Operazione Tonnara, dopo D’Agata “Follia”, ha iniziato a collaborare con la giustizia Graziano Urso e il padre lo rinnega

Siracusa. C’è un nuovo pentito nel gruppo degli imputati accusati di associazione finalizzata al traffico degli stupefacenti, coinvolti nell’operazione antidroga denominata “Tonnara”. Prima era stato Alessandro D’Agata, inteso negli ambienti malavitosi col nomignolo di “Follia”, ad abbandonare il gruppo per passare dall’altra parte della barricata, cioè a dire dalla parte degli accusatori dei vecchi compagni di spaccio di droga. Dopo Alessandro D’Agata, che è stato già esaminato dal Pubblico Ministero Alessandro La Rosa, sostituto procuratore alla Distrettuale Antimafia di Catania, è adessso il turno di Pasquale Graziano Urso, figlio d’arte, nel senso che suo padre ha un curriculo criminale di alto livello e di vecchia militanza nell’ambiente della mala siracusana. Si parla di Agostino Urso, detto ‘u biondo, da non confondere con il suo omonimo fondatore del primo clan di mafia in provincia di Siracusa (quello si chiamava Agostino Urso, soprannominato ‘u prufissuri, assassinato da alcuni killer del clan fondato dal lentinese Nello Nardo, all’interno del Lido Sayonara il 28 giugno 1992). Agostino Urso, padre di Pasquale Graziano Urso, non l’ha presa bene la scelta operata dal figlio, che, alcune settimane fa, ha lasciato il carcere Pagliarelli di Palermo per essere tradotto e rinchiuso in un carcere riservato esclusivamente a mafiosi e trafficanti di droga che si dissociano dalle organizzazioni criminali e collaborano con la giustizia. Agostino Urso, detto ‘u biondo, ha rinnegato il proprio figlio, come ebbe a fare oltre diciassette anni fa Francesco Mangion, detto ‘Ciuzzu ‘u firraru”, braccio destro e consigliore del boss di Catania e della Sicilia orientali, Nitto Santapaola. Francesco Mangion rinnegò il figlio Francesco Pattarino, nel corso di un processo di mafia che si svolgeva nell’aula bunker di contrada Pantanelli. Pattarino era testimone dell’accusa e avrebbe dovuto deporre al processo in cui uno degli imputati era il proprio padre, appunto Francesco Mangion. A una domanda del Pubblico Ministero relativo ad un summit svoltosi nell’abitazione di sua madre, residente a Siracusa e dove era presente Francesco Mangion, stava per raccontare ciò che stavano discutendo le persone presenti in quell’appartamento di via Monteforte ma fu bruscamente interrotto da Francesco Mangion, che non gradì l’affermazione del figlio che aveva detto “Papà ascoltava, ma all’inizio non aprì bocca…”. Dalle gabbie di ferro installate nell’aula bunker di contrada Pantanelli, dove la Corte d’Assise aretusea svolgeva i processi a carico di mafiosi delle province di Siracusa e Ragusa, Francesco Mangion urlò a squarciagola: “Io non ti conosco, non sono tuo padre; presidente dica a questo signore di non chiamarmi papà, questo infame che osa chiamarmi papà, che schifo”. E siccome non smetteva di urlare, il presidente di vide costretto a espellerlo dall’aula. Francesco Pattarino, nonostante lo show del padre, non si mosse dalla sedia su cui sedeva e, quando le acque si calmarono con l’uscita del padre dall’aula, lui riprese a raccontare ciò che era avvenuto nel corso di quel summit svoltosi a casa della propria madre, compagna di Ciuzzu ‘u firraru, braccio destro e consigliere del capo della cosca catanese Nitto Santapaola.
Francesco Pattarino, già morto come il padre, si era pentito nel 1992, alcuni mesi dopo Concetto Cassia, suo amico di avventure criminali e che sarà ricordato da sentenze pronunciate da varie Corte d’Assise, come il primo collaboratore di giustizia della provincia di Siracusa. Pattarino ebbe ad emulare Concetto Cassia, nonostante fosse consapevole che pentendosi avrebbe inferto un colpo mortale al proprio padre, appunto Francesco Mangion. Anche Pattarino era un figlio d’arte. nel senso che frequentava tutti i salotti della mafia siracusana e catanese a causa dell’ingombrante e temuta parentela con Francesco Mangion. Il quale, mentre era rinchiuso in carcere, quando seppe che il figlio naturale aveva iniziato a collaborare con la giustizia fu colto da malore e le guardie penitenziarie furono costrette a trasportarlo all’infermeria in quanto il cuore gli stava per scoppiare dal dolore. O, come qualcuno dice, per la vergogna. La stessa scena è avvenuta a casa di Agostino Urso, detto ‘u biondo, quando gli hanno comunicato che suo figlio Pasquale Graziano aveva iniziato a collaborare con la giustizia. Anche Agostino Urso, detto ‘u biondo, ha rinnegato il proprio figlio e ha detto di averlo cancellato dallo stato di famiglia e che non lo vuole più vedere. A differenza sua che ha trascorso moltissimi anni in carcere per espiare le condanne avute inflitte per reati contro il patrimonio e traffico di sostanze stupefacenti, suo figlio Pasquale Graziano Urso non è riuscito a vincere la paura di dover espiare, per oltre dieci e forse quindici anni, una eventuale condanna che gli dovrebbe essere inflitta per il reato di associazione finalizzata al traffico degli stupefacenti. Ancora è ragazzo e passare dieci o quindici anni dentro un carcere lo ha fatto a lungo riflettere e alla fine ha scelto la strada più breve per riacquistare la libertà. Quella della collaborazione che i giudici apprezzano e premiano irrogando delle mite pene a coloro che, vestendo i panni di pentito, fa condannare i duri, quelli cioè che preferiscono marcire in carcere e non dare spunto ai propri concittadini di additarli come infami.
Pasquale Graziano Urso nel corso del mese intensamente vissuto nei panni di pentito, ha incontrato in varie occasioni il Pubblico Ministero Alessandro La Rosa, cui ha reso delle dichiarazioni significative sulla struttura del clan guidato da Danilo Briante. Le corpose dichiarazioni rese dal venticinquenne hanno indotto il Pubbhlico Ministero La Rosa di chiedere al Tribunale penale (presidente, Giuseppina Storaci; a latere, Nicoletta Rusconi e Alfredo Spitaleri) di citarlo per la prossima udienza, che si terrà il 24 ottobre. Pasquale Graziano Urso si collegherà con l’aula della Corte d’Assise di Siracusa, in videoconferenza dal carcere in cui è detenuto dal giorno in cui venne tradotto dopo essere uscito da aspirante pentito dall’istituto di reclusione del Pagliarelli di Palermo. Essendo tuttora imputato di associazione finalizzata al traffico delle sostanze stupefacenti, Pasquale Graziano Urso verrà assistito dall’avvocato Roberto D’Amelio, del Foro di Catania, divenuto il difensore del neo pentito.
Alla sbarra siedono Danilo Briante, 44 anni, Alessandro Abela, 33 anni, Dario Caldarella, 35 anni, Giuseppina Riani, Antonio Rizza, 31 anni, Ivan Rossitto, 33 anni, Massimo Salemi, 45 anni, Pasquale Graziano Urso, 25 anni, Raffaele Ballocco, 32 anni, Vincenzo Buccheri, 47 anni e Gaetano Maieli, 40 anni.
Gli imputati sono tutti accusati di associazione finalizzata al traffico degli stupefacenti, detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti, con l’aggravante di cui all’ex articolo 7 della legge sui reati mafiosi. Di violazione dell’articolo 73 della legge sugli stupefacenti debbono, invece, rispondere Marco Maieli e Domenico Pirro, entrambi imputati a piede libero.
L’operazione antidroga, cui è stato dato il nome convenzionale di “Tonnara”, cioè della località in cui gli spacciatori di sostanze stupefacenti erano soliti incontrare i tossici per la consegna delle “palline” di cocaina e ricevere in cambio il denaro, è stata effettuata dai Carabinieri con il coordinamento del Pubblico Ministero Alessandro La Rosa, sostituto procuratore alla Direzione Antimafia di Catania. Oltre alle risultanze dell’attività investigativa svolta dai Carabinieri, le accuse contro i presunti trafficanti di droga poggiano sulle dichiarazioni dei pentiti Giovanni Piazzese, Adriano Schepis, Massimiliano Mandragona, Luigi Cavarra, deceduto nella località riservata in quanto stroncato da un tumore maligno, e di Alessandro D’Agata, quest’ultimo noto trafficante di droga arrestato dai Carabinieri nell’ambito dell’operazione “Tonnara” e subito dopo essere stato rinchiuso in carcere divenuto collaboratore di giustizia. Le fondamenta già solide dell’inchiesta sono state ulteriormente puntellate dalle dichiarazioni di Giuseppe De Leo, detto “Peppe ‘u missinisi”, che ha iniziato a collaborare con la giustizia un anno fa, mentre stava espiando una condanna a sei anni di carcere per detenzione ai fini di spaccio di due chili di droga.
Secondo la tesi dell’accusa il traffico di droga che si svolgeva nella zona della Tonnara di Santa Panagia faceva registrare introiti di alcune migliaia di euro al giorno e arrivava addirittura anche a settanta-ottanta mila euro nei giorni di venerdì e sabato. Queste le cifre calcolate dai Carabinieri. Ma il pentito Alessandro D’Agata le ha ridimensionate. Le migliaia di consumatori di cocaina e di altre sostanze stupefacenti ingrossavano le tasche e i portafogli degli spacciatori, tra cui appunto i pusher coinvolti nell’operazione denominata “Tonnara”, arrestati dai Carabinieri a conclusione di quasi due anni di indagini effettuate con i metodi tradizionali ma, soprattutto, con l’utilizzo delle “cimici”, installate dentro le abitazioni o all’esterno delle case dei trafficanti di droga.
La montagna di soldi incamerata con la vendita di “palline” di cocaina non avrebbe però fatto arricchire nessuno degli arrestati nel corso dell’operazione antidroga denominata “Tonnara”. Come erano soliti fare gli associati ad organizzazioni mafiose, quasi tutti rimasti “poveri e pazzi” al punto che in molti hanno chiesto soccorso allo Stato per farsi mantenere e per rifarsi una nuova esistenza, iniziando a collaborare con la giustizia, anche i trafficanti di droga delle zone della Tonnara e del Bronx hanno un tenore di vita non adeguato alle rilevanti somme di denaro incassate cedendo ai tossici le dosi di cocaina e il “pezzi” di hashish o le bustine di marijuana. La bella vita la fanno i grossi trafficanti di droga che, però, restano sempre al riparo delle retate delle forze dell’ordine. In manette finiscono sempre i “morti di fame”, quelli cioè che per portare un po’ di soldi a casa fanno una vita avventurosa e rischiano di trascorrere in carcere molti anni della loro vita. Tra l’altro, questi sciagurati, osavano sfidare i Carabinieri, la Polizia di Stato e la Guardia di Finanza indossando una maglietta per lanciare un promo pubblicitario attraverso il quale invitavano i tossicomani a rifornirsi di “palline” di cocaina da pusher affidabili senza correre il rischio di prendere un “pacco”. Gli spacciatori del Bronx e della Tonnara, pur perseguendo lo stesso obiettivo, si facevano la guerra come sono soliti fare i commercianti che operano nello stesso settore merceologico. Non era però una guerra armata, bensì si trattava di concorrenza, lecita o sleale, per procacciarsi il maggior numero di clienti. E quelli che spacciavano alla Tonnara, avevano inventato questo metodo di propaganda per richiamare i clienti, che, come gli spacciatori, amano seguire in casa e in trasferta l’amato Siracusa. Cioè indossare una maglietta su cui erano raffigurate le palline di cocaina e la zona in cui avrebbero potuto acquistarle. I sedici finiti in carcere hanno tutti precedenti specifici. Sono stati ripetutamente arrestati per detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti. Tutti hanno in corso dei processi per spaccio di cocaina o di marijuana oppure di hashish.

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