Dal carcere commissionava attentati contro il proprio fratello: arresti domiciliari a Renato Boager

Siracusa. Accogliendo l’istanza presentata dall’avvocato Junio Celesti, il Tribunale del Venerdì (presidente, Salvatore Cavallaro; a latere, Antonio Dami e Federica Piccione) ha tramutato la misura cautelare della custodia in carcere con quella degli arresti domiciliari nei confronti del pachineser Renato Boager, 54 anni, detenuto presso la Casa Circondariale di Paola, in provincia di Cosenza. Il pachinese è formalmente sottoposto alla misura cautelare degli aresti domiciliari ma non potrà uscire dalla Casa Circondariale di Paola in quanto è colà ristretto per altre vicende giudiziarie e per espiazione condanna. Però, per quanto attiene alle accuse di avere commissionato degli attentati contro il proprio fratello è a tutti gli effetti agli arresti domiciliari. Il processo dovrebbe iniziare a metà del prossimo mese di marzo.
L’8 aprile dello scorso anno, a Renato Boager venne notificata una ordinanza di custodia in carcere emessa dal Giudice delle indagini preliminari Andrea Migneco su richiesta del procuratore aggiunto Fabio Scavone e del Pubblico Ministero Gaetano Bono. Oltre contro il Boager il provvedinento coercitivo venne emesso a carico di altri tre uomini e di una donna, coinvolti in una bruttissima storia nella quale i quattro uomini e la donna svolgono il ruolo di mandante e di esecutori di tre distinti atti intimidatori avvenuti nei mesi di ottobre e novembre 2018 contro il fratello di Renato Boager.
Le indagini, coordinate dal Procuratore Aggiunto Fabio Scavone e dirette dal Sostituto Procuratore della Repubblica Gaetano Bono, hanno portato gli uomini del Commissariato della Polizia di Stato di Pachino -che hanno svolto le indagini- ad eseguire le misure a carico di: Renato Boager, 54 anni, attualmente detenuto presso Casa Circondariale di Paola, in provincia di Cosenza; Antonio Piazzese, 41 anni, residente a Rosolini, attualmente agli arresti domiciliari per altra causa; Corrado Caruso, 43 anni, attualmente detenuto presso la Casa Circondariale Cavadonna per altri reati; Maria Caruso, 57 anni, e Cristian Rubbera, 28 anni, entrambi residenti a Rosolini e ora rinchiusi la donna al carcere di Piazza Lanza, a Catania, e l’uomo nella Casa Circondariale di Cavadonna.
Il primo episodio intimidatorio avviene la sera del 16 ottobre 2018 alle ore 01.50 circa, quando veniva collocato dinanzi al negozio di ricambi per auto di proprietà di Giuseppe Boager, sito in Pachino via Marsala n.64, un ordigno che non esplodeva per un difetto di innesco. Il secondo episodio si verifica la sera del 31 ottobre 2018 alle ore 00:45 circa, allorquando veniva data alle fiamme l’autovettura Fiat Panda di proprietà di Giuseppe Boager, ma in uso al figlio Salvatore. Il terzo episodio accade la sera del 14 novembre successivo, quando un secondo ordigno piazzato nuovamente dinanzi alla saracinesca del medesimo esercizio commerciale, veniva fatto esplodere provocando ingenti danni.
Gli atti intimidatori venivano inquadrati nell’ambito di una contrapposizione familiare già in essere da almeno due anni, che vedeva Renato Boager, personaggio di spessore criminale ben conosciuto a Pachino e in alltri comuni della provincia di Siracusa, protagonista di atti di violenza nei confronti dei parenti che non attuava personalmente poiché, con studiata strategia criminale, aveva commissionato a pregiudicati di Pachino, per evitare di incappare nelle indagini della Polizia. Per tali reati, peraltro, il Boager stava già affrontando un processo al termine del quale, nello scorso mese di gennaio, veniva condannato alla pena di 5 anni e 3 mesi di reclusione dal Giudice Monocratico Antonella Coniglio, che aveva condiviso le indagini del Commissariato di Pachino, e la tesi accusatoria del Pubblico Ministero Andrea Palmieri.
Le indagini svelavano come, mosso da rancore, il Boager anche dal carcere continuava a progettare atti intimidatori contro il fratello Giuseppe, nei cui confronti era riuscito a far commettere due atti intimidatori nel vano tentativo di condizionarne la testimonianza nel processo in cui risultava imputato. Come accertato dalla Polizia, dopo la condanna, Renato Boager inizierà a progettarne altri ben più gravi che attentavano alla vita del fratello.
Le indagini condotte dal Commissariato di Pachino, nei tre episodi, traevano spunti utili da quanto emerso dalla rilevazione delle immagini della videosorveglianza, che fornivano elementi inequivocabili.
Mentre più immediata risultava l’indagine relativa all’incendio dell’autovettura Fiat Panda di proprietà di Giuseppe Boager, che portava al fermo di indiziato di delitto, già nella stessa giornata del 31 ottobre 2018, a carico di Maicol Zisa e Salvatore Cianchino, quali autori materiali dell’atto intimidatorio, soltanto successivamente, e a conclusione delle indagini, emergerà che il mandante era stato Renato Boager.
Negli atti intimidatori in danno dell’attività commerciale gestita da Giuseppe Boager, le telecamere consentivano di raccogliere i primi elementi fondamentali per le indagini, a partire dalla presenza sul luogo del delitto di un’autovettura A.R. 147 di colore grigio, di proprietà di Maria Caruso ma in uso ad Antonio Piazzese, che la utilizzava ogni volta che doveva commettere i reati.
Gli accertamenti sulla donna svelavano come il compagno Corrado Caruso, fosse detenuto presso il carcere di Cavadonna proprio nella stessa cella di Renato Bpager.
Si avviavano, pertanto, una serie di attività tecniche sulle utenze in uso alla donna, ma anche al Piazzese, dalle quali emergeva come costoro riuscissero a comunicare tramite “utenze citofono” con entrambi i detenuti, Corrado Caruso e Renato Boager, chiedendo informazioni sulle indagini che riguardavano i fatti accaduti a Pachino. Cercavano infatti, informazioni rassicuranti, temendo che gli indumenti sequestrati dalla Polizia potessero ricondurre alle loro responsabilità.
Si comprendeva che i cellulari erano stati indebitamente introdotti all’interno del carcere da Maria Caruso, verosimilmente in occasione dei colloqui, durante i quali, consegnava al compagno le sim card intestate al proprio figlio defunto, nella speranza di eludere eventuali intercettazioni.
Proprio le intercettazioni evidenziavano nel Piazzese, l’uomo di fiducia della donna a cui la stessa aveva dato incarico di eseguire gli atti intimidatori commissionati da Renato Boager.
Ciò che muove il Piazzese nel realizzare le volontà del Boager a lui giunte per il tramite dei Caruso, è certamente il denaro, anticipatogli proprio da Maria Caruso, con il quale viene remunerato il lavoro e che, in parte, il Piazzese deve ancora riscuotere come si evince da alcune intercettazioni, in cui si lamenta con Cristian Rubbera, con cui quotidianamente si accompagna.
Analogamente, si ascoltava il Renato Boager, indifferente per avere trascinato altri nella commissione degli atti intimidatori, oramai con l’unico scopo di vita quello di condizionare l’esito del processo penale, sovente al telefono con amici fidati, commentare con sadico piacere il fatto che i propri parenti, al suo cospetto nell’aula del Tribunale, risultavano terrorizzati per gli attentati subìti proprio in prossimità delle udienze.
Inoltre, il Boager dando ulteriore mandato al compagno di cella Corrado Caruso cerca di ottenere che Piazzese compia un più grave gesto, la gambizzazione o addirittura l’omicidio per il quale è disponibile a pagare rispettivamente la somma di 3.000 e 20.000 euro, come emergerà dai colloqui in carcere in cui Corrado Caruso si offrirà di realizzarlo personalmente non appena uscito dal carcere, atteso che la compagna Maria Caruso gli precisa che il Piazzese non è in grado di compiere un così grave gesto.
Che tra Renato Boager e Corrado Caruso sia stato stipulato tale “pactum sceleris” vi è conferma in un’altra conversazione in cui Corrado Caruso rivela a Maria Caruso che nel testamento di Boager, questi lo ha nominato erede di un immobile.
Invero, l’odio che muove Renato Boager verso i propri parenti era stato rilevato già nel 2017 durante le indagini che hanno portato alla condanna del Boager e di Damiano Rizza, ritenuto l’autore materiale dell’aggressione in danno di Filippo Borgh, cognato di Renato Boager, commissionata proprio da quest’ultimo.
Nella complessa vicenda sono coinvolti anche i pachinesi Maicol Zisa e Salvatore Cianchino, già in carcere per l’attentato incendiario contro la macchina di Giuseppe Boager.

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