Morte Licia Gioia: i periti del Gup ribadiscono l’ipotesi del suicidio, il 26 marzo la requisitoria del PM Gaetano Bono

Siracusa. Sulla morte del maresciallo dei Carabinieri Licia Gioia, hanno ribadito l’ipotesi del suicidio i due periti di fiducia del Gup Salvatore Palmeri. Questo l’esito dell’odierna udienza del 13 gennaio 2020, fissata dal Gup Palmeri per chiedere gli opportuni chiarimenti ai suoi due periti a seguito delle contestazioni alla loro perizia medico legale e di balistica da parte del dottor Giuseppe Bulla, medico legale nominato dai genitori del maresciallo dei Carabinieri Licia Gioia, costituitisi parte civile contro il poliziotto Francesco Ferrari, 46 anni, chiamato a rispondere del delitto della moglie. Se per il medico legale siracusano Giuseppe Bulla la morte è stata causata dal colpo di pistola alla tempia esplosa a suo dire dal marito del sottufficiale dell’Arma dei Carabinieri, viceversa per il perito di balistica Felice Nunziata, di Castello di Palma Campania, in provincia di Napoli, e per il perito professore Cataldo Raffino, medico legale presso l’Area Medicina Legale sede Inail di Enna, il decesso dalla moglie dell’imputato è stato determinato dal gesto autolesionistico della donna di essersi tolta la vita esplodendosi alla tempia un colpo di pistola calibro 9, cioè l’arma in dotazione avuta in consegna dai Carabinieri nel momento in cui si arruolò nella Benemerita.
Senza polemizzare con il consulente dei genitori del maresciallo Licia Gioia, dottor Giuseppe Bulla, i due periti del Gup Palmeri hanno cocciutamente – o orgogliosamente – confermato la valenza della loro perizia, ribadendo per l’ennesima volta che la sottufficiale dell’Arma dei Carabinieri si è suicidata.
Il dottor Bulla, invece, nel corso dell’esposizione della sua relazione, all’udienza scorsa, ha evidenziato una circostanza che i suoi autorevoli colleghi avevano trascurato. Difatti, il medico legale Bulla ha detto che sulla mano destra sono state rilevate delle macchioline di sangue che dimostrano senza alcun dubbio che non fu la marescialla Licia Gioia ad avere esploso i colpi di pistola. Quelle tracce di sangue non sono state rinvenute sul dorso della mano ma sul palmo. Il medico legale Bulla ha spiegato che se fosse stata la vittima ad avere esploso i due colpi di pistola, di cui il primo che gli spappola la teca cranica e il secondo che gli sfonda la coscia, le macchioline di sangue si sarebbero concentrate in prevalenza sul dorso della mano. Viceversa, essendo state rilevate in grandissima parte sul palmo della mano ad esplodere i colpi di pistola è l’imputato e non la vittima che stava impugnando il calcio dell’arma. Secondo il dottor Bulla il calcio della pistola impediva alle macchioline di sangue di accedere e di posarsi sul palmo della mano della marescialla Licia Gioia, per cui l’ipotesi del suicidio è da escludere senza alcuna ombra di ragionevole dubbio. Come si può constatare due conclusioni diametralmente opposte. Per Bulla non fu suicidio ma omicidio, per i due periti di fiducia del Gup Palmeri non fu omicidio ma suicidio. La patata bollente passa al Gup Palmeri che, come dice il codice, è lui il perito dei periti in quanto tocca a lui pronunciare la sentenza nei confronti del poliziotto Francesco Ferrari.
Se all’udienza scorsa con le contestazioni del dottor Giuseppe Bulla alla perizia dei tecnici nominati dal Gup era entrato in depressione il poliziotto Ferrari, difeso dall’avvocato Stefano Ferrari, e avevano tirato un grosso respiro di sollievo i genitori ed il loro difensore, avvocato Aldo Ganci che ritenevano di avere compiuto un balzo in avanti verso un verdetto di condanna dell’imputato, dopo l’odierna udienza la situazione è di nuovo cambiata nel senso che la posizione del poliziotto Ferrari si è alleggerita di molto. Alle valutazioni dei due periti che sono analoghe a quelle descritte nella perizia scritta è da aggiungere anche la scelta del Gup Palmeri che ha rigettato la richiesta di incidente probatorio avanzata dal Pubblico Ministero Gaetano Bono tesa ad ottenere l’acquisizione come corpo di reato di una maglietta di proprietà dell’imputato sulla quale i Carabinieri del Ris di Messina avevano rilevato la presenza di tracce di sangue. Di questa maglietta stranamente non si faceva alcun riferimento nell’elenco degli atti di prova presentati dall’ex Pubblico Ministero Marco Di Mauro, che era stato titolare delle indagini sulla morte del maresciallo Licia Gioia. A scoprire la presenza della maglietta con le macchie di sangue è stato il Pubblico Ministero Gaetano Bono, subentrato al sostituto Di Mauro a seguito del suo trasferimento alla Procura di Milano. Sicuramente una dimenticanza quella del magistrato Di Mauro. Non va dimenticato che lo stesso Pubblico Ministero Di Mauro aveva messo da parte qualsiasi tipo di dubbio sulla penale responsabilità del poliziotto Ferrari e gli ha contestato il reato di omicidio volontario aggravato per avere” in esito ad una colluttazione, verificatasi all’interno dell’abitazione coniugale, sita in Siracusa in Via Della Spatola 4 (contrada Isola), cagionato la morte della coniuge convivente, Gioia Licia, mediante l’esplosione di due colpi di pistola Beretta calibro 9 Parabellum, in dotazione alla vittima nella sua qualità di sottufficiale della Compagnia dei Carabinieri di Siracusa, che l’attingevano prima al capo con ferita trapassante, con direzione del basso verso l’alto e poi alla coscia con ritenzione del proiettile nel gluteo destro, determinandone il decesso”.
Nonostante ci fossero tutti i presupposti per disporre un accertamento sull’appartenenza di quelle macchie di sangue il Gup Palmeri non ha voluto sentire parlare di disporre l’incidente probatorio chiesto dal Pubblico Ministero Gaetano Bono e supportato dal difensore delle parti civili, avvocato Aldo Ganci. Contrario all’incidente probatorio si è dichiarato l’avvocato Stefano Rametta, difensore di fiducia del poliziotto, secondo cui l’adempimento era irrilevante e il Gup Palmeri si è associato all’opposizione del difensore e ha rigettato la richiesta del sostituto procuratore Bono.
A conclusione dell’udienza, durante la quale i due periti Felice Nunziata e Cataldo Raffino hanno proiettato sullo schermo delle diapositive e mostrato un manichino cui era stata infilata al capo una parrucca bionda, per smentire che la posizione del cadavere del maresciallo Licia Gioia non fosse compatibile con l’ipotesi del suicidio, il Gup Palmeri ha chiuso la fase dibattimentale e ha rinviato il processo, che si celebra con il rito abbreviato, all’udienza del 26 marzo per la requisitoria del Pubblico Ministero Gaetano Bono.
La colluttazione di cui parlano sia il professore Conti e il medico legale dottor Bulla, nonchè il professore Giuseppe Di Forti e l’ingegnere Manlio Averna avvenne due anni fa nella camera da letto dei coniugi Licia Goia e Francesco Ferrari. Della discussione naturalmente ne ha parlato il poliziotto che dice che la lite sia da ricondurre alla gelosia della marescialla Licia Gioia. Secondo il poliziotto Ferrari la moglie avrebbe impugnato la propria pistola d’ordinanza per togliersi la vita. Lui avrebbe cercato di disarmarla senza riuscire nel suo intento poichè la moglie respingeva i suoi assalti volti a persuaderla a non attuare il suicidio che minacciava di compiere.
Certo è che durante la colluttazione è partito un proiettile che è entrato alla tempia della donna per poi fuoriuscire dall’altra parte della testa. Il secondo proiettile è stato esploso quando la donna era già spirata. Il poliziotto dice che il secondo colpo è partito accidentalmente mentre lui cercava di togliere dalla mano della moglie l’arma. Secondo il suo ragionamente dalla canna è partito il proiettile che è penetrato all’altezza della coscia della moglie, è fuoriuscito e ha attinto alla gamba lo stesso Francesco Ferrari trapassandogliela per poi disperdersi nella stanza da letto. Nell’abitazione di contrada Isola si trova il figlio del poliziotto, avuto da un precedente matrimonio. Il ragazzo si trova nella sua cameretta al primo piano della villetta, che, interrogato, ha detto di non avere udito le due deflagrazioni. Nella villa, dopo la morte del maresciallo Licia Gioia, si sono recate la madre del bambino e una sua amica e, quando le donne e il bambino sono andati via, sono arrivati gli agenti delle Volanti per avviare gli accertamenti. Molte le testimonianze rese da conoscenti e amici della coppia secondo le quali Licia Gioia era gelosissima del marito. Ma le loro dichiarazioni sono inutilizzabili poichè il poliziotto Ferrari ha deciso di essere giudicato in abbreviato. I genitori della sottufficiale dell’Arma dei Carabinieri hanno sempre difeso la memoria della figlia negando che lei fosse gelosa del marito e che si fosse suicidata. All’inizio non volevano credere che il Ferrari avesse ucciso Licia ma, poi, assumendo informazioni negli ambienti di Siracusa e nella cerchia degli amici della figlia e dell’ex genero, si sono convinti della responsabilità di Francesco Ferrari e hanno chiesto all’avvocato Aldo Ganci di battersi per l’affermazione della penale responsabilità del Ferrari e di non trascurare nulla per trascinarlo alla sbarra.

CONDIVIDI