Omicidio di Pippo Romano: il Pm La Rosa chiede la condanna a 30 anni di carcere per Alessio Attanasio

Catania. Questa volta il processo, con rito abbreviato, a carico di Alessio Attanasio, 49 anni, accusato dell’omicidio di Giuseppe Romano, avvenuto il 17 marzo 2001 in Via Elorina, dovrebbe andare a conclusione. Oggi pomeriggio, martedì 4 giugno, innanzi al Giudice dell’udienza preliminare Loredana Pezzino, è regolarmente cominciato e si è svolta, per la quarta volta consecutiva, la requisitoria del Pubblico Ministero Alessandro La Rosa. Il quale, a conclusione del suo intervento oratorio, ha ribadito la richiesta di condanna di Attanasio alla pena di trent’anni di reclusione. Prima della requisitoria, il Gup Pezzino ha dato lettura dell’ordinanza emessa dalla Corte d’Appello di Catania che ha rigettato l’istanza di ricusazione avanzata dal boss siracusano nei confronto dello stesso Gup in quanto, a suo dire, avrebbe adottato alcune decisioni in sede di indagini preliminari contrarie all’indagato. Subito dopo, l’avvocato Licinio La Terra Albanelli, difensore di fiducia di Alessio Attanasio, ha ripresentato due richieste tese ad ottenere una perizia balistica e l’acquisizione della patente della vittima dell’agguato mortale al fine di accertare la sua esatta altezza. Sulle due richieste del difensore di Attanasio il Pubblico Ministero La Rosa si è opposto ed il Gup Pezzino, ritenendo le “prove” non utili per la sua decisione, non le ha ammesse e ha ordinato procedersi oltre. A quel punto, ha preso la parola il Pubblico Ministero La Rosa, che ritenendo convergenti e credibili le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, Salvatore Lombardo, Attilio Pandolfino, Giuseppe Curcio, Dario Troni, Antonio Tarascio e Rosario Piccione, secondo i quali uno dei due killer entrati in azione in via Elorina fosse appunto Alessio Attanasio, ha ribadito la richiesta di condanna a 30 anni di reclusione per il boss siracusano. Il magistrato della Procura Distrettuale Antimafia ha ricordato che l’agguato mortale si verificò diciassette anni fa, durante il quale l’incolpevole Giuseppe Romano fu crivellato di piombo, mentre si trovava alla guida di una Fiat 126. Secondo i pentiti, il povero Giuseppe Romano, estraneo all’ambiente criminale, fu ucciso per uno scambio di persona da parte dei killer i quali ritenevano che al volante della 126 ci fosse l’imprenditore Saparoso, appaltatore edile, proprietario della macchina.
Alessio Attanasio, che nega gli addebiti, ha seguito il processo dalla saletta del carcere di Cuneo e al suo fianco c’era l’avvocato Maria Teresa Pintus del Foro di Sassari.
Per la Difesa di Attanasio comunque parlerà soltanto l’avvocato Licinio La Terra Albanelli, che ha chiesto un termine, alla luce del rigetto delle due richieste difensive (perizia balistica e acquisizione della carta d’identità del povero Giuseppe Romano) e il Gup Pezzino, concedendoglielo, ha rinviato la ripresa del processo alla data del 22 ottobre.
Rispetto all’opinione del Pubblico Ministero La Rosa, il boss Alessio Attanasio si protesta assolutamente innocente e ha effettuato una chiamata in reità nei confronti del pentito Salvatore Lombardo, detto Puddisinu, e del defunto Liberante Romano, indicandoli come gli autori dell’omicidio di Giuseppe Romano. Tra l’altro In una memoria difensiva, già acquisita agli atti. Alessio Attanasio spiega di essere estraneo all’agguato e attacca violentemente i collaboratori di giustizia che lo indicano come uno degli autori del delitto. Nella memoria Alessio Attanasio scrive: “E’ da precisare che il collaboratore di giustizia Rosario Piccione dice di avere saputo dall’Attanasio che lo stesso non ha commesso l’omicidio di Giuseppe Romano ed anzi ne è rimasto meravigliato (verbali del 9 ottobre 2002 e 19 settembre 2003); allo stesso modo lo scrivente viene scagionato dai collaboranti Antonio Tarascio, detto Zuccaru, (verbale del 21 giugno 2012) e Giuseppe Curcio (verbale del 25 luglio 2012). Quest’ultimo accusa dell’omicidio Salvatore Lombardo il quale aveva tentato di depistarlo indicandogli quale autore dell’omicidio il reggente del clan di Santa Panagia (il Lombardo messo alle strette durante un confronto con Giuseppe Curcio ammise di averlo voluto depistare (verbale del 25 luglio 2012) e l’unico motivo plausibile è da ricercarsi nel fatto che egli stesso, il Lombardo, è l’autore dell’omicidio del Romano. Inoltre il Lombardo indica un movente diverso da quello riferito da Attilio Pandolfino che pur dice di essere la sua fonte (de relato del de relato, fonte sconosciuta); invero il Pandolfino dice di avere saputo da Elio Lavore che non risultando tra gli autori dell’omicidio, non si sa da chi l’abbia saputo. Il Pandolfino peraltro chiama a riscontro delle proprie affermazioni i collaboranti Giuseppe Curcio e Antonio Tarascio, che però lo smentiscono. Pandolfino (verbale del 30 luglio 2013): “Ne ho parlato con Tarascio Antonio (…) “del resto la circostanza era alquanto risaputa fra i detenuti; ad esempio ne era a conoscenza anche (…) Giuseppe Curcio”. Antonio Tarascio (verbale del 21 giugno 2012: “Non so dire se Attanasio fosse coinvolto nell’omicidio di tale Romano avvenuto in Via Elorina”). Giuseppe Curcio (verbale del 19 marzo 2010: “In ordine all’omicidio di Giuseppe Romano Salvatore Lombardo, detto Puddisinu, parlando casualmente di tale omicidio, mi disse che l’autore dello stesso era stato Pincio Davide”). Giuseppe Curcio (trascrizione del confronto con Lombardo Salvatore del 25 luglio 2012, pagina 27: “Avevo parlato di questo omicidio con Iacono Angelo il quale mi aveva fatto intendere che l’omicidio di Giuseppe Romano era stato commesso da Lombardo Salvatore”). Un guazzabuglio. Ed ancora. Il Lombardo accusa Lino Mazzarella di avere incendiato la moto Enduro usata per l’omicidio (verbale del 26 ottobre 2010), quando invece non solo non risulta alcuna motocicletta data alle fiamme ma, addirittura, i rilievi tecnici escludono che il delitto sia stato commesso con una moto. Nell’esame autoptico (pagine 15 e 16) emerge che i proiettili avevano “una direzione quasi perfettamente trasversale” e che il primo dei colpi esplosi “ha frantumato i cristalli dei due finestrini” della Fiat 126 sulla quale si trovava la vittima. Tutto ciò risulta documentato nelle foto 67 – 68 – 69 – 70 – 73 e 74 dell’autopsia nonchè nelle foto 1-3-6-8-14-21 dei rilievi tecnici eseguiti dalla Questura di Siracusa il 17 marzo 2001. La DDA di Catania, ex articolo 358 cpp, potrebbe compiere un ulteriore accertamento in merito per avere la certezza che il Romano sia stato ucciso da sicari a bordo (non di una moto, ma) di un’automobile. Invero se i colpi di pistola fossero stati esplosi da sicari a bordo di una moto Enduro, (siccome affermato dal Lombardo), i proiettili avrebbero avuto una traiettoria dall’alto verso il basso. In proposito si allega il certificato medico di ingresso in Istituto penitenziario del 13 aprile 2001 (a distanza di meno di un mese dall’omicidio), in cui risulta il peso dell’Attanasio pari a 65 Kg. (poi stranamente corretto a penna a 75 Kg). Con un peso (piuma) del genere una moto Enduro non si abbassa nemmeno di un centimetro. Riguardo al movente dell’omicidio vi sono ben quattro versioni. 1) Secondo Pandolfino per vendicare l’affronto subito dal fratello del sottoscritto (verbale del 30 luglio 2013). 2) Secondo Lombardo per vendicare l’arresto di Giovanni Latino. 3) Secondo Troni per debiti di gioco. 4) Secondo Francesco Saporoso Beretta per una estorsione non pagata. In merito al primo movente – vendicare il maltrattamento del fratello Fabrizio – appare evidente come si sia abusato abbastanza della vicenda. Infatti sempre per la stessa motivazione Attanasio è stato accusato di avere commesso i seguenti reati: 1) avere collocato un ordigno esplosivo innanzi la discoteca Caligola (sentenza della Corte di Appello di Catania del 7 giugno 2007, definitiva 18 giugno 2008); 2) avere sottoposto la famiglia Di Grano ad una estorsione di 50 milioni di lire (sentenza del 7 giugno 2007, definitiva il 18 giugno 2008); 3) di avere sostituito la ditta che svolgeva il servizio di sicurezza presso la discoteca con altra ditta “amica” (sentenza del 7 giugno 2007, definitiva il 18 giugno 2008); 4) per avere progettato l’omicidio (poi fallito) dei buttafuori catanesi (verbale del Tarascio del 21 giugno 2012, pagina 5 dell’allegata memoria manoscritta: “dei buttafuori avevano messo le mani addosso al fratello di Attanasio, così la sera dopo Attanasio Alessio voleva punirli e si appostò nei pressi della discoteca con Angelo Iacono, a fargli la posta ma non andarono quella sera i buttafuori a lavorare”; 5) (adesso persino) di avere progettato l’uccisione del compare di Francesco Mangion, braccio destro di Nitto Santapaola, (salvo sbagliare il bersaglio), il cui figlio era tra i buttafuori della discoteca “Caligola” che avevano aggredito il fratello dello scrivente. In merito al secondo movente (vendicare l’arresto di Giovanni Latino, asseritamente alla vittima designata) si rappresenta che il Lombardo l’ha appreso dalla stampa (articolo a firma di Pino Guastella, apparso ne La Sicilia del 21 marzo 2001, edizione di Siracusa, pagina 18) e che tale movente viene smentito dagli inquirenti che all’epoca sottoposero il giornalista ad intercettazione telefonica per scoprire da chi lo avesse a sua volta appreso, giungendo alla conclusione che si sia trattato di una ipotesi giornalistica sganciata dalla realtà. In merito al terzo movente (debiti di gioco) si rappresenta che Dario Troni nelle prime dichiarazioni affermava di non sapere nulla (verbale 25 luglio 2012): “Dell’omicidio di Romano Giuseppe non ne ho mai saputo nulla, neppure dai giornali”. Salvo poi cambiare versione tre anni dopo (verbale 30 aprile 2015) affermando di avere saputo dall’Attanasio il luogo dell’omicidio, le modalità (appostamento con ausilio di un cannocchiale) e movente (“per motivi connessi ad un debito legato al gioco d’azzardo”). Con buona pace dei requisiti della coerenza e della costanza che vengono pretesi dalle Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione con la sentenza 1 agosto 1995 “Costantino” e 16 maggio 2013 “Aquilina”. Il movente menzionato al numero 4 (estorsione non pagata da Saporoso, vera vittima designata, scambiata con il Romano, è talmente risibile da non essere presa in considerazione nemmeno dagli inquirenti (peraltro i due non potevano essere mai scambiati poichè diversissimi tra di loro per altezza, corporatura, capigliatura e automobile). Tutto ciò senza nemmeno considerare l’assoluta assenza di riscontri, meno che mai individualizzanti. Non si ritiene dunque necessario fornire al momento alibi di cui l’Attanasio è in possesso (corredato da documentazione video); lo si fornirà soltanto in caso di eventuale rinvio a giudizio e di condanna in primo grado (tanto per far fare l’ennesima brutta figura ai giudici di Catania – questo è il quinto omicidio che viene contestato all’Attanasio, ad oggi sempre assolto)”.

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