Riportato in carcere l’ergastolano Sudato, il difensore annuncia ricorso: “violato diritto alla salute”

Avola. Alle prime ore del mattino, i Carabinieri della Stazione di Avola si sono recati nell’abitazione dell’ergastolano Antonino Sudato, 67 anni, e gli hanno notificato l’ordine di carcerazione emesso dal Magistrato di Sorveglianza di L’Aquila che, dopo avergli concesso il beneficio della detenzione domiciliari per gravi motivi di salute, sulla base del decreto del Ministro della Giustizia Bonafede che dispone la revoca degli arresti domiciliari ai boss e ai mafiosi, ha disposto il ricovero del detenuto presso una struttura sanitaria della Campania, dove potrà beneficiare delle cure mediche per combattere il tumore riscontratogli al colon e alla vescica. Il Magistrato di Sorveglianza di L’Aquila non ha atteso che si svolgesse l’udienza camerale fissata per l’8 settembre prossimo nella quale avrebbe dovuto essere discussa la richiesta del Dap nazionale di dare esecuzione al decreto varato dal Consiglio dei Ministri che prevede di riportare in carcere i boss e i detenuti sottoposti al 41 bis ai quali i giudici di sorveglianza avevano concesso il beneficio della detenzione domiciliare per gravi motivi di salute o di sottoporli ogni quindici giorni a nuovo consulto medico per verificare se le patologie di cui sono sofferenti possono essere curate nelle strutture sanitarie penitenziarie. E, a poche ore di distanza dalla visita cardiologica che si sarebbe dovuto effettuare all’ospedale Di Maria, ha firmato l’ordine di carcerazione dando mandato ai Carabinieri della Compagnia di Noto di darvi immediata esecuzione. E così è avvenuto. Il Comandante della Compagnia ha notificato l’ordine di carcerazione emesso dal Magistrato di Sorveglianza del Tribunale de L’Aquila, al comandante della Stazione di Avola, che ha inviato alcuni militari a casa di Antonino Sudato per prelevarlo e condurlo nella Casa Circondariale di Cavadonna in attesa di essere tradotto nella struttura sanitaria penitenziaria di Napoli.
Antonino Sudato si trova da ben ventisette anni in carcere. Nel 1995, anno in cui le forze dell’ordine attuarono l’operazione antimafia denominata Tauro, il Sudato venne arrestato e rinchiuso in carcere con l’accusa di avere partecipato al duplice omicidio di Sebastiano Andolina e di suo figlio Corrado. Secondo l’accusa Antonino Sudato avrebbe fatto da battistrada ai killer partiti da Lentini e da Augusta, appartenenti al clan mafioso Nardo, per uccidere Sebastiano Andolina, in quanto agguerrito rivale del boss di Noto Antonio Trigila, detto Pinnintula. L’Andolina nel 1992 si trovava sottoposto alla misura detentiva della semilibertà: di giorno usciva dal carcere per andare a lavorare e di sera rientrava in carcere per espiare le condanne che gli aveva inflitto la magistratura. La mattina dell’agguato, il figlio del detenuto, Corrado Andolina, si è recato presso la Casa di Reclusione per prelevare il padre e quando quest’ultimo è entrato nell’abitacolo della macchina, i killer che erano appostati nei pressi dell’istituto di pena sono usciti allo scoperto e hanno cominciato a esplodere numerosi colpi di arma da fuoco. Padre e figlio Andolina non sono riusciti a evitare la tempesta di fuoco che si è abbattuta su di loro mentre la macchina stava per allontanarsi dal piazzale antistante il carcere di Noto. I mandanti e gli autori del duplice omicidio sono stati tre anni dopo identificati e arrestati e in manette è finito pure l’avolese Antonino Sudato, additato dal pentito Giuseppe Crisafulli, come la persona che ebbe ad accompagnare i killer a Noto e ai quali avrebbe anche suggerito il percorso da fare per uscire indenni dal centro abitato di Noto e non imbattersi nei posti di blocco dei Carabinieri e della Polizia di Stato. A differenza del mio collega Salvo Palazzolo, di Repubblica, che indica l’avolese come un sanguinario killer, si può affermare senza il pericolo di essere smentiti, che Antonino Sudato non ha esploso nemmeno un proiettile contro Sebastiano e Corrado Andolina. Lui non era un componente del commando armato guidato da Filadelfo Ruggeri, ma il suo ruolo sarebbe stato quello di “guida stradale”. Il condizionale è d’obbligo poichè, nonostante la chiamata del pentito Giuseppe Crisafulli, la Corte d’Assise di Siracusa mandò assolto con formula ampiamente liberatoria il Sudato dal reato di duplice omicidio. Sudato riportò una condanna per associazione mafiosa ma pochi mesi prima che finisse di scontare la pena gli arrivò la mazzata: i giudici della Corte d’Assise di Appello di Catania annullarono la sentenza di assoluzione e inflissero la pena dell’ergastolo ad Antonino Sudato. Nonostante il pentito Crisafulli, citato dal procuratore generale affinchè indicasse il Sudato, si fosse impappinato non ricordando più nemmeno il cognome del “battistrada”, e dicendo di conoscerlo col nomignolo di “zu’ Ianu” (ma Iano non è il diminuitivo di Antonino ma di Sebastiano, o no?), i giudici della Corte d’Assise di Appello di Catania hanno condannato al carcere a vita Antonino Sudato. Altro che sanguinario killer, l’avolese probabilmente è una vittima della malagiustizia, quando facevano il bello ed il cattivo tempo i collaboratori di giustizia. Giuseppe Crisafulli, che ha confessato di avere commesso il primo omicidio all’età di 14 anni, non sapeva mettere assieme nemmeno quattro parole di seguito perchè non aveva studiato l’italiano, la storia e l’aritmetica ma si è addestrato nell’arte di come ammazzare le persone che lui uccideva senza nemmeno averle conosciute. Prendeva ordini dai suoi cognati i fratelli Costanzo di Augusta e dopo il loro passaggio nel clan Nardo dai mafiosi lentinesi che gestivano il clan a seguito dell’arresto del boss Nello Nardo. Questa è la storia dell’avolese Antonino Sudato, oggi un relitto umano in quanto devastato nel fisico dal tumore e anche da gravi scompensi cardiaci. Tre anni fa, Antonino Sudato è stato sottoposto ad un delicato intervento chirurgico cardiovascolare. Per verificare le sue effettive condizioni di salute un cardiologo aveva fissato per la prossima settimana un consulto all’ospedale Di Maria, ma, appena il Dap ne è venuto a conoscenza, ha inviato un medico legale a casa del Sudato per visitarlo e riferire se fossero intervenuti dei miglioramenti nel suo stato di salute a seguito della concessione degli arresti domiciliari. Non ci crederete, in due settimane di arresti domiciliari si è verificato un miracolo. Il medico legale inviato dal Dap ha detto di avere trovato in buone condizioni il detenuto e ha scritto che le patologie di cui è sofferente il detenuto possono essere curate in carcere. E pensare che fino a quindici giorni prima altri medici, incaricati dai giudici del Tribunale di L’Aquila, hanno dichiarato le condizioni di salute di Antonino Sudato, incompatibili con l’ambiente carcerario.
Il difensore di Antonino Sudato, avvocato Antonino Campisi, ha preannunciato ricorso per Cassazione contro l’ordinanza del Magistrato di Sorveglianza del Tribunale de L’Aquila e, inoltre, ha deciso di inviare una memoria difensiva al presidente della Repubblica Sergio Mattarella e ai giudici dell’Alta Corte di Giustizia di Strasburgo per denunciare la violazione del diritto alla salute del proprio assistito. Inoltre, l’avvocato Antonino Campisi presenterà alla Corte d’Appello di Messina istanza di revisione della sentenza con la quale la Corte d’Assise di Appello di Catania condannò alla pena dell’ergastolo Antonino Sudato sulla base della sola sgangherata dichiarazione del pentito Giuseppe Crisafulli.

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