Omicidio di don Pippo Scarso, la Corte d’Assise di Appello infligge 16 anni a Marco Gennaro, che in primo grado venne condannato a 10 anni

Catania. I giudici della seconda sezione della Corte d’Assise di Appello hanno riformato la sentenza del processo di primo grado pronunciata dal Gup Anna Pappalardo nei confronti di Marco Gennaro, 23 anni, chiamato a rispondere del reato di omicidio volontario ai danni di don Pippo Scarso, morto a causa delle gravissime ustioni provocate dalle fiamme sprigionatesi dalla testa in altre parti del corpo dopo che Andrea Tranchina, 22 anni, gli aveva cosparso del liquido infiammabile sui capelli mentre il malcapitato stava dormendo nella sua abitazione nella zona di Via Servi di Maria. Riconosciuto colpevole di omicidio anomalo e grazie alla riduzione di pena prevista dal rito abbreviato, Marco Gennaro si era visto infliggere la pena di dieci anni di reclusione e la misura della custodia in carcere era stata sostituita con quella degli arresti domiciliari. La sentenza del Gup Anna Pappalardo è stata impugnata dalla Procura Generale presso la Corte d’Appello di Catania e dall’avvocato Aldo Valtimora, legale delle parti civili, ed il caso è stato assegnato al sostituto procuratore generale Concetta Maria Ledda che ha chiesto la condanna del Gennaro per omicidio volontario in concorso con Andrea Tranchina, quest’ultimo giudicato dalla Corte d’Assise e condannato a 20 anni di reclusione. Il difensore del Gennaro, avvocato Aldo Ganci, ha ribadito la linea difensiva sostenuta al processo di primo grado ovvero che il suo cliente non poteva essere chiamato a rispondere del reato di concorso in omicidio volontario poichè si era dissociato dal suo compagno allorquando quest’ultimo aveva cosparso il liquido infiammabile sui capelli del povero don Pippo Scarso, e azionato l’accendino innescando la fiamma che in pochi attimi si propagava e avvolgeva in pieno l’ottuagenario al viso, al collo e a petto. Il penalista ha invitato la Corte d’Assse di Appello a non accogliere la richiesta del sostituto procuratore generale Concetta Maria Ledda, che, al termine della requisitoria, aveva chiesto la condanna di Marco Gennaro alla pena di sedici anni di reclusione, e di confermare o possibilmente di ridurre ulteriormente la pena irrogata in primo grado al suo giovane cliente. Ma l’appello dell’avvocato Aldo Ganci è rmasto inascoltato poichè, al termine della camera di consiglio, la Corte d’Assise di Appello ha riformato la sentenza di primo grado e ha inflitto all’ex studente la pena di sedici anni di reclusione, esattamente come sollecitato dal rappresentante della pubblica accusa. L’avvocato Aldo Ganci ha preannunciato ricorso per Cassazione contro la sentenza della Corte d’Assise di Appello di Catania.
Nel prossimo mese di marzo si svolgerà il processo di secondo grado a carico di Andrea Tranchina, che dai giudici della Corte d’Assise di Siracusa è stato condannato alla pena di venti anni di reclusione. La Corte d’Assise di Siracusa (presidente, Tiziana Carrubba; a latere, Livia Rollo) riconobbe colpevole di omicidio volontario il Tranchina, sulla base delle risultanze della perizia effettuata dai periti professore Savoia di Napoli e dottoressa Arcifa di Catania, i quali hanno concluso la loro indagine dicendo che la morte dell’ottuagenario fu causata dalle gravissime ustioni provocate dalle fiamme che proprio Andrea Tranchina ebbe a sprigionare dopo aver cosparso del liquido infiammabile sul capo di don Pippo Scarso.
L’avvocato Aldo Valtimora, in rappresentanza delle parti civili costituitesi in giudizio, ritenendo troppo mite la sentenza del Gup Anna Pappalardo, ha proposto appello e la Procura Generale ha condiviso le sue lagnanze e si è battuta per far cancellare la condanna a dieci anni di reclusione per omicidio anomalo. Lo stesso avvocato Aldo Valtimora rappresenterà la famiglia di don Pippo Scarso, costituitasi parte civile, anche contro Andrea Tranchina.
Andrea Tranchina è assistito dall’avvocato Giampiero Nassi.
Marco Gennaro (foto a sinistra) e Andrea Tranchina (foto a destra), entrambi studenti, sono stati arrestati dagli agenti della Squadra Mobile con l’accusa di avere cosparso di liquido infiammabile la testa di don Pippo Scarso, 80 anni, e di aver poi appiccato le fiamme. provocandogli delle gravissime ustioni che ne hanno poi determinato il decesso dopo alcune settimane di agonia. Marco Gennaro, dopo la bravata commessa nella notte dell’1 ottobre 2016, si è recato, in compagnia della propria madre, negli Stati Uniti, trovando ospitalità presso alcuni suoi parenti. In America è rimasto fino al quattro gennaio 2017, per poi rientrare in Italia con l’intenzione di volersi costituire e chiarire la sua posizione. Arrestato all’aeroporto internazionale di Fiumicino, Marco Gennaro è stato associato nella Casa Circondariale di Civitavecchia, dove, 48 ore dopo, è stato sottoposto ad interrogatorio di garanzia per rogatoria da parte di un magistrato dell’Ufficio Gip del locale Tribunale. Marco Gennaro,assistito da un difensore d’ufficio in quanto il legale nominato da sua madre, l’avvocato Aldo Ganci, non era stato messo nelle condizioni di raggiungere il carcere di Civitavecchia, aveva risposto alle domande del Gip della rogatoria, che a sua volta aveva ricevuto gli atti dal Giudice delle indagini preliminari Carmen Scapellato, che aveva firmato l’ordinanza di custodia cautelare in carcere sia per il giovane rientrato dagli Stati Uniti che nei confronti di Andrea Tranchina. Di fronte all’accusa di omicidio volontario in concorso, Marco Gennaro si è protestato innocente, anche se ha ammesso di essere penetrato furtivamente in casa del vecchietto, in compagnia di Andrea Tranchina, e di avere assistito passivamente al gesto criminoso posto in essere dal suo coetaneo, attribuendo a quest’ultimo la responsabilità di avere gettato sui capelli di don Pippo Scarso il liquido infiammabile e di avere dato poi fuoco.
L’irruzione nell’abitazione dell’ottuagenario avvenne la notte tra il 30 settembre ed il primo ottobre 2016. Il povero don Pippo Scarso è morto dopo oltre un mese di agonia nell’ospdale Cannizzaro di Catania, dove fu in cura presso il reparto Grandi Ustioni.

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