Siracusa. La morte della marescialla dei Carabinieri Licia Gioia sta diventando un bel rebus. Il marito della donna, un ispettore di Polizia, è stato inizialmente indagato per il reato di istigazione al suicidio. Ed ora, risulta indagato per il reato di omicidio colposo. La nuova qualificazione del fatto fa pensare che il poliziotto Francesco Ferrari, difeso dall'avvocato Stefano Rametta, abbia fatto partire lui involontariamente il colpo di pistola provocando casualmente, per negligenza ed imperizia nell'uso dell'arma da sparo, la micidiale pistola calibro 9 in uso alle forze armate e alle forze dell'ordine, la morte della moglie.

La nuova fattispecie delittuosa, contestata dal Pubblico Ministero Marco Di Mauro, è originata dall'esito degli accertamenti effettuati nell'abitazione di contrada Isola, la casa in cui moriva la sottufficiale dell'Arma dei Carabinieri, da parte dei tecnici nominati dal magistrato titolare delle indagini. Il professore Averna ed il dottor Giuseppe Di Forti, sostengono, infatti, che la morte di Licia Gioia è avvenuta per "un colpo da rimbalzo". In parole più semplici, vuol dire che dall'arma è stata espulsa una pallottola che ha colpito una specchiera installata ad una parete della camera da letto e che poi, ritornando indietro, si è malauguratamente conficcata un centimetro sopra l'orecchio destro della marescialla dei Carabinieri e, proseguendo la sua traiettoria, è fuoriuscita dalla parte opposta del bel volto di Licia Gioia. La morte della donna è stata immediata. Il proiettile, penetrando nella testa della donna, ha provocato danni irreversibili. La grossa pallottola ha praticamente spappolato il cervello della malcapitata. Se così sono andati gli ultimi istanti di vita di Licia Gioia, alla luce della contestazione del reato di omicidio colposo, si deve escludere che la marescialla dei Carabinieri avesse pensato di togliersi la vita come fin qui aveva fatto intendere il Pubblico Ministero Marco Di Mauro, con quella iniziale ipotesi di reato contestato al marito, Francesco Ferrari, di istigazione al suicidio. Quella del suicidio era un'ipotesi che aveva lasciato sgomenti e perplessi i genitori di Licia Gioia, i quali proprio perchè mal digerivano l'idea che la loro figlia si fosse tolta la vita, hanno nominato l'avvocato Aldo Ganci per assisterli nelle fasi delle indagini intraprese a carico del poliziotto, marito della loro figlia e soprattutto per tutelare nelle sedi giudiziarie la memoria di Licia Gioia. E allora, sulla scorta della nuova ipotesi di reato contestata al poliziotto Ferrari, è più logico pensare che ad impugnare la pistola fosse stato il poliziotto, ed immaginare che, durante la violenta discussione con la moglie, scoppiata a quanto pare per la morbosa gelosia della vittima, proprio Francesco Ferrari abbia inavvertitamente pigiato il grilletto facendo espellere il proiettile che è finito contro la specchiera e di rimbalzo, tornando indietro, si sia conficcato alla testa di Licia Gioia. Oppure si potrebbe anche pensare che i coniugi hanno avuto la violenta discussione, sempre scaturita dalla gelosia di Licia Gioia, e che la donna abbia simulato il gesto di voler rivoltare verso di sé la canna della pistola e che il marito, nel disperato tentativo di disarmarla, ha ingaggiato una colluttazione con la moglie, durante la quale è partito il colpo di pistola che, di rimbalzo, dopo avere mandato in frantumi lo specchio, si è andato a conficcare sopra l'orecchio destro della donna. Salvo ulteriori ripensamenti del Pubblico Ministero Di Mauro, non ci sono altre interpretazioni sceniche per spiegare la condotta del poliziotto Ferrari vista l'ipotesi delittuosa di omicidio colposo che gli contesta il Pubblico Ministero Di Mauro sulla base degli accertamenti effettuati dai suoi due consulenti tecnici. La domanda a questo punto sorge spontanea: quella dell'omicidio colposo è un'ipotesi delittuosa che reggerà fino alla fine delle indagini preliminari oppure verrà smentita dai consulenti nominati dal Giudice delle indagini preliminari Carmen Scapellato? Il Gip, accogliendo la richiesta di incidente probatorio avanzata dall'avvocato Stefano Rametta,.ha conferito l'incarico di effettuare la perizia balistica e di ricostruire gli ultimi attimi di vita del maresciallo dei Carabinieri Licia Gioia, ai professori Compagnini, Gatti e Plebei, i quali hanno accettato l'incarico e depositeranno la perizia all'udienza del 10 luglio prossimo.

A quella data si dovrebbero avere anche i risultati della perizia balistica effettuata dai Carabinieri del Ris di Messina, che finora non hanno detto assolutamente nulla riguardo all'esito dei test in laboratorio effettuati. Una cosa è certa: la versione fornita dal poliziotto Ferrari sul secondo proiettile espulso dalla pistola d'ordinanza di Licia Gioia non viene ritenuta verosimile dai Carabinieri, dai consulenti tecnici e dal medico legale Franco Coco. Il poliziotto della donna, per spiegare il suo ferimento e la ferita da arma da fuoco alla coscia della moglie, ha detto che, nel tentativo di togliere la pistola dalla mano di Licia Gioia, è partito un proiettile che è penetrato alla coscia della marescialla, già morta da svariati minuti, è fuoriuscito e si è conficcato ed è fuoriuscito alla gamba dello stesso poliziotto. Tutti si sono domandati: ma che motivo aveva il marito se la moglie era già morta a toglierle dalle mani la pistola? Soltanto uno sprovveduto si sarebbe comportato come lui, ma uno che di professione fa il poliziotto non sa forse che non va assolutamente modificata la scena di un evento mortale?

Ci sono troppi lati oscuri sul decesso della marescialla dei Carabinieri. I genitori di Licia ancora oggi non si rassegnano a ritenere credibile che la loro figlia possa essersi tolta la vita per gelosia. Pensano che in quella camera da letto, nella villetta di contrada Isola, sia avvenuto un fatto diverso da un suicidio. Padre e madre si rifiutano, allo stato, di accusare il genero, il poliziotto Francesco Ferrari, ma si sono affidati all'avvocato Aldo Ganci affinchè segua con attenzione l'evolversi delle indagini e verificare la sussistenza di ipotesi alternativa a quella del suicidio o dell'incidente. I genitori di Licia non vogliono pronunciare la parola femminicidio perchè non hanno elementi in mano per muovere una così pesante accusa al marito della loro figlia. Ma, come tutti quelli che hanno conosciuto la marescialla in vita, si rifiutano di credere che la loro figlia, addestrata a operazioni militari di elevato rischio e psicologicamente inattaccabile per poterla definire instabile o non in possesso delle proprie facoltà mentali, si sia rivoltata la canna della pistola alla testa per togliersi la vita in quanto incapace di intendere e di volere a causa di una crisi di gelosia.

In attesa dell'udienza del 10 luglio quando i consulenti del Gip Scapellato illustreranno in aula la perizia sui fatti avvenuti nella camera da letto, gli inquirenti hanno ricostruito la dinamica della tragica fine di Licia Gioia.

Le indagini hanno già accertato che venti minuti dopo la mezzanotte di martedì 28 febbraio, Francesco Ferrari ha telefonato all'ex moglie per esortarla a raggiungerlo nella casa di contrada Isola e di portare il figliolo di 14 anni nella sua abitazione, evitandogli di rimanere coinvolto nella ressa che da lì a breve ci sarebbe stata per l'arrivo degli agenti della Polizia, del personale del 118, dei Carabinieri e di altri soccorritori che lui stava per apprestarsi a chiamare a seguito del suicidio di Licia Gioia. Il poliziotto ha cercato - riuscendovi - di scongiurare il rischio che il figlio subisse un trauma vedendo il cadavere della marescialla. La moglie di Francesco Ferrari si è precipitata in contrada Isola e ha preso in consegna il figlio. Contemporaneamente, mentre la donna e il ragazzo uscivano di casa, è sopraggiunta la Volante inviata dal centralinista del 113 e alcuni minuti dopo è arrivata l'autoambulanza del 118. Poi è arrivato il medico legale Franco Coco, la pattuglia dei Carabinieri e subito dopo sono arrivati gli agenti della Polizia Scientifica che, su richiesta del Pubblico Ministero Marco Di Mauro, hanno sottoposto allo Stub il loro collega Francesco Ferrari. A quanto pare la Scientifica è arrivata in tempo a effettuare gli accertamenti volti a individuare tracce di polvere da sparo alle mani, ai capelli, all'avambraccio, alle orecchia, al naso e sugli abiti che indossava, scongiurando in particolar modo che l'agente Ferrari, marito della marescialla Licia Gioia, potesse recarsi in bagno per lavare le mani. Dopo questi primi adempimenti urgenti, il poliziotto è stato accompagnato all'ospedale Umberto I dove è stato ricoverato per la ferita da arma da fuoco alla parte superiore della gamba sinistra. Il medico legale Franco Coco, nell'effettuare l'ispezione cadaverica, ha suggerito che la Scientifica fosse affiancata dai Carabinieri del Ris di Messina per effettuare la perizia balistica sulla pistola d'ordinanza in dotazione alla defunta Licia Gioia, il cui corpo, in posizione supina, era riverso sul letto matrimoniale. La donna presentava quattro fori, di cui due alla testa e due alla coscia della gamba destra. I colpi esplosi dalla pistola d'ordinanza calibro 9 sono stati però due: il primo alla tempia, con il proiettile che entra da un lato e fuoriesce dall'altro; il secondo alla coscia della gamba destra, con il proiettile che entra da un lato e fuoriesce dall'altro e si va a conficcare alla gamba sinistra del poliziotto. L'indomani, quando all'obitorio dell'ospedale Umberto I viene eseguita l'autopsia, il medico legale stabilirà con assoluta certezza, che dei due proiettili espulsi dalla pistola d'ordinanza è stato il primo ad avere provocato il decesso. Si tratta della pallottola che ha spappolato il cervello di Licia Gioia. Il secondo proiettile, quello che provoca i fori di entrata e di uscita alla gamba destra di lei e che poi penetra nella parte superiore della gamba sinistra del marito, viene esploso quando Licia Gioia era già morta. Il medico legale non è in grado allo stato poter dire con esattezza il tempo trascorso tra l'esplosione del primo e del secondo proiettile. Mentre la Scientifica della Polizia di Stato ha effettuato lo Stub alle mani del poliziotti e rilevato fatte tutte le ricerche relative alla presenza di polvere da sparo alle narici del naso, alle orecchie e sui vestiti, I Carabinieri del Ris di Messina hanno effettuato le medesime operazioni sul cadavere della moglie di Francesco Ferrari. I Carabinieri hanno prelevato molti campioni dal corpo di Licia Gioia e inizieranno ad esaminarli il prossimo 8 marzo alla presenza anche del difensore del poliziotto, avvocato Stefano Rametta. Ma un aiuto importantissimo alla ricostruzione dei fatti avvenuti la notte dell'esplosione dei due colpi di pistola sarà fornito dal consulente che arriverà dal Nord, chiamato dal procuratore capo Francesco Paolo Giordano e dal sostituto procuratore Marco Di Mauro per dissipare tutti i dubbi tuttora esistenti sulla vicenda. Il consulente tecnico è un esperto ed è capace di ricostruire cosa è effettivamente avvenuto tra i coniugi Francesco Ferrari e Licia Gioia. Le dichiarazioni rese dal poliziotto e da suo figlio (il ragazzo è stato svegliato di soprassalto dalle urla del padre e di sua moglie prima e dalle due secche detonazioni dopo, non ha visto la scena agghiacciante in cui Licia Gioia cessa di vivere e stramazza supina sul letto matrimoniale in un lago di sangue, ma ha sentito dalla sua stanzetta ubicata al piano superiore della villetta le grida e i due colpi di pistola) consentiranno all'esperto di ricostruire tutti i movimenti dei protagonisti della vicenda. Sarà lui in buona sostanza a dire se Francesco Ferrari ha detto il vero o se ha mentito. Gli esperti del Gruppo Ris dei Carabinieri di Messina e della Polizia Scientifica saranno pure loro fondamentali nella ricerca della verità in quanto dovranno dire agli inquirenti se la pistola sia stata impugnata soltanto dalla marescialla Licia Gioia oppure se anche dal poliziotto Francesco Ferrari. E, soprattutto, dovranno dare una risposta al quesito sollevato dal medico legale Franco Coco sui motivi che hanno indotto il poliziotto a disarmare la propria moglie quando lei era già morta.
Allo stato il caso viene classificato come suicidio. Licia Gioia, originaria di Latina, maresciallo dell'Arma dei Carabinieri, era sposata da circa un anno con Francesco Ferrari, originario di Taranto, in servizio alla Questura di Siracusa. Lei era follemente innamorata di Francesco. E pure lui l'amava. Infatti lui si era separato dalla moglie con cui aveva concepito il figlio, oggi quattordicenne, una poliziotta come lui, e aveva iniziato la convivenza con la marescialla dei Carabinieri, ex cestista, dalla forte personalità ma gelosa come poche altre come lei. Litigavano spesso perchè lei era sprofondata in una crisi depressiva a causa della gelosia. La sera del fattaccio hanno avuto l'ennesima lite e lei, insoddisfatta dalle risposte del marito, ha minacciato di togliersi la vita. Francesco Ferrari dice di essere riuscito a persuadere la moglie a desistere dai suoi propositi autolesionistici. Ma, stranamente, la micidiale arma da sparo, anzichè essere portata a debita a distanza e nascosta dove la donna non l'avrebbe potuto riprendere, è rimasta a meno di dieci centimetri dalla marescialla. Il poliziotto ha sottovalutato probabilmente il livello di depressione in cui si dibatteva la moglie la quale, ammesso e non concesso che i fatti siano andati come li descrive il poliziotto, ha ripreso la pistola d'ordinanza e in modo fulmineo ha rivolto verso di sé la canna e ha fatto fuoco, facendosi spappolare il cervello.

 

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