il pagamento di diecimila euro all’Associazione antiracket, mentre la sua collega, avvocata Lanzafame, in difesa di Salvo Noto e Santo Zocco, gestori del bar “Il Cavallino rosso”, che dopo la lite con il De Carolis sono divenuti testimoni di giustizia unitamente a Lucia Fontana, compagna del primo e madre del secondo, ha chiesto al Collegio di condannare l’esponente del clan mafioso a risarcire i suoi clienti con l’importo di trentamila euro.
La parola è stata quindi presa dall’avvocato Sebastiano Troia, difensore di fiducia di Luciano De Carolis. Il penalista ha spiegato che la sua arringa è frutto della visione delle immagini televisive riprese dalle telecamere installate dentro il bar di Piazzale Marconi e delle dichiarazioni rese dai testimoni a discolpa.
“Quelle immagini – ha continuato l’avvocato Troia – dicono che Luciano De Carolis non era dentro il locale quando c’è stata la discussione tra il banconista e gli avventori, uno dei quali, tale Francesco Mauceri, ha regolarmente pagato i bicchieri di vodka che lui e i suoi amici avevano consumato. Qualcuno degli avventori – ha aggiunto il penalista – si è lamentato con il banconista facendogli osservare che il livello della vodka riversata in ogni bicchiere non era corrispondente alla quantità che di solito viene fornita negli esercizi pubblici e al prezzo pagato. Tra avventori e banconista è nata una discussione e a quel punto Luciano De Carolis, sentendo le grida dei suoi accompagnatori, ha smesso di parlare con la persona con cui si era intrattenuto all’esterno del bar e, entrando nel locale, ha voluto sapere dai suoi amici il motivo delle loro lagnanze”. “Luciano De Carolis, sapendo di essere persona indesiderata dalla signora Lucia Fontana, che ha una figlia collaboratrice di giustizia e un parente, il pentito di mafia Concetto Salvo Sparatore, che ha il dente avvelenato contro di lui in quanto lo ritiene il killer del proprio fratello Angelo Sparatore, per tagliare la testa al toro ha preso venti euro e li ha dati al cassiere del bar”.
Per l’avvocato Troia il suo cliente non ha commesso assolutamente il reato di tentata estorsione e nemmeno la circostanza aggravante di cui all’articolo 416 bis (associazione di tipo mafioso) e ha chiesto ai giudici di assolverlo con formula piena. Il penalista ha ricordato che l’ultima condanna riportata da Luciano De Carolis risale al 2014 nell’ambito dell’operazione antimafia “Lybra” e che, scontata la pena, si è visto revocare sia la libertà vigilata sia la sorveglianza speciale per buona condotta e per non avere commesso altri reati. L’avvocato Troia, tuttavia, per scrupolo difensivo, come subordinata, ha chiesto al Tribunale di qualificare il fatto come esercizio arbitrario delle proprie ragioni.
Conclusa l’arringa difensiva, sembrava che i giudici si ritirassero in camera di consiglio per deliberare il verdetto e, invece, il Pubblico Ministero Alessandro La Rosa ha chiesto la parola e, una volta che la presidente Coniglio lo ha autorizzato a parlare, ha annunciato di voler replicare alle considerazioni dell’avvocato Sebastiano Troia, comunicando però che l’avrebbe illustrata in una prossima udienza. Il Collegio ha accolto la richiesta e ha rinviato all’udienza del 10 giugno la replica del Pubblico Ministero Alessandro La Rosa.
Luciano De Carolis nega di avere commesso il reato e continua a ribadire che le accuse mosse nei suoi confronti dai gestori del bar “Il Cavallino Rosso” sono prive di fondamento.
Dagli atti risulta che il dipendente del bar chiedeva agli amici dell’esponente del clan mafioso di recarsi alla cassa e pagare l’extra porzione di vodka, mentre Luciano De Carolis, pur non avendo consumato il liquore, avrebbe redarguito il banconista per aver chiesto il pagamento della consumazione extra. Il banconista asserisce che, alla sua legittima richiesta di recarsi alla cassa e di pagare l’extra fornitura di vodka, tutti i clienti avrebbero protestato sostenendo di non aver ricevuto una congrua fornitura di vodka mentre il De Carolis gli avrebbe detto “noi non paghiamo un bel nulla, anche perchè devi sapere che io non ho mai pagato da nessuna parte”.
Innanzi al Gip Monaco Crea del Tribunale di Catania, De Carolis ha negato di avere pronunciato questa frase e si è difeso affermando che i titolari del bar covano del rancore nei suoi confronti in quanto lo ritengono uno degli autori dell’omicidio di Angelo Sparatore.
L’esponente del clan “Bottaro-Attanasio” ha pure sostenuto che gli attuali gestori del bar “Il Cavallino Rosso” gli avrebbero fatto capire che non era gradita la sua presenza nel loro locale in quanto lui è un mafioso e quindi un pericolo per la loro incolumità fisica poichè imparentati con alcune persone che hanno intrapreso il percorso della collaborazione con la giustizia. Affermazione questa che ha provocato la rabbia di Salvo Noto e della sua compagna Lucia Fontana, i quali negano di avergli detto di non mettere più piede nel loro locale. Il pericolo che De Carolis possa entrare nel bar di piazzale Marconi non c’è più in quanto Salvo Noto, divenuto anche lui testimone di giustizia, ha chiuso il Cavallino rosso e l’ha messo in vendita al prezzo trattabile di ottocentomila euro.

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