Il prof. Stefano Puglisi propone la risignificazione del monumento ai caduti in Africa

Siracusa. Realizzato da Romano Romanelli nel 1936, in epoca fascista, per celebrare la morte dei caduti d’Africa, il monumento era destinato alla città di Addis Abeba, con l’intento di esaltare le imprese coloniali di Mussolini. Infatti in esso si racconta la conquista da parte del Regime dell’Etiopia, portata a termine in sette mesi, tra l’ottobre 1935 e il maggio 1936.
Ma con l’inizio della seconda guerra mondiale, la perdita delle colonie e la fine del Regime Fascista l’opera rimase senza collocazione. Finite le ostilità, a ragion veduta, molti erano i dubbi se collocare o meno un monumento espressione di una ideologia che aveva portato al totalitarismo ed alla guerra. Infine nel 1952 il governo, attraverso la spinta di Romanelli, decide di collocare il mausoleo a Siracusa. La città viene scelta in quanto il suo porto nel periodo fascista era stato il più importante trampolino verso le colonie. Nel territorio aretuseo la preferenza ricade sulla panoramica della piazza dei Cappuccini, dalla parte del mare, accanto all’omonimo convento ed alle latomie della Silvia, ritenuta dagli storici il luogo in cui vennero rinchiusi i 7000 prigionieri ateniesi catturati all’Asinaro nel 413 a.C.


L’opera di pregevole esecuzione, in pietra calcarea, marmo di Carrara e bronzo, ha la forma di una nave militare con la prora in evidenza che guarda verso l’Africa. Sei statue di bronzo circondano il monumento rappresentanti i reparti dell’esercito, le truppe indigene africane, gli ascari, e i lavoratori dell’Africa coloniale. Diversi bassorilievi di marmo, raffiguranti scene di battaglia e lavoro, incorniciano in alto il mausoleo, altri incisi sulla pietra nei laterali rappresentano dei mezzi militari. All’interno si trova una cappella votiva contenente la statua di un legionario caduto in Africa. L’accesso al simulacro è situato sul retro, dove sono stati incisi i nomi delle principali località geografiche che rappresentarono i fronti di battaglia nell’Africa Orientale tra il 1935-36.
Dopo la sua messa in opera il monumento è stato soggetto di continue vandalizzazioni, recintato negli anni ’80, per limitare il furto di vari pezzi di conci calcarei del basamento, e il deturpamento con scritte e graffiti, anche dopo la riqualificazione del 2008, con l’apertura dell’attigua pista ciclabile che sostituisce l’antico tracciato ferroviario, il suo destino sembra non essere cambiato. L’area è ancora di fatto soggetta ad una continua spoliazione violenta per fini vandalici. Questo è lo stato dell’arte, ma con il percorso finora tratteggiato non voglio proporre semplicemente un’attenzione, una messa in luce dello stato di abbandono, destino comune di molti beni culturali italiani. Mi pare ovvia l’inutilità di rivolgermi alle istituzioni deputate per una messa in sicurezza, attraverso un sistema di video sorveglianza o altro. La soluzione non è di certo quella di mettere muri e recinti, alla maniera di molti siti archeologici nel territorio aretuseo, con i quali il monumento perderebbe la peculiarità di luogo deputato all’incontro, per essere velocemente dimenticato dalla cittadinanza e diventare discarica. Sono del parere che una buona sanità ambientale passa da una presa di coscienza da parte del cittadino, nella prospettiva di essere tutti consapevoli del patrimonio culturale del nostro territorio, per diventare singolarmente guardiani e produttori di nuovi significati, facendo rivivere ogni giorno un ambiente dalla straordinaria stratificazione culturale. Nel particolare il monumento ai caduti d’Africa l’ho visto sempre come un fuori testo. Qual è stata la giustificazione della collocazione negli anni ’60 di un monumento di celebrazione delle imprese coloniali fasciste, teso ad esaltare e monumentalizzare una ideologia e dei fatti di guerra di cui il popolo italiano dovrebbe vergognarsi? É ovvio, l’attenzione è stata spostata al di fuori dell’ideologia che lo ha prodotto, proponendo il monumento in onore ai militari caduti per onorare e difendere la Patria. In tale direzione va considerata la lapide marmorea posta in sito nel 2012, in cui si commemorano i militari morti nell’affondamento del Conte Rosso, silurato nel maggio 1941 nelle acque siracusane mentre trasportava truppe italiane in Africa.
Politicamente corretto o meno, mi sembra comunque inutile aprire una polemica, la quale doveva per avere una sua compiutezza essere rivolta al cittadino a suo tempo, prima della collocazione dell’opera. In ogni caso ciò non ci impedisce oggi di rivitalizzare il significato del monumento, producendo uno spostamento di senso: mi sembra doveroso chiedersi a posteriori quali risultati ha prodotto la politica coloniale delle nazioni europee in Africa, di fatto mai finita. Dobbiamo prenderci le nostre responsabilità come europei, ed avere consapevolezza che il nostro mondo liberale non ha di certo liberato l’Africa che continua ad essere sfruttata per il tornaconto degli stati egemoni, lasciando la sua popolazione in uno stato di schiavitù. Il risultato più evidente del colonialismo è sotto i nostri occhi, si evidenzia in maniera particolare nelle nostre coste che vedono il continuo sbarco di profughi che partono dal territorio africano stipati in barconi arrangiati, sfidando la morte, in vista del sogno capitalistico e consumistico del mondo occidentale. Un sogno che per molti di loro sappiamo bene che si tramuta facilmente in un incubo, nel morire annegati senza riuscire a mettere piede nella terra tanto agognata, o nei casi più felici di arrivare ed essere sfruttati per il tornaconto di una imprenditoria che non rispetta le leggi.
Per tali motivi, nell’intento di dare nuova speranza al nostro sguardo verso l’Africa, propongo di monumentalizzare un barcone, uno dei tanti che hanno portato in questi anni la gente d’Africa sulle coste siciliane, per metterlo nello stesso spazio che oggi ospita il monumento dei caduti d’Africa. Un epigrafe accanto al monumento recita “Al ricordo dei nostri fratelli d’Africa”. Una tale operazione si propone dunque il risultato di dare un nuovo significato al luogo, il quale nella sua ampiezza di indirizzi prenderebbe la fisionomia di un parco storico, decisamente più comprensibile simbolicamente al cittadino, a cui va la responsabilità ultima di essere attore attivo della propria civitas.

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