Operazione Tonnara: i pentiti Correnti e Lopes parlano di Luigi Cavarra già morto e poco dei vivi

Siracusa. I pentiti Antonino Correnti, detto Ninu Tistuni, da non confondere con un collaborante suo omonimo, siracusano, ex appartenente al clan Aparo-Santa Panagia, e Osvaldo Lopes hanno risposto alla citazione del Pubblico Ministero La Rosa: il primo per il controesame, il secondo per essere esaminato dal magistrato della Procura Distrettuale Antimafia di Catania e controesaminato dai difensori degli imputati coinvolti nell’operazione antidroga denominata “Tonnara”. Non ha risposto alla citazione il pentito Salvatore Mollica, per imprevisti. Il rappresentante della pubblica accusa decide di non esaminare Osvaldo Lopes, ex ristoratore, e chiede che con il consenso dei difensoriu vengano acquisiti al fascicolo processuale i verbali contenenti le dichiarazioni dell’ex pizzaiolo. Una volta ottenuto l’Ok dai difensori, il Tribunale (presidente, Giuseppina Storaci; a latere, Nicoletta Rusconi e Alfredo Spitaleri) passa direttamente al controesame dei due collaboratori di giustizia. Possiamo dire che è una giornata senza emozioni e rabbia per gli imputati poichè le due gole profonde parlano soltanto di Luigi Cavarra, che viene definito componente di spicco del clan mafioso Bottaro-Attanasio e l’uomo che gestiva in prima persona il traffico degli stupefacenti e che si preoccupava di evitare che venisse violata la consegna dei capi del gruppo di garantire la vendita in esclusiva degli stupefacenti nel capoluogo aretuseo. I due pentiti sono a conoscenza che Luigi Cavarra aveva un pessimo carattere, che ricorreva sistematicamente ai metodi violenti con coloro che spacciavano droga per fare concorrenza al suo gruppo e che usava malmenare di brutto i tossici che ritardavano a pagare la dose o le dosi che acquistavano per il proprio fabbisogno. Si potrebbe scrivere un libro sulle capacità criminali del Cavarra, ma, processualmente, ormai, Luigi Cavarra conta poco anche perchè se ne è andato prematuramente, stroncato da un male incurabile. Di lui restano i verbali redatti dal Pubblico Ministero La Rosa e dal suo collega Alessandro Sorrentino, quando Cavarra ebbe ad iniziarea collaborare con la giustizia. Il presente è rappresentato dai pentiti ancora in vita. Ma, ahimè, le pagine del taccuino sono rimaste bianche. Nè Osvaldo Lopes nè Antonino Correnti hanno riferito fatti e circostanze sugli imputati del processo denominato “Tonnara”, fondato da Danilo Briante con la collaborazione del cognato Antonio Rizza.,
Andrà sicuramente meglio all’udienza del 19 dicembre quando verrà sentito Mollica e, dopo di lui, verranno interrogati altri collaboratori di giustizia. Alla sbarra siedono Danilo Briante, 44 anni, Alessandro Abela, 33 anni, Dario Caldarella, 35 anni, Giuseppina Riani, Antonio Rizza, 31 anni, Ivan Rossitto, 33 anni, Massimo Salemi, 45 anni, Pasquale Graziano Urso, 25 anni, Raffaele Ballocco, 32 anni, Vincenzo Buccheri, 47 anni e Gaetano Maieli, 40 anni.
Gli imputati sono tutti accusati di associazione finalizzata al traffico degli stupefacenti, detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti, con l’aggravante di cui all’ex articolo 7 della legge sui reati mafiosi. Di violazione dell’articolo 73 della legge sugli stupefacenti debbono, invece, rispondere Marco Maieli e Domenico Pirro, entrambi imputati a piede libero.
L’operazione antidroga, cui è stato dato il nome convenzionale di “Tonnara”, cioè della località in cui gli spacciatori di sostanze stupefacenti erano soliti incontrare i tossici per la consegna delle “palline” di cocaina e ricevere in cambio il denaro, è stata effettuata dai Carabinieri con il coordinamento del Pubblico Ministero Alessandro La Rosa, sostituto procuratore alla Direzione Antimafia di Catania. Oltre alle risultanze dell’attività investigativa svolta dai Carabinieri, le accuse contro i presunti trafficanti di droga poggiano sulle dichiarazioni dei pentiti Giovanni Piazzese, Adriano Schepis, Massimiliano Mandragona, Luigi Cavarra, deceduto nella località riservata in quanto stroncato da un tumore maligno, e di Alessandro D’Agata, quest’ultimo noto trafficante di droga arrestato dai Carabinieri nell’ambito dell’operazione “Tonnara” e subito dopo essere stato rinchiuso in carcere divenuto collaboratore di giustizia. Le fondamenta già solide dell’inchiesta sono state ulteriormente puntellate dalle dichiarazioni di Giuseppe De Leo, detto “Peppe ‘u missinisi”, che ha iniziato a collaborare con la giustizia un anno fa, mentre stava espiando una condanna a sei anni di carcere per detenzione ai fini di spaccio di due chili di droga.
Secondo la tesi dell’accusa il traffico di droga che si svolgeva nella zona della Tonnara di Santa Panagia faceva registrare introiti di alcune migliaia di euro al giorno e arrivava addirittura anche a settanta-ottanta mila euro nei giorni di venerdì e sabato. Queste le cifre calcolate dai Carabinieri. Ma il pentito Alessandro D’Agata le ha ridimensionate. Le migliaia di consumatori di cocaina e di altre sostanze stupefacenti ingrossavano le tasche e i portafogli degli spacciatori, tra cui appunto i pusher coinvolti nell’operazione denominata “Tonnara”, arrestati dai Carabinieri a conclusione di quasi due anni di indagini effettuate con i metodi tradizionali ma, soprattutto, con l’utilizzo delle “cimici”, installate dentro le abitazioni o all’esterno delle case dei trafficanti di droga.
La montagna di soldi incamerata con la vendita di “palline” di cocaina non avrebbe però fatto arricchire nessuno degli arrestati nel corso dell’operazione antidroga denominata “Tonnara”. Come erano soliti fare gli associati ad organizzazioni mafiose, quasi tutti rimasti “poveri e pazzi” al punto che in molti hanno chiesto soccorso allo Stato per farsi mantenere e per rifarsi una nuova esistenza, iniziando a collaborare con la giustizia, anche i trafficanti di droga delle zone della Tonnara e del Bronx hanno un tenore di vita non adeguato alle rilevanti somme di denaro incassate cedendo ai tossici le dosi di cocaina e il “pezzi” di hashish o le bustine di marijuana. La bella vita la fanno i grossi trafficanti di droga che, però, restano sempre al riparo delle retate delle forze dell’ordine. In manette finiscono sempre i “morti di fame”, quelli cioè che per portare un po’ di soldi a casa fanno una vita avventurosa e rischiano di trascorrere in carcere molti anni della loro vita. Tra l’altro, questi sciagurati, osavano sfidare i Carabinieri, la Polizia di Stato e la Guardia di Finanza indossando una maglietta per lanciare un promo pubblicitario attraverso il quale invitavano i tossicomani a rifornirsi di “palline” di cocaina da pusher affidabili senza correre il rischio di prendere un “pacco”. Gli spacciatori del Bronx e della Tonnara, pur perseguendo lo stesso obiettivo, si facevano la guerra come sono soliti fare i commercianti che operano nello stesso settore merceologico. Non era però una guerra armata, bensì si trattava di concorrenza, lecita o sleale, per procacciarsi il maggior numero di clienti. E quelli che spacciavano alla Tonnara, avevano inventato questo metodo di propaganda per richiamare i clienti, che, come gli spacciatori, amano seguire in casa e in trasferta l’amato Siracusa. Cioè indossare una maglietta su cui erano raffigurate le palline di cocaina e la zona in cui avrebbero potuto acquistarle. I sedici finiti in carcere hanno tutti precedenti specifici. Sono stati ripetutamente arrestati per detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti. Tutti hanno in corso dei processi per spaccio di cocaina o di marijuana oppure di hashish.

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