L’avvocato Nuccio Troia portava il “fumo” al trafficante di droga Francesco Capodieci, già condannato a 23 anni di carcere

Siracusa. Si dovrebbe tenere tra martedì e mercoledì della prossima settimana l’interrogatorio di garanzia dell’avvocato Sebastiano Troia, 67 anni e della signora Noemi Forestieri, 30 anni, accusati in concorso di detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti. Il Giudice delle indagini preliminari Carla Frau, che ha firmato l’ordinanza cautelare con la quale ha applicato gli arresti domiciliari al noto penalista del Foro di Siracusa e la misura dell’obbligo di dimora nel capoluogo aretuseo alla donna, non ha comunicato il giorno esatto in cui avverrà l’interrogatorio di garanzia. L’avvocato Troia, ai domiciliari presso la sua abitazione di Avola, ha nominato suoi difensori i colleghi avvocati Puccio Forestiere e Luca Ruaro, la donna non ha ancora nominato il proprio legale che dovrà assisterla. Non è da escludere che a nominarglielo possa essere il suo compagno ovvero il detenuto destinatario delle partite di “fumo”, portate in carcere dal penalista. Il detenuto cui venivano consegnate le dosi di hashish è un noto trafficante di droga, tra i principali protagonisti dell’operazione antidroga “Bronx 1” e già condannato, in primo grado, dal Gup del Tribunale di Catania, Simona Ragazzi, alla pena di 23 anni di reclusione, nonostante il processo si è svolto con il rito abbreviato. Si tratta di Francesco Capodieci, da sempre cliente dell’avvocato Nuccio Troia, che lo ha assistito in quel processo finito malissimo per Capodieci e gli altri diciassette imputati coinvolti nell’inchiesta scaturita dalla retata effettuata dai Carabinieri del Comando provinciale nel mese di febbraio 2018 contro i trafficanti di droga che spacciavano al Bronx. In questa vicenda, Francesco Capodieci è stato difeso dall’avvocato Nuccio Troia e dal penalista del Foro di Catania, avvocato Stefano Rametta. L’avvocato Troia, invece, da unico difensore, ha assistito Sebastiano Capodieci, zio di Francesco Capodieci. Sebastiano Capodieci non volle essere giudicato con il rito abbreviato dalla Gup Simona Ragazzi e venne rinviato a giudizio innanzi al Tribunale di Siracusa per rispondere appunto di associazione finalizzata al traffico degli stupefacenti. L’avvocato Nuccio Troia, lo scorso primo aprile, giorno in cui si è svolta l’udienza innanzi al Tribunale del Venerdì (presidente, Salvatore Cavallaro; a latere, Antonio Dami e Federica Piccione) ha chiesto il giudizio abbreviato ed è riuscito nell’ardua impresa di strappare una condanna alla pena di quattro anni e otto mesi di reclusione, nulla a che vedere con le esorbitanti condanne inflitte dal Gup Simona Ragazzi ai diciassette imputati dell’operazione Bronx 1.
Francesco Capodieci è, purtroppo, gravemente ammalato in quanto gli hanno riscontrato la presenza di alcuni nodi ai polmoni, che gli impediscono di respirare e gli procurano dolori di grandissima sofferenza. Il Gup Simona Ragazzi, quando il fascicolo Bronx 1 era di sua competenza, aveva accolto l’istanza della Difesa di Francesco Capodieci, disponendo il suo urgente ricovero all’ospedale Garibaldi di Catania. Ma, appena Francesco Capodieci ha saputo che in quell’ospedale era stato istituito il Centro Covid-19, ha immediatamente rifiutato la traduzione nel nosocomio catanese in quanto temeva di poter essere contagiato da altri pazienti infettati del virus e di poter poi lui stesso contagiare i detenuti suoi compagni di cella una volta dimesso dall’ospedale e restituito alla Casa Circondariale di Cavadonna. Non si può escludere che la spiegazione della condotta dell’avvocato Nuccio Troia possa trovarsi nella grave malattia del suo cliente Francesco Capodieci. Marijuana e hashish, secondo molti tossicomani e anche a parere di alcuni medici, avrebbero il pregio di lenire il dolore per cui non si può escludere che Francesco Capodieci possa avere rivolto un accorato appello al suo difensore di fiducia, divenuto per lui più caro di un parente, di aiutarlo a non morire in cella da solo e senza il conforto dei propri congiunti, come lui stesso ha scritto in una lettera inviata al Diario a seguito della diffusione del Covid-19. E’ una supposizione questa dell’aiuto dato ad un detenuto che temeva di morire in carcere. Purtroppo, per lui, anche la Corte d’Appello di Catania, cui è stato assegnato il processo scaturito dall’operazione Bronx 1, ha rigettato l’istanza avanzata da Francesco Capodieci di concessione degli arresti domiciliari oppure ospedalieri per gravi motivi di salute. E allora il detenuto si è aggrappato all’unica sua speranza per non morire in carcere: all’avvocato Troia, suo difensore di fiducia da vecchia data, che poteva entrare in carcere senza dover essere sottoposto a perquisizione personale. Con la nuova compagna, la signora Noemi Forestieri, difficilmente sarebbe riuscito a far entrare nell’istituto di pena una dose di droga. Così come non sarebbe riuscito a far entrare dosi di “fumo” e di “erba” con la ex moglie e con le due figlie di primo letto. Con l’avvocato Troia, invece, l’operazione di far entrare la droga all’interno della Casa Circondariale di Cavadonna, si è rivelata azzeccata perchè Francesco Capodieci ha sistematicamente ricevuto la sostanza stupefacente che chiedeva attraverso le telefonate autorizzate che intratteneva con la nuova compagna. Martedì della prossima settimana, o al massimo mercoledì, sarà lui stesso a dire per quale motivo, lui stimato avvocato del Foro di Siracusa, si sia deciso a gettare nel fango la sua immagine e la sua toga per indossare gli abiti dello spacciatore di droga.
Le investigazioni che hanno portato ai domiciliari l’avvocato Sebastiano Troia, sono state condotte dal Nucleo di Polizia Economico – Finanziaria della Guardia di Finanza di Siracusa e dal Nucleo Investigativo Regionale Polizia Penitenziaria di Palermo, coordinato dal Nucleo Investigativo Centrale Polizia Penitenziaria di Roma, sotto la direzione del Pubblico Ministero Stefano Priolo. Le indagini hanno portato alla luce un generale contesto illecito, nell’ambito del quale sono state accertate reiterate consegne di sostanze stupefacenti a un detenuto del quale non sono state rese note le generalità, così come non sono conosciute quelle della compagna del detenuto. A questi, nel corso dei colloqui intercorsi in carcere, il legale ha consegnato, per sua mano, diversi quantitativi di sostanza stupefacente, che veniva poi “condivisa” con altri compagni di cella e di sezione sempre presso il Reparto Alta Sicurezza del carcere di Cavadonna.
Le attività di polizia giudiziaria hanno disvelato anche i dettagli dell’approvvigionamento clandestino di droga. I congiunti del detenuto, la ex moglie e le figlie di primo letto, procuravano il “fumo” e lo consegnavano all’attuale compagna del recluso. Costei, una volta “confezionato” l’hashish, occultandolo in vasetti di crema per uso cosmetico, lo affidava al legale per il successivo recapito al suo assistito.
Dalle indagini è emerso poi che il detenuto, pur ristretto in carcere, ha illegalmente avuto in uso telefoni cellulari attraverso i quali periodicamente ordinava ai propri congiunti i quantitativi di stupefacenti da fargli pervenire. Le attività di intercettazione delle utenze telefoniche in uso a queste persone, coniugate a ulteriori riscontri investigativi acquisiti sul campo, hanno consentito di ricostruire, nel periodo intercorrente tra la fine di novembre dello scorso anno e i primi giorni di febbraio del corrente anno, sei distinte consegne di sostanze psicotrope, eseguite dall’avvocato “in barba ai controlli” e in atteggiamento di complicità e di illecita intesa con tutti i soggetti coinvolti, con i quali egli avrebbe invece dovuto intrattenere rapporti esclusivamente professionali.
Durante il periodo d’indagine, a carico del detenuto sono stati eseguiti all’interno dell’istituto penitenziario due sequestri di stupefacenti: un primo sequestro, nel mese di dicembre, nel corso di un’attività di controllo d’istituto a carattere generale; un secondo sequestro, nello scorso mese di febbraio, a seguito di una perquisizione personale operata nei suoi confronti al termine di un colloquio con il difensore. Quest’ultima operazione era stata opportunamente finalizzata a riscontrare gli elementi probatori via via emergenti dalle complessive investigazioni condotte.
Mentre alcuni militari dei due Corpi davano esecuzione all’ordinanza cautelare emessa dal Gip Carla Frau altri operatori della Guardia di Finanza e della Polizia Penitenziaria hanno effettuato delle meticolose perquisizioni, con l’ausilio di unità cinofile, in tutte le camere di pernottamento del Reparto “Alta Sicurezza” della Casa circondariale, nell’ottica di requisire le eventuali sostanze stupefacenti ancora ivi detenute e soprattutto di sequestrare i cellulari illecitamente introdotti, arrestando così qualsiasi possibilità di ulteriore illecito contatto telefonico con l’esterno.
Inoltre, alla luce del grave “sistema” scoperto all’interno del carcere di “Cavadonna”, è in corso il trasferimento presso altri istituti penitenziari di cinque soggetti detenuti presso il Reparto Alta Sicurezza.
Oltre all’avvocato arrestato e alla donna sottoposta all’obbligo di dimora, sono altresì indagati nell’ambito dell’illecito contesto altri 6 soggetti che si sono adoperati per l’approvvigionamento della droga. Con questi ultimi taluni carcerati hanno intrattenuto di nascosto conversazioni telefoniche attraverso i cellulari illecitamente introdotti nella struttura penitenziaria e nella loro costante disponibilità.
Agli indagati, a vario titolo ed in concorso, vengono contestati i reati di illecita detenzione e cessione di sostanze stupefacenti, ai sensi dell’art. 73 del D.P.R. 309/1990 – Testo Unico sugli stupefacenti.
Essendo sottoposto alla misura cautelare degli arresti domiciliari per l’avvocato Sebastiano Troia scatta automaticamente la sospensione dall’attività professionale, anche se poi dovrà essere il Collegio Disciplinare del Tribunale di Catania a “processarlo” e stabilire la condanna che potrebbe essere quella della radiazione dall’albo degli avvocati.

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