Una sentenza che ha fatto arrabbiare l’ex procuratore Caselli e il ministro della Giustizia

Siracusa. Una sentenza di una settimana fa della Gran Chambre di Strasburgo ha fatto tanto arrabbiare S.E. Giancarlo Caselli, ex Procuratore della Repubblica di Palermo, oggi in pensione, al quale tanto dobbiamo per la lotta alla mafia che lui proseguì sulla scia di Falcone e Borsellino.
Questa benedetta Gran Chambre ha fatto tanto seccare anche il nostro attuale ministro di Grazia e Giustizia, Bonafede, quello che prima andava dicendo che avrebbe fatto una legge per la quale i processi dovevano durare al massimo sei anni; poi ci ha ripensato e ha detto quattro anni.
Che cosa dice questa sentenza che ha fatto tanto arrabbiare il nostro Ministro?
La Gran Chambre di Strasburgo ha rigettato l’appello del governo italiano avverso una sentenza (la così detta sentenza Viola ) della Corte Europea di Diritti dell’Uomo che proclamava che gli ergastolani mafiosi che non sono diventati collaboratori di giustizia hanno diritto allo stesso trattamento di tutti gli ergastolani italiani e cioè che dopo trenta anni di carcere se si sono comportati bene possono aspirare a provvedimenti alternativi alla reclusione dentro un carcere.
Il Giudice europeo ha applicato l’art.3 della Carta dei Diritti dell’Uomo ispirato a grande civiltà per la salvaguardia della dignità della persona umana la quale ha sempre diritto ad una speranza, quella che dopo trenta anni di sofferenza in carcere si possa ottenere un minimo di libertà.
La Corte ha applicato gli stessi principi per i quali è stata abolita la pena di morte; se ci pensiamo bene, l’ergastolo a vita senza speranza è una morte civile.
Il Procuratore Caselli ha giustificato la sua arrabbiatura: i mafiosi sono persone che hanno giurato di appartenere alla mafia per tutta la vita e pertanto se non sono diventati collaboratori di giustizia appena escono dal carcere ricominciano a fare i mafiosi.
Il nostro ministro della Giusstizia non ha giustificato il suo sdegno; si è sdegnato e basta.
Se guardiamo bene ad un principio di civiltà cui si è ispirato il Tribunale dei Diritti dell’Uomo, è stato contrapposto un problema esclusivamente di polizia.
Escono e ricominciano a fare i mafiosi, dice Caselli.
E la polizia che ci sta a fare? Se le nostre polizie, e ne abbiamo ben quattro con Vigili Urbani inclusi dopo Carabinieri, Guardia di Finanza e Polizia, non riescono a controllare una persona che sanno che è un mafioso davvero saremmo nella mani di nessuno.
Ad un principio di civiltà si contrappone una esigenza di polizia; io personalmente mi sento in obbligo di difendere la civiltà.
La questione dovrebbe risolverla il 22 ottobre la nostra Corte Costituzionale.
Non c’è che attendere e a sperare che prevalga la difesa dell’essere umano; ad un uomo che ha sbagliato non gli si può dire tu morirai in un carcere.
Anche il mafioso è un figlio di Dio; non bisogna dimenticarlo.
Titta Rizza

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