Il presidente della Commissione regionale antimafia Claudio Fava denuncia Paolo Borrometi per falso e calunnia

Palermo. “Sono allibito, arrabbiato, offeso. Perchè mentire è un vizio, ma falsificare è un reato. Per giorni Borrometi ha accusato me e l’intera Commissione Antimafia di avere manipolato la verità dei fatti. E adesso scopro, leggendo l’articolo pubblicato sul sito GenerazioneZero.Org, che l’unica maldestra manipolazione l’avrebbe fatta lui, rotradatando a cinque anni fa un articolo che in realtà non aveva mai pubblicato. Se davvero le cose sono andate così, siamo di fronte a un comportamento da codice penale. Per quanto mi riguarda, ho chiesto alla Commissione un mandato a procedere per vie giudiziarie a tutela dell’onorabilità dell’Istituzione che rappresento, dei nostri funzionari, dei consulenti e dei deputati, tutti accusati dagli articoli di Borrometi di avere propalato “falsità”, tutti esposti al lubridio sulla sua pagina Facebook e su altri siti compiacenti.
Da giornalista, con quarantadue anni di mestiere alle spalle, ho già annunciato all’Ordine dei Giornalisti che mi autosospendo fino a quando non verrrà aperto un formale procedimento per ottenere la massima chiarezza ed ogni verità su quanto accaduto”. Il virgolettato reca la firma di Claudio Fava, Presidente della Commissione regionale Antimafia, già considerato dal giornalista Borrometi un suo nemico da quando ebbe ad inviare ai procuratori delle Procure di Catania, Siracusa e Ragusa la richiesta di verificare se sussistevano i presupposti per continuare a mantenere la scorta armata al vice direttore dell’Agenzia Agi. L’iniziativa di Fava scaturiva dalla presentazione di un esposto, a firma di nove deputati regionali, cinque dei quali poi avcevano ritirato la loro firma, in cui si sottolineavano i dubbi sulla veridicità di alcuni episodi denunciati da Borrometi. I firmatari dell’esposto sostenavano, infatti, che non c’era prova alcuna nè sulla presunta aggressione fisica subita dal giornalista ad opera i due uomini mascherati, nè sul presunto incendio alla porta di casa dove risiede la famiglia di Borrometi nè, infine, sull’asserito attentato con autobomba che avrebbero dovuto eseguire i componenti del clan mafioso Giuiiano di Pachino. I deputati regionali hanno insinuato che i tre episodi fossero stati inventati dal giornalista per farsi assegnare la scorta armata dallo Stato. Non solo. Nell’esposto è stato rappresentato che nessuna persona è stata incriminata e condannata dalla magistratura per i tre episodi denunciati dal giornalista, definiti da un noto penalista di Pachino delle vere e proprie bufale. A Modica, paese in cui abita ed è cresciuto Borrometi prima di trasferirsi a Roma, si dice che l’aggressore sarebbe stato il giardiniere della famiglia Borrometi a seguito di una liite scaturito dall’accusa dal giornalista all’operaio di avergli maltrattato il cane. Dicono, altresì, che non fu incendiata la porta ma fu dato alle fiamme lo zerbino composto da materiale ignifugo e da Pachino, citando intercettazioni e atti giudiziari, sostengono che in nessuna conversazione tra i componenti del clan Giuliano si fa cenno a un attentato con autobomba, ma si puntualizza che questa storia dell’autobomba sarebbe stata ad arte inventata dal giornalista trovando ispirazione dall’errata interpretazione di un giudice del Tribunale di Catania su una battuta del boss Giuliano. E, in effetti, leggendo la conversazione intercorsa tra Salvatore Giuliano e Giuseppe Vizzini, si ha netta la sensazione che il giudice ha preso un abbaglio. Infatti, a fronte della campagna di stampa intrapresa dal Borrometi contro il gruppo mafioso, Giuseppe Vizzini, detto Peppe Marcuotto, chiede al capo Salvatore Giuliano che cosa si doveva fare con Borrometi, che continuava a scrivere contro di lui e la sua famiglia? La risposta di Giuliano fu questa: “Ma che t’importa?, ma fallo ammazzare!”. Per il Gup Sammartino, in servizio al Tribunale di Catania, questa risposta di Giuliano, equivale ad un categorico ordine dato al Vizzini di fare ammazzare il giornalista. Però, a smentire l’interpretazione del giudice del Tribunale di Catania, è la risposta data dal Vizzini: “Hai ragione, ho detto a mia moglie di recarsi a Catania, allo studio dell’avvocato Abbascià, per querelare Borrometi per calunnia”. Secondo il giudice Sammartino al signor Vizzini era stato un ordine di fare ammazzare il giornalista e il Marcuotto, invece, anzichè dire “Hai ragione, adesso assoldo i sicari che debbono eseguire l’attentato mortale contro il giornalista…”, risponde invece dicendo di avere già incaricato la moglie di recarsi nello studio legale dell’avvocato Abbascià per chiedergli di presentare querela contro il Borrometi. Sulla base di queste circostanze che sollevano moltissimi dubbi sulla veridicità dei fatti raccontati dal giornalista, il presidente della Commissione Antimafia ha scritto ai procuratori delle Procure di Catania, Siracusa e Ragusa per sapere se sussistevano i presupposti per mantenere la scorta armata a Borrometi. L’unica risposta di cui siamo a conoscenza è quella data dal procuratore capo della Procura di Catania, Carmelo Zuccaro, che, a proposito dell’asserito attentato con autobomba, afferma che è una ipotesi non provata da alcun riscontro, ma frutto della interpretazione del giornalista, anche se non campata per aria. La frase utilizzata dal procuratore Zuccaro, che dice che non è provata ma non è comunque campata per aria, ha fatto ridere un noto penalista di Scicli, che ha detto che il capo della Procura di Catania ha cercato di salvare il giornalista.
Insomma tra Paolo Borrometi e Claudio Fava, entrambi giornalisti professionisti, il primo da appena tre anni poichè è stato iscritto all’Ordine dei giornalisti nel 2017, il secondo di vecchia militanza e con 42 anni di onorata carriera alle spalle, non corre buon sangue poichè il presidente della Commissione Antimafia regionale ha dato credito ai deputati che hanno firmato l’esposto e ha bollato il giovane collega come un bugiardo. Da giornalista si aspettava che un collega giornalista si sarebbe schierato dalla sua parte e non dalla parte dei deputati regionali e, lui, rispettato e sommerso di premi internazionali e nazionali e da onorificenze istituzionali, come quella ricevuta dal presidente della Repubblica Mattarella, che lo ha nominato cavaliere, ha reagito come è solito fare con coloro che non lo apprezzano, anzi lo disprezzano: ha iniziato la campagna di stampa denigratoria contro Fava utilizzando il suo sito La Spia e inondando di comunicati-stampa le redazioni di giornali e siti on line compiacenti. Insomma, come ha detto un suo compaesano di Modica, Borrometi ha reagito come uno psicopatico. Ma che cosa ha spinto Borrometi a meditare il complotto contro Fava? Gli articoli di stampa che davano conto della relazione finale sull’inchiesta condotta dalla Commissione regionale antimafia sui rifiuti in Siclia. Negli articoli si ridicolizzava Borrometi poichè la sua audizione era stata contrassegnata da troppi non ricordo. Il presidente Fava e i deputati Commissari chiedevano a Borrometi di fornire gli opportuni chiarimenti sulla campagna di stampa da lui intrapresa contro il sindaco di Scicli, Franco Susino, nel 2015. Per gli articoli di stampa firmati da Paolo Borrometi il Comune di Scicli venne sciolto per inflitrazioni mafiose e il sindaco finiva sotto processo, ma poi assolto con formula ampiamente liberatoria. A distanza di cinque anni da quella dolorosa vicenda, la Commissione regionale antimafia ha voluto capire come fosse stato possibile sciogliere un Comune e incriminare gli amministratori eletti dal popolo sulla base di una campagna di stampa. E ha chiamato a deporre l’autore di quella campagna di stampa, il noto giornalista Paolo Borrometi. Ma, ahimè, Borrometi ha fatto una figuraccia, poichè di fronte alle puntuali contestazioni dei commissari, ha sistematicamente risposto con un “Non ricordo”. I giornalisti che non “amano” Borrometi hanno sfruttato la ghiotta occasione per ridicolizzarlo agli occhi dell’opinione pubblica e lui ha reagito a modo suo: utilizzare il suo sito e i suoi amici giornalisti sparsi in Sicilia e anche nel nord Italia, i parlamentari del M5S, per screditare i componenti della Commissione regionale antimafia e soprattutto il presidente Claudio Fava. Infatti, nella sua mente malata ha ordito il complotto da attuare contro Claudio Fava, senza prevedere che la sua bufala, l’ennesima che s’inventa per fare carriera, avrebbe potuto fargli fare la fine del polipo. L’articolo che avrebbe dovuto sconfessare la Commissione regionale antimafia Borrometi l’ha manipolato pensando che nessuno avesse potuto avere l’idea di scavare nella memoria dell’archivio del sito La Spia. Quello che lui non pensava che potesse avvenire è invece avvenuto ed il merito è del sito Generazionezero.org, i cui redattori, con un lavoro certosino, hanno dimostrato che la manipolazione non è stata fatta dai componenti della Commissione antimafia ma dal giornalista Paolo Borrometi.
Appena i giornali on line hanno pubblicato la notizia della denuncia fattagli da Claudio Fava, come suo costume, Borrometi ha iniziato a recitare la parte della vittima e in serata ha diffuso una nota in cui respinge le accuse e annuncia querele contro chi osa mettere in dubbio la sua onestà.
La Procura di Palermo si occuperà dell’indagine promossa a carico di Borrometi a seguito della denuncia presentata da Claudio Fava. E l’Ordine dei Giornalisti di Sicilia, suo malgrado, dovrà aprire il procedimento disciplinare a carico di Paolo Borrometi per la campagna denigratoria intrapresa contro il collega Claudio Fava.

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