Lentini. I giudici del Tribunale del Riesame di Catania, adeguandosi alla decisione della Suprema Corte di Cassazione che aveva annullato la precedente ordinanza del Tribunale della Libertà di Catania, nel considerare fondati i rilievi critici mossi dall'avvocato Fabio D'Amico alle ipotesi di reato contestate al suo assistito, ritenuto dagli investigatori un componente del sodalizio mafioso Nardo di Lentini, hanno annullato l'ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal Gip del Tribunale di Catania nei confronti di Sebastiano Raiti, inteso Cozzola, e ne hanno ordinato l'immediata liberazione. In buona sostanza, i giudici della Suprema Corte di Cassazione avevano manifestato non poche perplessità sulla sussistenza dell'ipotesi di associazione a delinquere di

stampo mafioso contestata al Raiti e avevano inviato il fascicolo al Tribunale di Catania affinchè un Collegio del Riesame, con composizione diversa da quello che aveva acclarato la tesi della Procura Distrettuale Antimafia, riesaminasse la posizione processuale di Sebastiano Raiti e in particolar modo verificasse la sussistenza del reato associativo e l'appartenenza del lentinese al gruppo mafioso denominato Nardo. Il caso è stato discusso in camera di consiglio lo scorso 30 marzo e ieri i giudici del Riesame hanno depositato in cancelleria il dispositivo della nuova ordinanza in cui sono riportate poche parole, un'anticipazione della motivazione che sarà resa nota successivamente. Quelle poche parole dicono che il Collegio ha accolto e condiviso tutti i rilievi critici all'ordinanza di custodia e alla tesi della pubblica accusa mossi dall'avvocato Fabio D'Amico, ha annullato il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso contestato a Sebastiano Raiti, e ha ordinato l'immediata scarcerazione dello stesso Raiti se non detenuto per altra causa. Cozzola non ha delle ulteriori pendenze con la giustizia e ha potuto lasciare la Casa Circondariale di Cavadonna, dove era rinchiuso da quando gli agenti del Commissariato della Polizia di Stato di Lentini lo avevano arrestato a casa di un suo amico, dove si era rifugiato dopo essere sfuggito alla retata effettuata dai poliziotti in esecuzione ad un decreto di fermo giudiziario emesso dal sostituto procuratore Alessandro La Rosa, magistrato in servizio alla Procura distrettuale antimafia di Catania. Le indagini riguardanti una serie di furti in abitazioni, e sfociati in vere e proprie rapine tipo "Arancia meccanica", estorsioni e attentati incendiari ai danni di esercizi commerciali, sono passate di competenza alla Direzione distrettuale antimafia per la presenza nel lotto degli indagati di Sebastiano Raiti, considerato componente organico del clan mafioso Nardo di Lentini. Per il suoi coinvolgimento nelle indagini, sfociate con il fermo giudiziario di tutti i soggetti resisi resonsabili dei furti in appartamenti, delle rapine all'"arancia meccanica", nelle estorsioni e negli attentati incendiari, a tutti i lentinesi coinvolti nell'operazione "Uragano", la Dda di Catania ha contestato l'aggravante di cui all'articolo 7, partendo dal presupposto che una parte dei proventi introitati dall'illecita attività fosse destinata alla consorteria mafiosa Nardo per agevolarla nel pagare gli stipendi agli affiliati da tantissimi anni rinchiusi in carcere in quanto tutti condannati all'ergastolo, come pure il fondatore del gruppo, il boss Nello Nardo. Quella circostanza aggravante di cui all'articolo 7, pur essendo stata dichiarata insussistente dal Riesame di Catania e dallo stesso Gip che poi ha ordinato la liberazione di molti degli indagati inizialmente trascinati in carcere, continua ad aleggiare sulla testa degli imputati tant'è che a processo già iniziato si fa carico ai lentinesi alla sbarra l'aggravante di avere commesso i reati per agevolare il sodalizio mafioso Nardo. E proprio sulla base del castello accusatorio edificato dagli investigatori del Commissariato della Polizia di Stato di Lentini e condiviso dai magistrati della Procura Distrettuale Antimafia di Catania il sindaco di Lentini ed i presidenti di due associazioni antiracket dei comuni di Lentini e Carlentini si sono costituiti parte civile contro gli imputati dell'operazione "Uragano", escludendo il solo Giuseppe Castro, che in questa storia di malavita ha un ruolo davvero marginale. Il problema non è tanto la costituzione di parte civile del sindaco e dei presidenti delle associazioni antiracket, quanto piuttosto per la decisione operata dal Tribunale penale di Siracusa di avere ammesso le richieste. Il Collegio che ha deliberato il via libera alle costituzioni di parte civile si è spogliato del processo trasmettendolo al vaglio del Collegio penale che tiene le udienze il martedì, composto dal presidente Fabio Salvatore Mangano, dalla giudice togata Venera Condorelli e dal giudice onorario Antonio Cannata. Il processo "Uragano", arriverà al vaglio del Collegio del martedì all'udienza dell'11 aprile, quindi la prossima settimana. E a questo punto, bisognerà vedere quali iniziative adotterà il Collegio alla luce della nuova decisione del Tribunale del Riesame che ha "cassato" il reato di associazione per delinquere contestato a Sebastiano Raiti, il principale imputato dell'operazione denominata "Uragano". Ma c'è curiosità per le decisioni che si appresta a prendere il Collegio del lunedì, composto dalla presidente Alessandra Gigli e dalle giudici Carla Frau e Concetta Zimmitti, che il 24 aprile prossimo deve giudicare con rito abbreviato i lentinesi Francesco Pappalardo, 32 anni e Sebastiano Buremi, 22 anni, entrambi difesi dall'avvocato Stefano Rametta.

Nell'operazione "Uragano" sono coinvolti Sebastiano Raiti, Alfio Calabrò, 23 anni; Maurizio Sambasile, 43 anni; Filadelfo Amarindo, 64 anni; Salvatore Palermo, 64 anni; Antonino Corso, 35 anni; Giuseppe Infuso, 51 anni; Andrea Libertini, 21 anni; Salvatore Buremi, 26 anni; Salvatore Amato, 35 anni; Nicholas Vincenzo Sanzaro, 18 anni; Concetto Scrofani, 26 anni; Francesco Siracusano 26 anni, Miriam Coco, 23 anni, Giuseppe Castro, 39 anni, Giuseppe Romano, 21 anni, Andrea Catania, 59 anni, assistiti dagli avvocati Rosario Frigillito, Junio Celesti, Fabio D'Amico, Sebastiano Sferrazzo, Puccio Forestiere, Fabiola Fuccio, Antonio Failla, Dario Saggio, Francesco Calderone, Franco Passanisi, Antonio Lo Iacono, Michele Lazzara, Antonio Brunetta, Carmen Toro, Giuseppe Catania, Nicola Aiello e Alberto Greco.

L'accusa di incendio doloso commesso ai danni dei fratelli Ferrante, avvenuto il 25 febbraio scorso e di tentata estorsione, viene contestata a Francesco Pappalardo, Alfio Calabrò, Andrea Libertini e Antonino Corso. Inoltre di furto aggravato sono accusati Francesco Pappalardo, Salvatore Buremi e Giuseppe Romano: nella notte tra il 4 e il 5 febbraio, dopo aver forzato la porta d’ingresso, fecero irruzione nei locali della ditta Bastone-Caschetto e si sono appropriati di utensili da lavoro per realizzare infissi in alluminio. Pappalardo, Maurizio Sambasile e i fratelli Buremi sono accusati di tentata estorsione ai danni degli imprenditori Bastone-Caschetto avendo tentato di sottoporli alla pratica del “cavallino di ritorno”, chiedendo la somma di 1300 euro per restituire la refurtiva. Il tentativo di estorsione è avvenuto giorno 8 febbraio, quattro giorni dopo il colpo ladresco. Salvatore Amato è accusato di furto aggravato di uno Scarabeo rubato a Vittorio Sgalambro il 27 ottobre 2010, con richiesta di cavallino di ritorno per restituirglielo. Sebastiano Buremi, Concetto Scrofani, Vincenzo Sanzaro, MIriam Coco e Francesco Siracusano sono accusati di rapina aggravata dell’articolo 7 per essersi introdotti nell’abitazione di Giuseppa Giacobello, costringendo la vittima a consegnare loro gioielli e denaro. Il grave episodio è avvenuto il 26 febbraio scorso. Francesco Pappalardo, Antonino Corso e Francesco Rubino, si vedono contestare il reato di tentata estorsione ai danni della ditta Redcop in quanto avrebbero fatto minacciose pressioni nei confronti del titolare affinchè assumesse del personale. Questa tentata estorsione è stata accertata il 9 novembre dell’anno scorso. Sebastiano Buremi, Francesco Pappalardo, Vincenzo Sanzaro e Giuseppe Infuso sono accusati di rapina aggravata in danno di Antonio Faraci: fatta irruzione nella sua abitazione lo minacciavano con un coltello e si facevano consegnare una discreta somma di denaro. La rapina è stata commessa il 16 febbraio scorso. Francesco Pappalardo, Salvatore Buremi, Sebastiano Buremi, Maurizio Sambasile, Filadelfo Amarindo di estorsione con cavallino di ritorno: dopo aver rubato una Fiat Panda a Selene Vinci avevano chiesto 600 euro per restituirgliela. Questo episodio si è verificato l’8 febbraio. Nella stessa giornata è stata rubata una Fiat 500 di proprietà di tale Buccheri. a Francesco Pappalardo, ai fratelli Buremi, Vincenzo Sanzaro contestato il furto di una Fiat di proprietà di una donna, avvenuto il 15 febbraio scorso e l’estorsione ai danni di Graziella Stuto cui volevano restituire l’auto dopo avergliela rubata l’8 maggio dell’anno scorso. A Salvatore Palermo, infine, viene contestato il reato di tentata estorsione ai danni di un giostraio.

 

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