Se n’è andato a 71 anni Aldo Sicari, fu il bersaglio nel 1991 di un attentato del racket del pizzo

Augusta. Aveva 71 anni Aldo Sicari, la stessa età di chi scrive. Se n’è andato ieri, confortato dall’affetto della moglie dei suoi due figli, uno dei quali ricordo studente al liceo scientifico quando ancora insegnavo.
Ieri era Pasquetta, giornata tradizionale di scampagnate, tranne ieri, a causa della guerra contro un velenoso microrganismo, che sta impedendo persino di celebrare i funerali pubblici per timore di contagio. Così, ieri Aldo è stato salutato solo dai suoi strettissimi familiari che hanno pianto per lui. Sono sicuro che se non ci fosse stata questa terribile congiuntura pandemica, una folla avrebbe dato l’ultimo saluto a Aldo Sicari, e molti si sarebbero commossi, come si commossero mercoledì 18 settembre 1991, quando una folla di augustani strinse Aldo in un abbraccio virtuale, partecipando alla “marcia del silenzio”, organizzata dopo l’attentato che Aldo aveva subìto due giorni prima. Alle 8,30 di lunedì 16 settembre, due attentatori lo aspettavano davanti all’ingresso dell’azienda, di cui era titolare con il padre Amedeo e il fratello Carmelo. Il primo agosto di quell’anno un incendio doloso al tetto dell’azienda aveva rappresentato un avvertimento di tipo mafioso volto a far intimorire i Sicari perché si piegassero al ricatto estorsivo di una banda che imperversava allora in provincia di Siracusa. Di fronte al rifiuto dei Sicari, i malviventi avevano deciso di passare all’azione proprio quel mattino: con le loro pistole spararono una raffica di colpi che raggiunsero Aldo alle gambe, all’inguine e allo stomaco, lasciandolo in condizioni critiche. Richiamati dagli spari e dalle grida i trenta dipendenti dell’azienda uscirono in massa e gli prestarono immediato soccorso, mentre vedevano fuggire i due delinquenti con una Lancia Thema parcheggiata poco lontano. Trasportato in un primo momento al “Muscatello”, il civico ospedale di Augusta, Aldo fu poi trasferito all’”Umberto I” di Siracusa. “Le condizioni di mio fratello erano veramente gravi” – ci disse, quel mercoledì, il fratello Carmelo – “è arrivato collassato all’ospedale, praticamente dissanguato. Se non fossimo arrivati in tempo…forse… ancora pochi minuti… e non ce l’avrebbe fatta”. I puntini di sospensione indicano la tensione, lo stato d’animo di Carmelo che volle manifestare il suo ringraziamento a tutti i partecipanti alla marcia di solidarietà. La marcia del silenzio, così fu definita la marcia di solidarietà per Aldo e di protesta contro il racket, richiamò ad Augusta le più importanti reti televisive nazionali e regionali. L’immagine scaturita non fu quella tradizionale della Sicilia piagnona e folcloristica. Fu l’immagine di una città solidale, produttiva, che voleva lavorare senza timore. Era una piazza siciliana, ma poteva essere quella di una piazza di qualunque città del settentrione d’Italia. Fu una marcia degna di certe grandi manifestazioni di protesta per i diritti civili che negli anni Sessanta del secolo scorso si svolgevano a Roma come a Washington. Solidarietà ieri, il più vivo cordoglio oggi.
Giorgio Càsole

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