Il taccuino di Tizza Rizza. Greta: la cultura della vita, la Consulta: la cultura della morte

Siracusa. Un Papa cattolico per primo semina nel cuore della umanità un messaggio: salviamo il nostro pianeta.
Le strade della Provvidenza portano al raccolto di quel seme una ragazzina di 16 anni, Greta, che riesce ad infiammare il cuore dei giovani di tutto il mondo.
E ieri, Venerdì 27 settembre, noi siamo stati testimoni di un fatto memorabile che rientrerà nei libri di storia: la gioventù di tutto il modo è scesa in piazza, tutti lo stesso giorno, per lanciare un grido: salviamo il pianeta.
E’ stato un inno alla vita.
Nello stesso tempo 16 fra gli uomini più autorevoli dell’Italia hanno invece aperto il capitolo della cultura della morte: in questa nostra Italia, un Paese che da oltre mezzo secolo aveva bandito la pena di morte.
Il caso limite è diventato motivo per mettere in dubbio un principio che era cardine del nostro ordinamento e delle nostre coscienze: la vita è un bene inalienabile.
La Consulta non ha dichiarato la incostituzionalità e quindi non ha abrogato l’art. 580 del codice penale che punisce la istigazione o l’aiuto al suicidio, ma ha aperto la porta perché entri nella cultura giuridica e nella coscienza sociale che in alcuni casi è lecito istigare al suicidio o addirittura aiutare nell’esecuzione del suicidio.
Si è aperta la strada della cultura della morte.
Un giudice provvido il cui pensiero va aldilà del caso limite oggetto del suo esame, deve prevedere i successivi comportamenti degli uomini che possono approfittarsi a loro piacere, per un loro egoismo, di una decisione assunta per uno specialissimo caso particolare.
Ma esaminiamo con calma quello che ci viene dal solo dispositivo della sentenza della Consulta; le motivazioni verranno dopo tempo.
I puntini cardi sono: a) la volontà liberamente formatasi di suicidio di una persona umana; b) il soggetto sia tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale; c) la persona sia affetta da una patologia irreversibile.
Se concorrono le dette condizioni è lecito sia indurre le persone al suicidio sia la materiale dazione della morte.
Passiamo ad una frettolosa casistica.
Per i minori affetti da patologia irreversibile e che siano tenuti in vita da trattamenti di sostegno chi esprimerà la volontà di suicidio?
Il padre o la madre, o l’amministratore di sostegno?
Chi esprimerà una tale volontà per gli anziani che non ragionano più, che sono affetti da patologia irreversibile, che sono tenuti in vita da trattamento di sostegno?
Forse un figlio che è stanco di accudire il padre malato e che è ansioso di prenderne de iure la intera eredità, o forse il Servizio Sanitario Nazionale che vuole evitarsi cure e servizi costosissimi?
Il punto focale è il libero convincimento dell’ammalato a chiedere il suicidio così detto assistito.
Quanto è facile per un figlio stanco di assistere un genitore che si ostina a vivere nonostante la malattia irreversibile che l’ha colpito, a convincerlo alla scelta della morte.
Si sono aperti terreni inesplorati che hanno aperto la pagina della cultura della morte.
Mi consola una mia esperienza proprio di ieri all’udienza del Got (Giudice onorario tribunale) avv. Maria Concetta Consoli.
Un padre e una madre vengono in udienza per far nominare un amministratore di sostegno alla loro unica figlia celebrolesa dalla nascita, che è nutrita con un sondino gastrico e respira tramite un ventilatore polmonare.
E’ un relitto umano; ma padre e madre mi dicono che mai e poi mai manderebbero la loro figlia in una clinica di lunga degenza; la loro bambina riempie loro la vita.
Questa è cultura della vita perché c’è l’amore; ma dove l’amore non c’è che ne faremo della vita delle persone ammalate?
Titta Rizza

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