Augusta, 35 anni fa moriva l’antifascista Giuseppe Motta: fu sindaco per nomina prefettizia

Augusta. All’età di ottantadue anni, trentacinque anni fa, il 14 novembre 1984, scompariva Giuseppe Motta, nato in Augusta il 4 agosto del 1902, uno dei pochissimi antifascisti siracusani condannati a una severa pena detentiva (tredici anni) dal Tribunale Speciale per la Difesa dello Stato (TSDS), istituito da Mussolini nel 1926 contro tutti i nemici e gli avversari del regìme. Pur essendo stato dichiarato fuori legge il Partito comunista d’Italia (Pcd’I), guidato da Antonio Gramsci, l’ 8 agosto del ’24, a ventidue anni, Motta, chiamati a raccolta diciassette giovani “rivoluzionari”, in un clima da cospiratori ottocenteschi, fonda a casa sua la sezione cittadina del Pcd’I. L’anno dopo, il giorno della festa dei lavoratori, l° maggio, compie un gesto considerato provocatorio dai fascisti locali: osa esporre, nella centralissima Piazza Duomo di Augusta, un drappo rosso con la scritta “W il comunismo”; il 25 dicembre dello stesso 1925, in un drammatico convegno clandestino di fiduciari del partito, nell’entroterra di Scicli, oggi comune ragusano, allora nella provincia aretusea, Motta viene designato segretario provinciale del Pcd’I, alla presenza di quell’Umberto Terracini, della direzione centrale del partito, che Motta avrebbe incontrato in carcere, che fu poi eletto presidente dell’Assemblea Costituente nel 1946. Motta mantenne la direzione della segreteria provinciale per tutto il biennio ’25-’27, esercitando, sempre clandestinamente, l’azione di propaganda antifascista, e la raccolta di fondi per il “Soccorso rosso” e per il quotidiano l’Unità. Terracini , in carcere, fu uno dei suoi più ostici avversari quando, il giovane Giuseppe diede segni di volersi allontanare dal partito per abbracciare l’ideologia crociano-liberale. Durante gli anni del carcere, Motta, diplomato ragioniere, incominciò a interessarsi di filosofia e, grazie alle opere di Benedetto Croce, grande maitre à penser di quegli anni, abbandonò la fede comunista, attirandosi l’irriducibile odio dei suoi ex compagni di carcere che volevano fosse allontanato dal braccio dei politici, per essere trattato come un qualunque delinquente. In una delle lettere inviate da Motta al filosofo di Pescasseroli, esprime al filosofo-senatore immensa gratitudine per avergli aperto la mente e gli manifesta il profondo dolore causato dall’atteggiamento dei suoi ormai ex compagni comunisti: dice di sentirsi in un carcere rosso all’interno di un carcere nero. “Se fosse rimasto comunista, sarebbe stato fatto senatore!” disse, molti anni fa, a chi scrive Rosario Mascali, storico libraio di Via Maestranza a Siracusa, che conosceva bene la storia personale di Motta giacché era stato editore di alcune opere di Motta nel dopoguerra, fra cui “La nuova idea” e “La Sicilia e il federalismo”. Con il ritorno della democrazia, il partito guidato da Palmiro Togliatti premiò coloro che più avevano sofferto il carcere o il confino, eleggendoli alla Camera o al Senato. Motta subì una sorte peggiore di quella del docente liceale siracusano Giuseppe Agnello, che, per la sua sentita fede cristiana e per il suo credo politico ispirato alle idee di don Sturzo, decisamente contrario al fascismo, d’autorità fu trasferito prima a Cento e, dopo qualche settimana, fu privato del diritto all’insegnamento e di quello alla pensione. Agnello, cui la città di Siracusa ha dedicato una via, uomo di lettere, colto, studioso, era inviso perché, nei suoi articoli sul Popolo e su altri scritti, non faceva assolutamente velo alle sue idee contro il potere dominante. Motta era stato marchiato come comunista “pericoloso” della prima ora, iscritto alla Prima categoria dei soggetti pericolosi, come si legge nella scheda personale, conservata nel Casellario Politico Centrale (CPC) del ministero dell’Interno, “elemento pericoloso all’ordine nazionale”, come si legge nella scheda della prefettura a lui intestata. Giuseppe Motta era solo un teorico e tale rimase fino alla morte, nemmeno in grado d’infiammare l’uditorio con i suoi discorsi da agitatore. Nella citata scheda della prefettura è annotato che ”non è capace di tenere conferenze né ha mai parlato in pubblico”, eppure “la sua influenza si esercita anche fuori di Augusta per la propaganda presso la gioventù sovversiva”. Crollato il regìme, Motta fu sindaco di Augusta, per nomina prefettizia, dal settembre 1944 al settembre ’45. Con la parola e con gli scritti, sostenne la diffusione dell’idea federalista europea, dando il sostegno ad Altiero Spinelli, frequentato durante la prigionia nelle carceri fasciste, considerato oggi uno degli ideologi dell’europeismo, uno dei padri fondatori dell’Unione Europea.
Giorgio Càsole

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