Sull’ergastolo ostativo la Corte Europea dei diritti dell’uomo boccia l’Italia: norme inumane

Strasburgo. E’ arrivata la decisione della Corte dei diritti dell’uomo sull’ergastolo ostativo. I giudici dell’Alta Corte Europea hanno dato torto all’Italia. Il ricorso del nostro Paese contro la sentenza del 13 giugno scorso è stato rigettato. I giudici della Grand Chambre della Comunità Europea ha bocciato senza se e senza ma la norma del cosiddetto “fine pena mai” in quanto, secondo l’orientamento giuridico della Corte Europea, al detenuto non si può negare il diritto di coltivare la speranza di poter uscire dal carcere prima di congedarsi da questa terra. La speranza del recupero del detenuto era per norma vietata ai detenuti condannati all’ergastolo per reati di mafia. Invece, afferma la sentenza della Corte di Strasburgo, al detenuto rinchiuso in carcere non si può togliere del tutto la speranza di un recupero.
Per i giudici della Corte Europea al condannato va riconosciuta la possibilità di redimersi e di pentirsi ed avere quindi l’ultima chance di migliorare la propria condizione.
La decisione della Cedu ha provocato piccate reazioni da parte di esponenti del governo giallorosso e dei magistrati delle Procure antimafia. E anche contrari si sono dichiarati ex magistrati che sono stati impegnati in prima linea nella guerra contro le mafie.
Il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, ha dichiarato: “Non condividiamo e faremo valere in tutte le sedi le ragioni del governo italiano e le ragioni di una scelta che lo Stato ha fatto, tanti anni fa, stabilendo che una persona può accedere anche ai benefici, a condizione però che collabori con la giustizia”. Il guardasigilli ha aggiunto che “noi abbiamo un ordinamento che rispetta i diritti di tutti le persone ma che di fronte alla criminalità organizzata reagisce con determinazione”.
Addirittura il presidente della Commissione parlamentare antimafia, Nicola Morra, ha espresso la propria contrarietà alla decisione della Corte di giustizia europea dei diritti umani in quanto a “Strasburgo non vogliono capire che l’Italia è in guerra con le mafie: Cosa nostra, camorra, ‘ndrangheta”. Secondo Morra “le norme rigide sull’ergastolo riguardano solo alcuni reati molto gravi – mafia, terrorismo, pedopornografia – e consentono una strategia severa contro chi, aderendo a un’organizzazione mafiosa o terroristica, si pone l’obiettivo di destabilizzare lo Stato”.
Ma l’orientamento della Cedu va in tutt’altra direzione. E condannando l’Italia, afferma il principio giuridico che il carcere duro è in contrasto con l’articolo 3 della Convenzione, per cui il nostro governo deve modificare le norme che impediscono ai detenuti condannati all’ergastolo duro di vedersi concedere i benefici del permessi e della liberazione anticipata. Il ricorso a Strasburgo venne presentato da Marcello Viola, un capocosca di Taurianova, detenuto per 4 ergastoli a seguito di omicidi, sequestro di persona, detenzione di armi. Ma per la Cedu quell’ergastolo “duro”, che la legge italiana battezza come “ostativo”, nel senso che impedisce la concessione di benefici, viola l’articolo 3 della Convenzione che vieta la tortura, le punizioni disumane e degradanti, soprattutto nega la possibilità di un percorso rieducativo. Da qui l’invito all’Italia a rivedere la legge. Un invito, si badi, che non ha carattere perentorio, non rappresenta un obbligo, ma produce però come conseguenza una serie di altri ricorsi di detenuti che lamentano condizioni disumane, tant’è che a Strasburgo ce ne sarebbero già altri 24. Inoltre anche la Corte costituzionale italiana, il 23 ottobre, dovrà trattare il caso di Sebastiano Cannizzaro, un altro detenuto per mafia, che protesta per la mancanza di permessi.

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