Sebastiana Bona risarcita da sito on line nazionale per essere stata diffamata tramite internet

Roma. Si sono rifiutati di cancellare un articolo ancora pubblicato su internet che riportava notizie di un procedimento penale da tempo definito con provvedimento di archiviazione e, per tale ragione, sono stati costretti a risarcire il danno alla dottoressa Sebastiana Bona. La vicenda rientra nella questione del bilanciamento tra diritto all’oblio e diritto di cronaca, una disputa che ha indotto una testata giornalistica a livello nazionale a rifiutare alla signora Bona la sua legittima richiesta tesa ad ottenere l’immediata cancellazione dell’articolo da lei definito diffamatorio e comunque superato da una decisione della magistratura che ha disposto l’archiviazione del procedimento penale intentato a suo carico.
Archiviate le accuse di bancarotta e truffa, con decreto emesso dal Gip su richiesta della Procura, la dottoressa Bona ha chiesto al giornale di provvedere alla cancellazione dell’articolo che ancora compariva sul sito on line e su Google ma i responsabili del quotidiano hanno ignorato la sua legittima richiesta e hanno continuato a mantenere in vita l’articolo ritenuto lesivo alla propria reputazione dalla parte offesa. Che, per ottenere giustizia, si è vista costretta a citare a giudizio la testata giornalistica ed i suoi editori.
L’omessa cancellazione del contestato articolo riporta alla ribalta il problema del bilanciamento del diritto all’oblio e del diritto di cronaca.
Due ordinanze interlocutorie della Cassazione (n. 28084 del 5 novembre 2018 e n. 16429 del 19 giugno 2019 – testi integrali in calce) rimettono gli atti alle Sezioni Unite per la soluzione di una questione di massima di particolare importanza riguardante il bilanciamento del diritto di cronaca – posto a servizio dell’interesse pubblico all’informazione – e del c.d. diritto all’oblio – posto a tutela della riservatezza della persona – alla luce del quadro normativo e giurisprudenziale negli ordinamenti interno e sovranazionale.
Sul ricorso, procedimento n.28773/2017, proposto da ***, in persona del legale rappresentante pro tempore, avverso la sentenza del Tribunale di Pescara dell’1.6.2017 n.730, la Prima Sezione Civile della Suprema Corte di Cassazione Pres. Bisogni, Rel. Scalia, con ordinanza interlocutoria n. 16429 del 19 giugno 2019, ha rinviato la causa a nuovo ruolo in attesa della decisione delle SS.UU. sulla questione rimessa con ordinanza n. 28084 del 5 novembre 2018 della terza sezione civile della Suprema Corte.
La Cassazione ha ritenuto che l’oggetto del giudizio, dinanzi al Tribunale di Pescara, rappresenta “una questione di particolare importanza”, venendo in considerazione il tema del bilanciamento, o della fissazione dei termini di loro rispettiva tutelabilità, del cd diritto all’oblio e del diritto di cronaca, relativamente al trattamento dei dati personali da operarsi in una fattispecie di inserimento all’interno dell’archivio di testata giornalistica on line (accessibile sul web attraverso la consultazione dei motori di ricerca) di una notizia di cronaca afferente a vicenda di rilievo penale, dedotta come risalente nel tempo, e tanto anche sub specie dell’attività di archiviazione on-line ai fini storici.
Ed ha chiesto alle Sezioni Unite l’individuazione, con univoci criteri di riferimento, dei presupposti «in presenza dei quali un soggetto ha diritto di chiedere che una notizia, a sé relativa, pur legittimamente diffusa in passato, non resti esposta a tempo indeterminato alla possibilità di nuova divulgazione», nella precisazione dei termini del contrapposto «interesse pubblico a che vicende personali siano oggetto di (ri)pubblicazione, facendo così recedere il diritto all’oblio».
Peraltro, deve essere qui precisato che, nella specie in decisione, l’ingerenza del Tribunale di Pescara – nel ritenere, erroneamente, esistente il diritto del Sig. X Y alla “cancellazione dell’articolo da parte del quotidiano online – è ancor più evidente anche con riferimento all’art.17, § 3, lett.a), e all’art.85, § 1 e 2, del Regolamento (UE) 2016/679 del Parlamento Europeo e del Consiglio del 27.4.2016 (guarda anche l’eBook GDPR: il nuovo regolamento europeo sulla Privacy) per aver disconosciuto e non aver applicato disposizioni di carattere generale di rango sovranazionale che ribadiscono l’esercizio del diritto alla libertà di espressione e di informazione. Infatti, l’art.17, § 3, del citato regolamento, nello stabilire il diritto alla cancellazione (“diritto all’oblio”) del trattamento dei dati personali, esclude dalla cancellazione “il trattamento per l’esercizio del diritto alla libertà di espressione e di informazione”. Parimenti l’art.85, § 1 e 2, stabilisce il diritto degli Stati membri alla compatibilità tra la protezione dei dati personali di cui al Regolamento citato con il diritto alla libertà di espressione e di informazione, incluso il trattamento a scopi giornalistici o di espressione accademica, artistica o letteraria. In particolare, il comma 2 del citato articolo, ai fini del trattamento effettuato a scopi giornalistici, stabilisce che gli Stati membri prevedono esenzioni o deroghe (rispetto ai diritti dell’interessato, al titolare e del responsabile del trattamento dei dati, ecc…) “qualora siano necessarie per conciliare il diritto alla protezione dei dati personali e la libertà di espressione o di informazione”
La sentenza del Tribunale di Pescara impugnata poneva (del tutto erroneamente), quale obbligo a carico della Editrice ***, «la cancellazione della notizia giornalistica dal titolo “Truffa ASL di Teramo per fornitura di protesi, patteggia 8 mesi”».
La Corte di Giustizia dell’Unione Europea, con la decisione 13 maggio 2014 (nella causa C-131/12, avente ad oggetto la domanda di pronuncia pregiudiziale proposta alla Corte, nel procedimento Google Spain SL – Google Inc. contro Agencia Espanola de Protecciòn de Datos (AEPD) e Mario Costeja Gonzales), con ampia motivazione, ha così stabilito:
“1) L’articolo 2, lettere b) e d), della direttiva 95/46/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 24 ottobre 1995, relativa alla tutela delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali, nonché alla libera circolazione di tali dati, deve essere interpretato nel senso che, da un lato, l’attività di un motore di ricerca consistente nel trovare informazioni pubblicate o inserite da terzi su Internet, nell’indicizzarle in modo automatico, nel memorizzarle temporaneamente e, infine, nel metterle a disposizione degli utenti di Internet secondo un determinato ordine di preferenza, deve essere qualificata come «trattamento di dati personali», ai sensi del citato articolo 2, lettera b), qualora tali informazioni contengano dati personali, e che, dall’altro lato, il gestore di detto motore di ricerca deve essere considerato come il «responsabile» del trattamento summenzionato, ai sensi dell’articolo 2, lettera d), di cui sopra, ed è obbligato a sopprimere, dall’elenco di risultati che appare a seguito di una ricerca effettuata a partire dal nome di una persona, dei link verso pagine web pubblicate da terzi e contenenti informazioni relative a questa persona, anche nel caso in cui tale nome o tali informazioni non vengano previamente o simultaneamente cancellati dalle pagine web di cui trattasi, e ciò eventualmente anche quando la loro pubblicazione su tali pagine web sia di per sé lecita.
Alla luce dei principi emersi dalle menzionate pronunce, oltre che dalle linee di Guida del 26 novembre 2014 e dall’art.29 Data Protection Working Party (organo consultivo indipendente istituito in conformità all’articolo 29 della Direttiva 95/46/CE sulla protezione dei dati personali), deve ritenersi che le notizie individuate tramite il motore di ricerca risultano, nella specie, piuttosto recenti; invero, il trascorrere del tempo, ai fini della configurazione del c.d. diritto all’oblio, si pone quale elemento costitutivo, come risultante anche dalla condivisibile sentenza n.5525/2012 della Suprema Corte, nella quale questo viene definito quale diritto «a che non vengano ulteriormente divulgate notizie che per il trascorrere del tempo risultino oramai dimenticate o ignote alla generalità dei consociati»; presupposto, nella specie, assolutamente insussistente, risalendo i fatti al non lontano aprile 2015 ed essendo pertanto gli stessi ancora attuali al momento della immissione nel sito web dell’articolo; tanto è vero che il preteso “diffamato”, a distanza di un anno e sei mesi (in data 9.1.2017) dalla notizia pubblicata dal quotidiano online, ha depositato il ricorso al Tribunale di Pescara.
Non vi erano, dunque, i tempi per potersi parlare di “diritto all’oblio”!
Nel caso della dottoressa Bona il giudice ha riconosciuto legittima la sua richiesta di cancellazione perchè i reati di bancarotta e truffa sono stati archiviati in quanto insussistenti relativamente alla sua posizione.

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