Pachino, la clamorosa bufala dell’attentato con autobomba al giornalista Paolo Borrometi

Pachino. Ai moltissimi lettori del Diario, che sono rimasti sorpresi e stupefatti dell’accusa rivolta al giornalista antimafia Paolo Borrometi di essersi inventato di sana pianta l’attentato con autobomba, li invitiamo di leggere attentamente la lettera dell’avvocato Luigi Caruso Verso, già anni fa senatore della Fiamma Tricolare, con la quale smentisce l’assunto del Borrometi, arrivando a definire una bufala l’attentato di cui parla soltanto il presidente dell’Associazione Articolo 21.
Borrometi, informato con molta superficialità di un attentato alla sua persona da parte di malavitosi di Pachino, ha costruito sulla base dell’errata informazione degli operatori del Commissariato di Pachino un attentato con autobomba e ha messo alle stampe un libro intitolando “Ogni tanto un morto ci vuole”. Tra l’altro a fornire spunto a Borrometi di ritenersi un sopravvissuto ha fornito il proprio contributo il Gip del Tribunale di Catania, Sammartino, che riporta nell’ordinanza cautelare da lei redatta la frase che si scambiano il boss Salvatore Giuliano e il suo fidato sodale Giuseppe Vizzini, detto Peppe Marcuotto. Quest’ultimo si lamenta degli attacchi giornalisti di cui è fatto bersaglio da parte di Borrometi e il capoclan gli risponde: “Ma fallo ammazzare, che t’importa…”. Ebbene il Gip Sammartino – anzichè interpretare correttamente il significato della frase detta da Salvatore Giuliano “ma mandalo a quel paese, che ti importa di ciò che scrive…”, invece nell’ordinanza scrive: L’indagato Giuliano chiese a Giuseppe Vizzini di uccidere il giornalista Paolo Borrometi. Ma non solo il Gip dà un’errata interpretazione alla frase detta dal Giuliano, ma addirittura omette di riportare la risposta di Giuseppe Vizzini: “Sì, mia moglie è andata a Catania a parlare con l’avvocato per querelarlo”. Eppure scorrendo le intercettazioni questa risposta del Vizzini segue la frase detta dal Giuliano “Ma fallo ammazzare…”. Se il Gip Sammartino avesse riportato entrambe le frasi e non soltanto quella del Giuliano, peraltro interpretata in maniera assolutamente errata, il presidente di Articolo 21 non avrebbe messo in circolazione la bufala dell’attentato con autobomba. I componenti dell’Associazione Articolo 21, giornalisti dello stesso valore mediocre del Borrometi, anzichè manifestargli solidarietà a prescindere, avrebbero dovuto chiedere allo strambalato giornalista d’inchiesta la copia degli atti processuali in cui si parla di questo attentato dinamitardo con autobomba. E soprattutto avrebbero dovuto chiedersi: scusa Paolo, ma chi è stato arrestato per questo attentato con autobomba contro la tua persona? La realtà è che nessun mafioso è stato arrestato per questo attentato dinamitardo con autobomba di cui parla e scrive Paolo Borrometi. Quelli di Articolo 21, invece, che cosa hanno fatto? Come tanti creduloni, dimenticando di essere dei giornalisti tenuti a dare ai lettori una corretta informazione, hanno preso per oro colato la versione di Paolo Borrometi e lo hanno nominato addirittura, nel 2017, presidente dell’Associazione. Io spero tanto che Borrometi abbia presentato la querela contro di me, come ha comunicato a destra e manca, perchè finalmente davanti ad un giudice dovrà dimostrare la fondatezza dell’asserito attentato con autobomba. Noi dei Diario ce le siamo lette tutte le carte dei processi a carico dei pachinesi Salvatore Giuliano e Giuseppe Vizzini, ma di atttentato con autobomba non si fa cenno in nessuna pagina. Lui che è il profeta della lotta alla mafia dimostri quanto asserisce e che, a causa della sua bufala, vive sotto scorta 24 ore su 24. Bella vita, la sua. Con le auto della scorta – quindi con i soldi degli italiani – si reca a convegni per presentare e reclamizzare il suo libro e a manifestazioni di protesta che si svolgono in tutt’Italia, o si reca agli incontri con il suo amichetto del cuore.
Fatta questa doverosa premessa, passiamo alla lettera redatta dall’avvocato Luigi Caruso Verso, ex difensore del boss di Pachino, Salvatore Giuliano.
“Nella vicenda degli arresti legata all’attentato dell’autovettura dell’avvocato Adriana Quattropani, ci sono tre vittime, due vere ed una totalmente inventata.
La prima, vera, che è stata completamente dimenticata dal circuito mediatico, è proprio la Collega destinataria dell’inqualificabile atto intimidatorio, alla quale va tutta la mia incondizionata solidarietà.
La seconda, vera, è il mio ex assistito, Salvatore Giuliano, accusato urbi et orbi, di preparare una “eclatante azione omicidiaria”, che esiste, solo nella fervida fantasia degli inquirenti.
La terza, falsa, è il cosiddetto “giornalista d’inchiesta”, Paolo Borrometi, che, quale vittima di un falso attentato, è diventato, ovviamente, un… falso eroe.
Nell’ordinanza di custodia cautelare (che riguarda altri e non Giuliano…) a pagina 8, rigo 33, si legge: “Così al progr. 197 del 8.1.2018: A Vizzini Giuseppe che ingiuriava il giornalista d’inchiesta Borrometi del giornale online La spia, il Giuliano consigliava di farlo ammazzare (Vizzini G.: “Stu lurdu”; Giuliano S.: “Lo so, ma questo, ma che cazzo di P.I. è, ma perchè non si ammazza, ma fallo ammazzare, ma che cazzo ti interessa?”).
Chiunque sia siciliano e legga la frase pronunciata da Giuliano (se non è in malafede, in preda ai fumi dell’alcool o molto distratto…) ne capisce perfettamente il significato (nel nostro dialetto è un modo tipico per dire: lascialo perdere, non ti curare di lui, illuminato, peraltro, in modo inequivocabile dal “ma che cazzo ti interessa?”, finale. Cioè, la realtà è chiara ed insuscettibile di diverse interpretazioni (specie per chi ha sentito anche il tono delle parole), è che Giuliano dice a Vizzini di lasciar perdere e di non prestare attenzione alle continue provocazioni del Borrometi, mentre per gli inquirenti (che sono tutti della Val Padana?) il Giuliano “consigliava” (sic!) di farlo ammazzare”.
Nella stessa pagina, al rigo 45, si legge: “… Ancora, al progr. 345 del 20/2/2018 Vizzini Giuseppe commentava con i figli le parole di Salvatore Giuliano il quale, forte dei suoi legami con il clan Cappello di Catania, per eliminare lo scomodo giornalista stava per organizzare un’eclatante azione omicidiaria. (Vizzini G.: “…se sballa…, se sballa… che deve succedere, picciotti. Cosa deve succedere! Succederà l’inferno! Ma non per i… P.I.! Mentre già lo so! …P.I. … casa affittata a Pozzallo e… P.I. … quindici giorni, via, mattanza per tutti e se ne vanno: scendono una decina… una cinquina, cinque, sei catanesi, macchine rubate, una casa in campagna, uno qua, uno qua… la sera appena si fanno trovare, escono… dobbiamo colpire a quello! Bum, a terra! Devi colpire a questo, bum a terra! E qua c’è u iocufocu! Come era negli anni ’90, in cui non si poteva camminare nemmeno a piedi; Vizzini Simone: così si dovrebbe fare! Vizzini Giuseppe: mi disse: lo sai che ti dico Peppe! Ogni tanto un murticeddu, vedi che serve! Per dare una calmata a tutti! un murticeddu, c’è bisogno…, così si darebbero una calmata tutti gli sbarbatelli, tutti mafiosi, malati di mafia! Un murticeddu…”.
Anche qui c’è un clamoroso travisamento della realtà.
Parlare di “eclatante azione omicidiaria” per “eliminare lo scomodo giornalista”, appare non una forzatura, ma una vera e propria invenzione!!
Dal tenore della discussione (Sempre se non si sia in malafede, in preda ai fumi dell’alcool, o molto distratti) si capisce chiaramente che lo “scomodo giornalista d’inchiesta” non c’entra un bel niente con i discorsi registrati (ai quali, peraltro, si badi, Giuliano non partecipa). Primo, perchè si parla di Pachino. Ed il giornalista d’inchiesta vive altrove… Secondo, perchè si fa riferimento agli anni 90. Ed, a Pachino, in quegli anni, crediamo, non sia mai stato ucciso alcun giornalista d’inchiesta… Terzo, perchè si parla chiaramente di dare una calmata a “tutti gli sbarbatelli, tutti mafiosi, malati di mafia”, salvo che il giornalista d’inchiesta, pur di continuare a fare il falso eroe, in quanto vittima del falso attentato, non sia disposto anche a vestire falsi panni!, ci pare proprio che non ci sia il benchè minimo riferimento alla sua persona…!
Peraltro, solo ad abundandiam, comunichiamo che, per perseguire e far punire il giornalista d’inchiesta, il signor Gabriele Giuliano, figlio di Salvatore, aveva già presentato querela presso gli uffici della Procura della Repubblica di Ragusa (concedendo al diffamatore la più ampia facoltà di prova), dimostrando con ciò, in modo chiaro, di voler ricorrere alla magistratura, per ottenere giustizia dei torti subiti.
Avvocato Luigi Caruso Verso
Pachino, 14 Aprile 2018
Avvocato

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