Calafiore e Amara saranno controesaminati il 20 giugno e per il sottosegretario Lotti si profila l’accompagnamento coattivo

Messina. Gli avvocati Piero Amara e Giuseppe Calafiore, gli artefici del cosiddetto “Sistema Siracusa”, nell’odierna giornata di martedì 28 Maggio, erano attesi dal Tribunale di Messina, seconda Sezione Penale, (presidente, Mario Samperi; a latere, Fabio Pagana e Claudia Misale) per rispondere entrambi alle domande di difensori degli imputati alla sbarra e il solo Calafiore anche a quelle dei Pubblici Ministeri Antonio Carchietti, Antonella Fradà e Federica Rende. Invece, si è presentato soltanto l’avvocato Calafiore, mentre Amara non s’è visto assolutamente. Il rebus sul mancato arrivo di Amara è stato chiarito dal controllo effettuato sul verbale della scorsa udienza: quando il presidente Samperi ha comunicato la data del 28 maggio per consentire ai difensori di controesaminare il testimone della pubblica accusa, quest’ultimo aveva già lasciato l’aula e nessuno si è preoccupato di informarsi se fosse a conoscenza della convocazione orale del presidente del Collegio. Il controesame di Piero Amara sarà effettuato alla prossima udienza del 20 giugno. Oltre a lui, dovrà presentarsi anche l’avvocato Calafiore il quale ha risposto alle domande del Pubblico Ministero Carchietti che gli ha chiesto di ribadire come lui e Amara sono entrati in contatto con il giudice laico del Consiglio di Giustizia Amministrativo di Palermo Sebastiano Mineo e l’ex presidente della Regione Siciliana Giuseppe Drago e di riferire quanto a sua conoscenza dei trecentomila euro sborsati da Amara in favore dell’ex senatore di Ala, Denis Verdini. Riguardo alla domanda sui rapporti intrattenuti con la coppia Mineo-Drago, l’avvocato Calafiore ha detto che, nel corso di un incontro svoltosi in un albergo della capitale, l’ex presidente della Regione siciliana ha presentato “a me e a Piero Amara il professore Mineo come il giudice che, in qualità di componente del Cga di Palermo, ci avrebbe dato una mano per vincere i ricorsi che avevamo presentato sul caso Open Land contro il Comune di Siracusa e su quello AM Group contro la Soprintendenza ai Beni Culturali di Siracusa. In cambio il professore Mineo ci ha chiesto di pagare le spese per le cure che il presidente Drago avrebbe dovuto affrontare per lottare contro il cancro”. L’avvocato Calafiore ha aggiunto che “io e l’amico Piero Amara abbiamo risposto affermativamente alla richiesta del professore Mineo e abbiamo messo a disposizione la somma di 115 mila euro, necessaria al presidente Drago per recarsi in Malesia e sottoporsi a tutte le cure per guarire dal tumore”. Amara e Calafiore incaricano Alessandro Ferraro, che già conosceva il presisente della Regione Siciliana, di aprire un conto corrente solidale depositando in una banca maltese la somma di 115 mila euro. Lo stesso Ferraro fornisce quindi al presidente Drago una carta di credito con la quale, traferitosi in Malesia per essere ricoverato in una clinica, poi effettua i prelievi per far fronte alle spese sanitarie. L’avvocato Calafiore precisa che Alessandro Ferraro non ha mai partecipato agli incontri preliminari svoltisi a Roma con il presidente Drago e il professore Mineo. Il Ferraro viene coinvolto dall’avvocato Amara che, nel corso dell’esame del 19 marzo scorso, ha dichiarato di essere stato lui ad avere chiesto ad Alessandro Ferraro di aprire il conto corrente solidale a favore del professore Mineo.
Per quanto riguarda i rapporti con il senatore Verdini, che l’avvocato Calafiore chiama familiarmente “Denis”, il collaboratore di giustizia riferisce di avere saputo che il suo collega “Amara gli ha prestato del denaro, ma in mia presenza non gli ha mai consegnato soldi”.
L’avvocato Calafiore – sempre su domanda del Pubblico Ministero Carchietti – ha riferito come aveva conosciuto Piero Amara e quali fossero i loro rapporti. “Per me – ha detto – Piero Amara è stato un fraterno amico. L’ho conosciuto attraverso Alessandro Ferraro e da quel momento abbiamo iniziato a frequentarci. L’ho difeso in un procedimento penale e, successivamente, quando Amara ha deciso di trasferirsi a Roma ho raccolto il suo invito di trasferirmi anch’io nella capitale, ove assieme abbiamo aperto uno studio legale”.
Il resto della storia è di dominio pubblico. Calafiore e Amara vengono raggiunti da un’ordinanza di custodia cautelare in carcere e vengono rinchiusi il primo a Regina Coeli di Roma e il secondo a Piazza Lanza di Catania. E’ Amara a decidere di collaborare con la giustizia e alcuni giorni dopo analoga scelta farà Calafiore. Entrambi diventano i testimoni chiave del processo “Sistema Siracusa” e di quello per frodi fiscali e reati contro il fisco che, contemporeneamente, a quello di Messina viene aperto dalla Procura di Roma. Per una parte dei reati commessi a Roma, gli avvocati Piero Amara e Giuseppe Calafiore hanno già patteggiato la pena: il primo ha avuto applicata la pena di tre anni di reclusione e la multa di 75 mila euro; il secondo ha patteggiato due anni e nove mesi di reclusione e la multa di 32 mila euro. Questa sentenza di applicazione della pena a richiesta delle parti è già approdata alla Suprema Corte di Cassazione, che la esaminerà il prossimo 17 giugno. Se viene confermata gli avvocati Amara e Calafiore verranno arrestati e rinchiusi in carcere, dove però dovrebbero rimanere alcuni giorni per poi essere ammessi alla detenzione domiciliare per espiare la pena patteggiata. I due avvocati il prossimo 25 giugno, dovrebbero patteggiare la pena per i reati a ciascuno contestati dalla Procura della Repubblica di Messina nell’ambito del procedimento penale “Sistema Siracusa”. Quella che patteggeranno sarà una mite pena in continuazione con la condanna riportata a Roma per tutti i reati contestati a titolo di corruzione in atti giudiziari. Le parti – Procura della Repubblica di Messina da una parte e imputati Amara e Calafiore dall’altra – non hanno ancora raggiunto un’intesa. I difensori di Calafiore (avvocati Alberto Gullino e Mario Fiaccavento) e il difensore di Amara (avvocato Salvino Mondello) vorrebbero arrivare ad una pena di un anno di reclusione da aggiungere a quella di tre anni riportata da Amara e di due anni e nove mesi applicata a Calafiore dal Gup di Roma. L’obiettivo che i due imputati e i rispettivi difensori vogliono centrare è quello di arrivare ad una pena che non superi i quattro anni di reclusione per consentire ad Amara e Calafiore di ottenere l’affidamento in prova.
Ma non è detto che i guai con la giustizia siano circoscritti ai procedimenti penali aperti a Roma e Messina. Calafiore, ad esempio, è indagato a Siracusa per le disavventure in cui è coinvolta la sua compagnia Rita Concetta Frontino. Amara è coinvolto nella bancarotta fraudolenta della Sai8 e ha chiesto di essere giudicati dal Tribunale di Messina anzichè da quello di Siracusa. La sua richiesta è stata trasmessa dal Giudice dell’udienza preliminare Carla Frau alla Suprema Corte di Cassazione per stabilire se accogliere l’istanza di legittima suspicione formulata dall’avvocato Piero Amara oppure rigettarla. Ma non solo. Altri guai per l’avvocato Piero Amara stanno per arrivare dalla Procura della Repubblica di Milano, in quanto inserito dai pm milanesi nel settembre 2017 in un’«associazione a delinquere» finalizzata a «concordare un depistaggio» del processo sulle tangenti Eni in Nigeria, tramite «esposti anonimi e denunce nel 2015-2016 alla Procura di Siracusa» su un fantomatico «complotto contro l’amministratore delegato Eni Claudio Descalzi» (imputato con il predecessore Paolo Scaroni in Eni-Nigeria).
L’Eni ha consegnato ai pm milanesi uno studio da cui risulta che l’avvocato esterno Amara ha incassato da Eni 11 milioni di euro di parcelle dal 2003, di cui 7,6 in 179 parcelle fra il 2011 e il 2017. Dallo studio risultano anche i rapporti di alcuni top manager con Amara, oltre a «difetti di tracciabilità delle parcelle, significativi scostamenti e reiterate violazioni di procedure», in seguito ai quali sono stati decisi degli avvicendamenti in Eni.
Da alcune settimane ha cessato di essere di fatto il numero tre dell’Eni l’ex capo degli affari legali 2005-2017 Massimo Mantovani, che era stato promosso (benché indagato per la vicenda «complotto») alla guida dell’importante divisione Gas&Power, e ora è invece dirottato dall’amministratore delegato Descalzi (che pure lo difese nel 2014 dalle critiche dei consiglieri Litvack e Zingales) negli uffici londinesi di una società Eni in Norvegia. Lascia Eni il suo ex vice agli affari legali, Vincenzo Larocca, dal 2016 al timone di Syndial, la società ambientale di Eni. Due avvocati interni Eni vengono spostati. E verifiche in corso anche sul numero due di Eni, Antonio Vella, a capo della cruciale divisione «Esplorazione e produzione», sembrano orientare già un periodo di graduale passaggio di consegne nelle prossime settimane.
La cavalcata di Amara in Eni non subì contraccolpi nemmeno quando il 2 agosto 2012 su un quotidiano uscì la notizia che nel 2009 aveva patteggiato undici mesi di reclusione per «accesso abusivo a sistema informatico» della Procura antimafia di Catania. Possibile che un colosso come Eni, attento alla reputazione nel mondo, abbia poi continuato a ingaggiarlo? Quando ora gli audit Eni mostrano a Mantovani e Larocca una loro mail del 3 agosto 2012 sull’articolo del 2 agosto, i due sostengono si riferissero invece a un altro articolo del 3 agosto, che non parlava del patteggiamento: non una gran risposta, posto che l’articolo del 3 agosto raccontava l’azione disciplinare avviata dal ministro della Giustizia Paola Severino (poi legale Eni e ora di Descalzi) a carico di un pm di Siracusa per rapporti societari tra loro familiari e proprio Amara nelle energie alternative. Tanto che Mantovani scrive a Larocca: «Presumo tu abbia letto su procura Siracusa e menzione avv Amara. Abbiano pratiche su Siracusa dove siamo assistiti da Amara?». Larocca risponde: «Su Siracusa non credo proprio. Se c’è qualcosa è roba minore. Verifico comunque». Risposta singolare, visto che Amara a Siracusa patrocinava una società Eni in un processo istruito proprio dal pm bersaglio dell’azione disciplinare, «roba» così «minore» che poi Eni liquiderà ad Amara 395.000 euro di parcella. Mantovani non ricorda «quando ho conosciuto fisicamente Amara». Kpmg ne rileva rapporti al di là dei processi: come quando il 10 agosto 2016 Mantovani manda il numero di Amara e annuncia a Stefano Speroni (avvocato dello studio «Dentons», oggi capo affari legali Eni al posto di Mantovani) che «ti contatterà un collega, Piero Amara, anche amico, è un penalista ma ha anche interessi come imprenditore e gli occorre assistenza per piccola cessione di società italiana ad americana, per cortesia aiutalo as you can!». Di certo Mantovani invita Amara a casa per una cena nel periodo di Pasqua ancora nel 2017, quando cioè già era noto che il «complotto» anti-Descalzi fosse stato innescato a Siracusa da una denuncia depositata da Alessandro Ferraro, factotum di Amara abbonato al presentare false denunce per radicare inchieste strumentali presso compiacenti pm di Siracusa. Come mai? «Non me ne sono reso conto», risponde ai pm milanesi Mantovani, capo peraltro di almeno due avvocati interni Eni che avevano conosciuto Ferraro al matrimonio nel 2010 di uno di loro, dove Ferraro era con Amara.
E’ di alcuni giorni fa la notizia uscita dagli uffici giudiziari milanesi secondo la quale Amara, ancora detenuto a Regina Coeli per l’inchiesta “Sistema Siracusa”, riceve da Eni un bonifico sul conto corrente bancario aperto a Dubai di oltre 25 milioni di euro. I magistrati della Procura di Milano stanno per chiedere una rogatoria internazionale per sequestrare quel “tesoro”, che, secondo i pm lombardi, sarebbe stato messo a disposizione dell’ex legale esterno per tenere la bocca cucina.
L’ultima notizia su questo filone di corrotti e corruttori arriva da Messina. Il presidente della Seconda Sezione penale del Tribunale, avrebbe minacciato l’accompagnamento coattivo del sottosegretario allo Sport Lotti.

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