Disperato appello al governo e alla magistratura di un detenuto siracusano gravemente malato

Siracusa. Riceviamo e pubblichiamo la lettera inviata dalla moglie del detenuto Francesco Capodieci, rinchiuso nella Casa Circondariale di Cavadonna dal 2018 a seguito dell’operazione antidroga denominata Bronx e adesso appellante avverso alla condanna di anni 23 di reclusione inflittagli dal Giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Catania, Simona Ragazzi, avendolo riconosciuto colpevole di associazione finalizzata al traffico delle sostanze stupefacenti.
La lettera inviata alla redazione del Diario reca la firma di Francesco Capodieci.
“Non è la prima volta che decido di scrivere una lettera per raccontare ciò che mi sta succedendo da due lunghi anni e probabilmente non sarà nemmeno l ultima.
Nell’ultimo mese nulla è cambiato o forse si.
Finalmente il giudice mi ha autorizzato ad effettuare la Tac con mezzo di contrasto presso l’ospedale di Siracusa.
Una cosa un po’ bizzarra, aspetto questo autorizzazione da tanto tempo e la ottengo proprio durante l’epidemia del Covid-19 che stiamo vivendo.
Ma nonostante ciò ho accettato di fare questo esame perché non ho molte alternative e possibilità di rifarla in tempi migliori.
Quindi la direzione sanitaria del carcere,incaricata di prenotare la Tac, cerca invano di ottenere una data vicina con estrema urgenza e tempestività, così come afferma il giudice Simona Ragazzi nell’ordinanza.
Purtroppo dopo diversi solleciti non ottiene risposta dall’azienda ospedaliera,che già risponde a rilento in situazione ordinaria, figuriamoci adesso durante questa emergenza.
Il giudice, quindi, decide di autorizzarmi al ricovero presso l’ospedale Cannizzaro di Catania, al reparto di medicina protetta. Ricovero che ho subito rifiutato.
Sarebbe inutile spiegare il motivo, come si può pensare che un detenuto con patologia respiratoria in pieno emergenza sanitaria con una epidemia in corso, venga portato in un ospedale, per accertamenti, dove il rischio del contagio è altissimo per poi essere riportato in carcere, mettendo in pericolo anche i compagni di cella, con i quali vivo in pochi metri quadrati h24 senza poter rispettare il metro di distanza imposto dal governo italiano, lo stesso che ci impedisce di rispettare quella norma.
Mi è sembrato assurdo dover andare in ospedale per la Tac, ma addirittura ricoverarmi adesso in un ospedale che ospita davvero tanti pazienti Covid: è una decisione irresponsabile da parte di un giudice, il quale dovrebbe anche tutelare la salute del detenuto.
Ma qui la domanda da porsi è solo una: perché il giudice mi autorizza ad un ricovero proprio adesso invece di farlo già prima dato che sono quasi due anni che cerco in ogni modo di capire la natura dei noduli al polmone e ipotetiche terapie da eseguire?
La risposta è semplice: il giudice si è tolto ogni responsabilità, addossandole tutte su di me avendo rifiutato il ricovero.
Il giudice, autorizzando il ricovero presso un ospedale ad un detenuto con patologie polmonari ai tempi del Covid, ha firmato la sua condanna a morte.
Lei non si è tolta nessuna responsabilità, al contrario, se dovesse succedermi qualcosa, facendo scongiuri, i responsabili, questa volta, avrebbero nome e cognome.
Credo sia arrivato il momento che la smettessero di trattare i detenuti come gli scarti della società, io sono un uomo detenuto, e lì fuori ho una famiglia che mi aspetta, che lotta ogni giorno accanto a me e per me, vivendo sempre nella paura che possano complicarsi le mie condizioni di salute.
Le mie dispnee non sono finite, come si legge tra le mie carte, io le ho continuamente, l’ultima proprio ieri sera, prendo una compressa di Bentalan e aspetto che ritorni a respirare bene.
Ho anche fatto un istanza da solo, senza i miei avvocati, dove chiedo di essere messo ai domiciliari, ma la mia richiesta è stata rigettata, questa volta non dalla giudice Ragazzi, perché nel frattempo il mio caso è passato alla Corte d’Appello di Catania e ovviamente il nuovo giudice non conosce la mia situazione di salute.
Il mio non è un pretesto per cercare una strada più breve approfittandomi dell’esistenza del coronavirus che spero passi presto; ho già iniziato questa battaglia tempo fa, il corona virus ha solo aumentato la mia paura ed è per questo che io non mi fermo qui, lotterò con tutte le mie forze perché mi hanno tolto giustamente la libertà ma niente e nessuno mi toglierà il diritto di essere curato tutelando la mia salute.
Chiedo al giudice solo di continuare a scontare la mia pena a casa facendomi tutte le visite mediche e curarmi, evitando anche di espormi al rischio del contagio del virus dato che sono un soggetto con una patologia polmonare, ho difficoltà respiratorie tutte certificato e relazionate da diversi medici, non devo scontare la mia pena rischiando di morire.
Ed è proprio ai giudici della Corte d’Appello che si rivolge Salvi, il procuratore generare della Corte di Cassazione, chiedendo tra le iniziative legislative anche quella di concedere gli arresti domiciliari ai soggetti con patologie pregresse, cardiache o respiratore, “perché se contagiati sono destinati al decesso.”
Nel carcere di Siracusa fortunatamente ad oggi non ci sono casi di Covid-19, ma gli esperti dicono che dovremmo imparare a conviverci con questo virus, quindi nessuno potrà sapere mai se dovesse arrivare fin qui e a quel punto che si farà?
Purtroppo oggi la mia vita non dipende da me ma dalle decisioni di un Stato assente e dalla magistratura, mi rivolgo proprio a chi ha il dovere di giudicarmi: giudicate il mio reato ma non firmate,anche voi, la mia condanna a morte”.
Francesco Capodieci
Carcere di Siracusa

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