Araba Fenice: non si presentano due testimoni e il Collegio dispone l’accompagnamento coatto

Siracusa. Da Pachino sono arrivati molti cittadini, in maggioranza parenti degli imputati alla sbarra nel processo scaturito dall’operazione antimafia e antidroga denominata “Araba Fenice”, per seguire gli interrogatori dei quattro testimoni citati dal Pubblico Ministero Alessandro Sorrentino. Ma dei quattro si è presentato soltanto il proprietario di un trattore cui venne rubato per il teste da ignoti ladri, per gli inquirenti dai fratelli Giovanni e Claudio Aprile, nonchè da Rosario D’Agosta e Salvatore La Rosa. Il proprietario del trattore ha ribadito la versione fornita durante le indagini preliminari e cioè di avere denunciato il furto al Commissariato della Polizia di Stato ma di non avere mai saputo i nomi dei ladri. Con la deposizione dell’unico testimone presentatosi nell’aula della Corte d’Assise si è conclusa l’udienza. La mancata presentazione alla convocazione del Pubblico Ministero degli altri tre testimoni ha irritato il Collegio giudicante (presidente, Antonella Coniglio; a latere, Giuliana CatalPolizia ano e Liborio Mazziotta), che ha deciso l’accompagnamento coatto per i coniugi Cammisuli-Spatola, i quali dovranno essere accompagnati il prossimo 9 settembre dagli agenti della Polizia di Stato in servizio al Commissariato di Pachino. Analoga decisione era stata adottata per il testimone Zocco, ma lui non sarà accompagnato coattivamente in aula poichè il Pubblico Ministero Sorrentino ha rinunciato ad esaminarlo. Le difese degli imputati alla sbarra hanno prestato il loro consenso alla rinuncia fatta dal Pubblico Ministero di sentire il teste Zocco.
Quindi, il presidente ha rinviato il processo “Araba Fenice” alla udienza del 9 settembre prossimo. alla quale dovranno presentarsi obbligatoriamente i coniugi Cammisuli-Spatola, visto che dovranno essere accompagnati daI poliziotti del Commissariato di Pachino.
Dopo la decisione del Collegio giudicante di riunire i due processi in uno solo alla sbarra siedono Rosario Agosta, 45 anni, detenuto; Salvatore Agnello, 35 ani, libero; Rosario Astorina, 51 anni, libero; i fratelli Claudio, Giovanni e Giuseppe Aprile, tutt’e tre detenuti; Antonio Arangio, 21 anni, detenuto ai domiciliari; Sergio Arangio, 26 anni, libero; Orazio Blanco, 62 anni, libero; Salvatore Bosco, 33 anni; Massimo Caccamo, inteso ‘u rossu, detenuto; Antonino Cannarella, 23 anni, detenuto; Salvatore Cannavò, 54 anni, detto “Giovanni cicala”, detenuto; Antonino Cavarra, 59 anni, libero; Giuseppe Crispino, 40 anni, inteso ‘u barberi, detenuto; Daniele Di Stefano, 34 anni, libero; Giuseppe Di Salvo, 21 anni, detenuto; Gabriele Giuliano, 33 anni, obbligo di dimora; Salvatore Giuliano, 55 anni, detenuto; Vincenzo Guglielmino, 64 anni, libero; Alex Greco, 30 anni, libero; Vincenzo Gugliotta, 26 anni, detenuto; Salvatore La Rosa, 53 anni, libero; Giovanni Sampieri, 52 anni, libero; Maria Sanguedolce, 30 anni, libera; Salvatore Massimiliano Salvo, 36 anni, detenuto; Nunzio Agatino Scalisi, 59 anni, detenuto; Salvatore Spataro, 59 anni, libero; Giuseppe Villari, 56 anni, libero; Giuseppe Vizzini, 54 anni, inteso “Peppe Marcuotto”, detenuto; Simone Vizzini, 29 anni, detenuto. La posizione di Orazio Blanco, stralciata all’udienza scorsa per motivi di salute. verrà riunita a quella degli altri imputati all’udienza del 9 settembre visto che il difensore non ha potuto prendere parte all’udienza di questa mattina in quanto impegnato in altra sede.
Le indagini che hanno determinato l’operazione antidroga e antimafia denominata “Araba Fenice” sono state svolte dalla Squadra Mobile di Siracusa, con il coordinamento del Pubblico Ministero Alessandro Sorrentino della Direzione Distrettuale Antimafia della Procura di Catania. L’attività investigativa ha documentato, nel periodo che va almeno dal maggio 2015 sino al maggio 2017, l’esistenza e l’operatività nei territori della zona sud della provincia aretusea, compresi tra i comuni di Pachino e Portopalo di Capo Passero, di una associazione mafiosa denominata clan “Giuliano”, capeggiata dal boss Salvatore Giuliano, la quale, grazie alla forza di intimidazione esercitata dai suoi appartenenti, era in grado di condizionare le attività economiche della zona, traendone indebiti vantaggi, nonché di perpetrare una serie di attività illecite che spaziavano dalle estorsioni, al traffico di sostanze stupefacenti, alla commissione di furti ad abitazioni ed aziende agricole. Il Pubblico Ministero Sorrentino contesta ai trenta imputati numerose ipotesi di reato tanto è vero che per descriverne la portata occupano ben quattro pagine. Ovviamente i personaggi chiave di questa vicenda che si sviluppa nel comune di Pachino sono il boss Salvatore Giuliano e Giuseppe Vizzini, detto Peppe Marcuotto. Da una frase di quest’ultimo il giornalista Paolo Borrometi ha coniato il titolo del suo libro “Ogni tanto un morto”. Peppe Marcuotto, infatti, diceva ai propri figli che “ogni tanto un murticeddu ci vuole per far loro calare la cresta agli sbarbatelli”. Il giornalista Borrometi ha dato alla frase una propria interpretazione al punto da spingerlo a ipotizzare un attentato con auto bomba ai suoi danni, Le indagini, svolte dagli agenti del Commissariato di Pachino, però, non hanno trovato i riscontri alla ricostruzione del giornalista Borrometi.
L’indagine si è incentrata sulla figura di Salvatore Giuliano e sugli uomini di sua stretta fiducia, Giuseppe Vizzini e i fratelli Giuseppe, Giovanni e Claudio Aprile (tutti accusati del reato di associazione di tipo mafioso per la loro appartenenza al clan) e sulla progressiva ascesa del gruppo a vero e proprio sodalizio mafioso in grado di acquisire il monopolio nella produzione e nello smistamento dei prodotti ortofrutticoli coltivati nelle numerose serre presenti in quei territori. Salvatore Giuliano è, infatti, l’indiscusso boss della zona, cui tutti devono rivolgersi per poter svolgere le proprie attività nei territori sotto il suo controllo.
Grazie ai legami vantati nell’ambito della criminalità organizzata catanese con il clan “Cappello” e al patto di non belligeranza siglato con la consorteria rivale dei “Trigila”, Salvatore Giuliano si era quindi assicurato lo spazio operativo per dominare incontrastato nei territori di Pachino.
A tal proposito, l’attività d’indagine svolta dal Commissariato di Pachino e confluita in questo procedimento penale, ha anche documentato, in data 4 gennaio 2016, a Pachino, un episodio di danneggiamento a mezzo incendio, aggravato dal metodo mafioso, commesso da Salvatore Bosco e commissionato da Salvatore Massimiliano Salvo, organico al clan catanese dei “Cappello”, che ha avuto ad oggetto un mezzo utilizzato per la raccolta dei rifiuti di proprietà della Dusty s.r.l., azienda che aveva l’appalto di tale servizio nel comune di Pachino.
La principale fonte di guadagno del gruppo capeggiato da Salvatore Giuliano derivava dal condizionamento del ricco e fiorente mercato ortofrutticolo che da sempre costituisce in quei territori la più rilevante attività economica.
Per ottenere questo risultato, il sodalizio mafioso, rifuggendo dalla mera imposizione del pagamento di somme di denaro, aveva dato vita a un’attività imprenditoriale, “La Fenice s.r.l.”, le cui quote sociali risultano formalmente ripartite al 50% tra Gabriele Giuliano, figlio del boss Salvatore, e Simone Vizzini, figlio di Giuseppe “marcuotto”, che si occupa del commercio all’ingrosso di prodotti ortofrutticoli. Tale sodalizio ha nel magazzino sito a Pachino il suo quartier generale, ove si tenevano le riunioni e gli incontri con gli esponenti di altri clan.
Come emerso dalle numerose conversazioni registrate nel corso dell’indagine, la titolarità delle quote sociali in capo a Gabriele Giuliano e Simone Vizzini era meramente apparente e finalizzata a lasciare in mano al vero dominus, Salvatore Giuliano, la signoria e la gestione dell’attività di accaparramento del mercato ortofrutticolo.
Per tale ragione Salvatore Giuliano, Gabriele Giuliano e Simone Vizzini risultano gravemente indiziati del delitto di trasferimento fraudolento di valori, aggravato dal fine di agevolare l’associazione mafiosa. La “Fenice” non operava secondo le regole del libero mercato, bensì ricorrendo a forme di pressione intimidatoria, ora larvata ora esplicita, sugli operatori del settore. Tale strategia era finalizzata a costringere i produttori a versare il loro raccolto nei magazzini della “Fenice” in modo da ottenere il pagamento di una somma di denaro come corrispettivo dell’attività di mediazione per la successiva vendita della merce agli operatori della grande distribuzione. Allo stesso modo, anche i commercianti che intendevano acquistare i prodotti coltivati nelle serre di Pachino, per immetterli successivamente nel mercato finale, dovevano trattare con il boss Giuliano e il suo gruppo senza potersi interfacciare direttamente coi coltivatori.
Grazie a questo collaudato meccanismo, gli indagati pretendevano il pagamento di una somma di denaro, la c.d. “provvigione”, calcolata in percentuale del raccolto prodotto e ceduto agli operatori della piccola e grande distribuzione, che costituiva il corrispettivo per la presunta attività di mediazione contrattuale svolta tra produttori e commercianti.
In tale fase, un ruolo decisivo era svolto dai fratelli Giuseppe, Giovanni e Claudio Aprile, veri e propri bracci armati di Giuliano, cui il boss si rivolgeva quando era necessario incutere timore e far sentire la pressione del clan agli operatori del settore.
In alcuni episodi, che vedevano come vittime i produttori ortofrutticoli operanti in Noto e Rosolini, ovvero in territori sotto il controllo del clan rivale dei Trigila”, emergeva la concorrente partecipazione di Giuseppe Crispino in qualità di referente del “clan” facente capo ad Antonio Trigila, detto Pinnintula.
Ma le attività illecite del sodalizio non si limitavano al condizionamento illecito del mercato ortofrutticolo. La capacità di penetrazione del clan era tale da colpire anche le altre principali attività economiche della zona.
Anche il settore dei parcheggi a pagamento, situati a ridosso delle zone balneari ricadeva sotto l’influenza del clan. E in tale settore un ruolo determinante era svolto dai fratelli Giuseppe, Giovanni e Claudio Aprile, che, sempre in accordo col capoclan Giuliano, si occupavano della gestione dei parcheggi, sia direttamente collocandovi uomini fidati, sia indirettamente imponendo il pagamento di somme di denaro a coloro che li gestivano.
E’ stata, inoltre, contestata a Salvatore Giuliano e Claudio Aprile l’estorsione perpetrata ai danni del titolare di un lido balneare stagionale, costretto a versare al clan una somma di denaro in cambio di un presunto servizio di “guardianìa” svolto in suo favore.
Secondo quanto emerso nel corso dell’attività, inoltre, i fratelli Claudio, Giuseppe e Giovanni Aprile, avvalendosi della complicità di Rosario Agosta, Vincenzo Gugliotta, Giuseppe Di Salvo, Antonino Cannarella e Sergio Arangio si occupavano della commissione di furti di macchinari agricoli, specificatamente trattori e mezzi per la lavorazione della terra, che venivano asportati alle aziende agricole insistenti nei territori di Noto, Rosolini e Palazzolo Acreide.
Inoltre, veniva riconosciuta l’esistenza di un’associazione per delinquere finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti composta da Salvatore Cannavò, Massimo Caccamo e Antonio Arangio, i quali grazie all’avallo ottenuto dal boss Salvatore Giuliano, facevano giungere a Pachino ingenti quantitativi di cocaina per immetterli sul mercato.
Ai fratelli Giuseppe, Giovanni e Claudio Aprile, a Sergio Arangio, Giuseppe Di Salvo e Antonino Cannarella venivano altresì riconosciute singole condotte di detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti.
Infine, Salvatore Giuliano e Nunzio Agatino Lorenzo Scalisi, quest’ultimo Assistente Capo della Polizia di Stato in servizio presso il Commissariato di Pachino, sono gravemente indiziati del tentativo di estorsione, aggravato dal metodo mafioso, posto in essere in danno dei proprietari di un’abitazione condotta in locazione dal poliziotto. In particolare, il boss Giuliano, con minaccia, consistita nel presentarsi personalmente dietro richiesta e accordo con il poliziotto, aveva prospettato anche larvatamente pericoli per l’incolumità personale o ai beni delle persone offese, al fine di costringerli a non pretendere il corrispettivo di almeno tre canoni di locazione a loro dovuti dallo Scalisi.
Col medesimo provvedimento, il Gip Simona Ragazzi ha, altresì, disposto il sequestro preventivo delle quote sociali e dell’intero patrimonio aziendale de “ La Fenice s.r.l” di Pachino.

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