I sette giorni di sciopero dei Penalisti contro il c.d. “imputato a vita”. Viva Robespierre!

Siracusa. I penalisti di tutta Italia abbiamo fatto sette giorni di sciopero contro il così detto ”imputato a vita”.
E’ una questione di civiltà: l’attuale Ministro di Grazia e Giustizia, Bonafede, che per non nostra gloria e vanto è anche siciliano, praticamente vuole abolire la prescrizione del reato; tutti debbono assaggiare le sacre galere anche se dieci o dodici anni dopo il commesso reato.
Per capirci meglio facciamo un esempio: un nostro figlio diciottenne, una notte all’uscita di una discoteca si mette alla guida dell’auto di papà.
Per la innata ribalderia dei diciottenni si sente sicuro, padrone del mondo, anche se ha bevuto una qualche birra in più.
Parte a gran velocità alla prima curva finisce fuori strada; il compagno di serata seduto vicino a lui sbatte la testa e muore: omicidio stradale con pena da due a sette anni.
Questo nostro ragazzo, che nella sostanza è un bravo figliuolo, si rende conto della enormità che ha commesso, qualcosa cambia nell’interno del suo cuore, capisce la preziosità della vita di ogni uomo, da giovane goliarda diventa uomo e per il resto della sua vita cittadino integerrimo. Studia si lauerea, vince un concorso, diventa medico ed entra in ospedale, oppure se non ha voluto studiare diventa un ottimo meccanico o un capo squadra nella zona industriale: si sposa, si crea una famiglia, mette al mondo dei figli che vedono nel loro papà un gigante.
Tutto questo per il nostro ministro Bonafede non conta: ha sbagliato e deve pagare.
Il processo è durato dieci anni, o anche dodici; non importa; alla fine quando la condanna diventa definitiva dopo l’ultima impugnazione se ne deve andare in carcere.
Prima sopperiva la prescrizione del reato; se i tempi si allungavano troppo non per fatto dell’imputato ma per i tempi dei tribunali, il reato si prescriveva; oggi un processo può durare anche venti anni, si finisce sempre in galera.
Questa è questione di civiltà, non soltanto di civiltà giuridica, ma di civiltà punto e basta.
Ci deve essere un punto fermo nella vita di ogni uomo: la pena ha un senso se colpisce nella immediatezza del reato, non dopo venti anni quando il colpevole è diventato un altro tipo di uomo, un perfetto cittadino, un grande lavoratore, un ottimo padre di famiglia.
La pena deve rieducare, non può restare soltanto un fatto punitivo che a distanza di tanti anni dalla data di commessione del reato diventa vedetta dell’ordinamento giuridico.
Tutto questo si chiama giacobinismo; e la mancanza di una buona cultura storica non fa ricordare che in ogni tempo è finita male ai giacobini perché qui gladio ferit, gladio perit (Chi di spada ferisce, di spada perisce): è la storia che ci dà questa lezione.
Il nostro sciopero non produrrà effetti pratici; abbiamo sbagliato tutto.
Dovevamo ricorrere alla piattaforma Rousseau; avremmo votato in due tremila avvocati e il buon Casaleggio avrebbe letto che il popolo italiano nel nome della democrazia diretta non vuole che un cittadino resti ”imputato a vita”.
Abbiamo sbagliato.
Non ci resta che gridare Viva Robespierre.
Titta Rizza

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