Delitto Vizzini, i medici legali Coco e Puleo: la vittima fu centrata da 3 proiettili, di cui due devastanti

Siracusa. In periodo di epidemia da coronavirus durante il quale non è consentito al pubblico e nemmeno ai cronisti di giudiziaria di entrare nell’aula di Corte d’Assise per evitare che qualcuno possa contagiare giudici, Pubblico Ministero e avvocati, è ripreso il processo a carico dei pachinesi Sebastiano Romano, 28 anni e Stefano Di Maria, 25 anni, accusati di avere preso parte all’agguato mortale ai danni del loro compaesano Corrado Vizzini, 55 anni, avvenuto la sera del 16 marzo dello scorso anno in Via De Sanctis. Innanzi alla Corte d’Assise (presidente, Tiziana Carrubba; a latere, Liborio Mazziotta) sono comparsi i periti di medicina legale Franco Coco e Stefanio Puleo i quali, rispondendo alle domande del Pubblico Ministero Gaetano Bono, hanno riferito che Corrado Vizzini, detto Marcuotto, fu raggiunto da tre proiettili di cui uno al braccio sinistro, un altro alla parte alta della coscia sinistra e la terza pallottola è entrata all’addome della vittima. Le due pallottole che hanno provocato copiose emorragie di sangue sono state quelle alla coscia sinistra e all’addome. I due medici legali hanno riferito che, malgrado le premurose cure cui è stato sottoposto dai medici dell’ospedale Di Maria di Avola, Corrado Vizzini a causa degli sconquassi provocati all’addome, ai reni e al bacino dai due proiettili è morto. I periti hanno concluso dicendo che chi ha sparato voleva uccidere Corrado Vizzini. E qui entra in ballo Massimiliano Quattrocchi, che, innanzi al Giudice dell’udienza preliminare Carmen Scapellato, che lo sta giudicando con il rito abbreviato, ha confessato di essere stato lui ad avere esploso i colpi di pistola contro Corrado Vizzini, in quanto quest’ultimo lo aveva stressato con il suo atteggiamento minaccioso e di prevaricazione per contrasti personali scoppiati qualche tempo prima dell’attentato del 16 marzo 2019. Quattrocchi non è alla sbarra innanzi alla Corte d’Assise ma risponde dell’omicidio di Corrado Vizzini innanzi al Gup Carmen Scapellato. Oltre al reo confesso Quattrocchi, difeso dall’avvocato Junio Celesti, in abbreviato viene giudicato anche Giuseppe Terzo, difeso dall’avvocato Giuseppe Gurrieri. Anche Terzo ha detto di essere stato in conflitto con Corrado Vizzini, ma ha negato di trovarsi in Via De Sanctis per partecipare all’omicidio di “Marcuotto”. Come Giuseppe Terzo, anche Sebastiano Romano, difeso dagli avvocati Mario Luciano Brancato e Maria Carmela Di Mattea, e Stefano Di Maria, assistito dal professore Carlo Taormina e dall’avvocato Giambattista Rizza, ammettono la loro presenza in Via De Sanctis, ma negano la loro partecipazione all’agguato mortale commesso dal Quattrocchi.
Il Pubblico Ministero Gaetano Bono ritiene, invece, che siano complici del Quattrocchi sia il Terzo sia il Di Maria e sia il Romano. E fin qui il Giudice delle indagini preliminari Andrea Migneco, i giudici del Tribunale del Riesame di Catania ed i giudici della Corte di Cassazione hanno condiviso il quadro probatorio prospettato dal Pubblico Ministero Bono ritenendo sussistenti i gravi indizi di reità a carico di Di Maria e Romano e hanno rigettato le richieste delle Difese dei due giovani pachinesi citati a giudizio innanzi alla Corte d’Assise di Siracusa.
Nell’odierna udienza di venerdì 22 maggio è stato esaminato dal Pubblico Ministero Bono anche l’armaiolo Antonino Di Maria il quale ha riferito che nella sua armeria si sono recati i giovani pachinesi accusati dell’omicidio di Corrado Vizzini per chiedere informazioni sul costo di armi da sparo e proiettili. Il testimone ha, però, precisato che successivamente gli imputati non sono ritornati nel suo esercizio commerciale e non hanno comprato nè pistole e nè pallottole.
Il processo è stato rinviato all’udienza del 9 giugno per l’esame di altri testimoni della lista del Pubblico Ministero Gaetano Bono.
Il mortale agguato avvenne la sera del 16 marzo, in Via De Sanctis, a Pachino. Corrado Vizzini, detto Marcuotto, alla guida del proprio ciclomotore, si stava dirigendo verso casa in quanto entro le ore 21 doveva rincasare come disposto dai giudici che lo avevano sottoposto alla misura della sorveglianza speciale. Fu centrato da un proiettile allo stomaco, risultato quello mortale, da un’alltra pallottola al braccio, oggi i medici legali hanno precisato che fu colpito da un terzo proiettile alla coscia sinistra.
Trasportato all’ospedale Di Maria di Avola Corrado Vizzini è deceduto a distanza di dieci giorni dal ricovero per le gravi lesioni interne provocate sia dalla pallottola penetrata allo stomaco sia da quella entrata nella coscia sinistra.
In seguito al decesso di Corrado Vizzini, il Pubblico Ministero Gaetano Bono ordinava il fermo dei quattro pachinesi, tutti inquadrati dalle telecamere la sera dell’agguato e tutti invitati negli uffici del Commissariato della Polizia di Stato di Pachino per essere sottoposti a sommarie informazioni testimoniali e per essere sottoposti al tampon-kit, che, però, è risultato negativo. Mentre Di Maria e Romano sono stati fermati a Pachino, i loro compaesani Massimiliano Quartarone e Giuseppe Terzo venivano fermati il primo a Vercelli ed il secondo a Genova, dove si erano rifugiati presso parenti dopo essersi allontanati nottetempo da Pachino.
Le immagini televisive costituivano l’indizio più grave nei confronti di Massimiliano Quartarone e dei suoi tre compaesani. Prima ancora che Quartarone confessasse di essere stato lui ad avere esploso quattro colpi di pistola contro Corrado Vizzini, gli inquirenti ritenevano altro grave indizio di reità a carico del Quartarone e del Di Maria la richiesta fatta dal primo al secondo di manomettere le telecamere installate nella zona dell’agguato mortale. Tra l’altro questa circostanza è stata confermata dalla madre della compagna del presunto autore dell’omicidio, ovvero il Quartarone. La donna, interrogata dalla Polizia, ha dichiarato di avere saputo della richiesta di far mettere fuori uso le telecamere per cancellare la prova filmata della sua presenza sul luogo del delitto. Per le Difese del Di Maria e del Romano non ci sono ulteriori indizi per poter sostenere l’accusa di concorso in omicidio volontario aggravato e si batteranno per ottenere la loro assoluzione.

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