Pachino. La mafia alza la testa riprende il gioco duro, com'era solita fare negli anni Novanta. Erano quelli gli anni in cui si registrarono sparatorie, morti ammazzati, casi di lupara bianca, retate e poi le condanne ai capi e agli affiliati e la città respirò e ha vissuto un decennio senza particolari problemi di ordine pubblico. E Pachino era ritornata ad essere una cittadina vivibile. A distanza di 22 anni dalla condanna inflitta a Salvatore Giuliano, l'uomo che aveva vinto la guerra tra bande opposte, il boss è ritornato in libertà e per Pachino è finita la quiete. Sono ripresi i traffici loschi, le sparatorie, gli attentati incendiari e quelli con l'uso di esplosivo. I malavitosi hanno rialzato la cresta.

A differenza di trent'anni fa, però, la società civile sta reagendo e si sta coalizzando per contrastare l'arroganza della criminalità organizzata. E le forze dell'ordine e la magistratura stanno recitando la loro parte per reprimere i progetti criminosi che cercano di mettere in atto i nuovi "signori del credo mafioso". Un altro duro colpo alla nuova mafia pachinese è stato inferto dalla Procura Distrettuale Antimafia di Catania e dagli agenti del Commissariato della Polizia di Stato di Pachino nella mattinata odierna, martedì 10 aprile. Su delega dei Pubblici Ministeri Alessandro La Rosa e Alessandro Sorrentino, sostituti procuratori alla Dda di Catania, gli agenti della Polizia di Stato hanno eseguito tre ordinanze di custodia cautelare emesse dal Gip del Tribunale di Catania nei confronti di Giuseppe Vizzini, 54 anni, inteso "Peppe Marcuottu", Simone Vizzini, 29 anni e Andrea Vizzini, 24 anni, e Giovanni Aprile, 40 anni.

Nei confronti degli indagati venivano riconosciuti sussistenti gravi indizi di colpevolezza per i reati di minaccia e violenza ad un pubblico ufficiale, danneggiamento aggravato, detenzione e porto illegale di un ordigno esplosivo, tutti aggravati dalle modalità mafiose e dalla finalità di agevolare l’associazione mafiosa denominata clan Giuliano attiva nel territorio di Pachino e Portopalo di Capo Passero.

Specificamente, in data 29 dicembre 2017, in Pachino, gli arrestati, dopo aver monitorato e seguito gli spostamenti dell'avvocato Adriana Quattropani, posizionavano e facevano esplodere un ordigno danneggiando l’autovettura del legale che stava svolgendo la funzione di curatore fallimentare nominato dal Tribunale di Siracusa procedendo al rilascio all’avente diritto di un distributore di carburante gestito dalla ditta condotta dalla signora Franca Corvo, moglie di Giuseppe Vizzini Giuseppe.

A Giuseppe Vizzini veniva altresì contestato il reato di minaccia e violenza ad un pubblico ufficiale aggravato dalla modalità mafiosa commesso nel febbraio 2017, in data antecedente all’esplosione della bomba carta, allorchè con intimidazione consistita nel chiederle se aveva figli e ricordandole l’uccisione del cognato per un regolamento di conti minacciava il curatore fallimentare al fine di interrompere la procedura di apposizione dei sigilli al distributore di carburante oggetto della procedura.

Le indagini immediatamente avviate dal Commissariato di Pachino dietro denuncia del curatore fallimentare che aveva riferito anche delle minacce ricevute nei mesi antecedenti, consentivano di ricostruire dettagliatamente i movimenti degli indagati dal momento del pedinamento dell’avvocato Quattropani sino all’esplosione dell’ordigno.

Dalle dichiarazioni delle persone offese e delle persone informate sui fatti, da alcune intercettazioni telefoniche e ambientali, dalle riprese video filmate e dai contatti telefonici fra i partecipi nei momenti immediatamente antecedenti l'azione delittuosa, emergeva come Giuseppe Vizzini trasportasse a bordo di una Renault Kangoo il figlio Simone sul luogo dell’esplosione e controllasse

poi a distanza l'operato delle forze dell’ordine. Simone Vizzini, dopo aver ricevuto un accendino da Giovanni Aprile, posizionava l'ordigno sotto l'autovettura della Quattropani cagionando l’esplosione e quindi disfacendosi della felpa che avrebbe potuto identificarlo consegnandola al fratello Andrea. Quest’ultimo, concorreva inoltre nell'attentato anche come “palo” avendo costantemente osservato i movimenti dell’avvocata Quattropani durante i suoi spostamenti nella Piazza Indipendenza di Pachino. Giovanni Aprile, come accertato dai poliziotti, acquistava l'accendino necessario all'innesco che consegnava a Simone Vizzini e pedinava a bordo della propria Bmw, da lui condotta, l'autovettura utilizzata dal curatore fallimentare.

Le modalità dell’attentato risultavano indicative non solo di una particolare forza criminale derivante dalla vicinanza degli autori dei reati al clan Giuliano, ma rappresentavano una risposta all’”offesa” costituita dalla coattiva sottrazione del distributore di carburanti idonea a ledere il prestigio criminale del clan sul territorio.

Ad acclarare i legami degli indagati con il clan Giuliano ed il boss Salvatore Giuliano vi erano alcuni dialoghi registrati tra Giuseppe Vizzini e il Giuliano, dai quali emergeva la condivisione di propositi criminali e il comune interesse alla difesa della “reputazione”, nonché la sussistenza di rapporti imprenditoriali, atteso che il figlio di Giuliano ed il figlio di Giuseppe Vizzini sono i due titolari dell’impresa agricola “La Fenice” avviata nel 2013 e attiva nel settore della produzione ortofrutticola. Dalle intercettazioni telefoniche ed ambientali è pure emerso il progetto criminale ideato e in via di esecuzione da Giuseppe Vizzini e Salvatore Giuliano finalizzato a uccidere il giornalista Paolo Borrometi. I due si prefiggevano di chiedere la "cortesia" al clan dei Cursoti di Catania di inviare da quattro a cinque killer per attentare alla vita del giornalista di Modica, nonostante questi fosse scortato da alcuni poliziotti. Il filone del progetto criminoso da realizzare contro Paolo Borrometi non ha sortito al momento provvedimenti cautelari.

Giuseppe Vizzini e suo figlio Simone, dopo la notifica dell’ordinanza di custodia cautelare sono stati condotti presso il carcere di Bicocca-Catania, nello stesso istituto penitenziario è pure finito Giovanni Aprile, mentre Andrea Vizzini è stato accompagnato presso la propria abitazione in regime di arresti domiciliari.

 

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