Il Gip lascia in carcere l’avolese che ha accoltellato l’ex cognato, i poliziotti non trovano il coltello

Siracusa. Il Giudice delle indagini preliminari Andrea Migneco ha convalidato il fermo di indiziato di reato operato dagli agenti del Commissariato della Polizia di Stato di Avola e ha applicato la misura cautelare della custodia in carcere nei confronti dell’avolese Sebastiano Di Pietro, 30 anni, accusato di tentato omicidio ai danni dell’ex cognato. L’uomo, che si è collegato con l’aula del Gip dalla Casa Circondariale di Piazza Lanza di Catania, ha ammesso gli addebiti, ribadendo le stesse dichiarazioni rese al Pubblico Ministero Stefano Priolo che ebbe ad interrogarlo immediatamente dopo essersi costituito nei locali del Commissariato di Polizia. L’indagato, dopo aver accoltellato l’ex cognato all’interno del ristorante Domus, si è rifugiato in una casa di una zona periferica dove, a suo dire, avrebbe gettato il coltello con il quale ha ferito l’ex cognato. Quando si è presentato al Commissariato in compagnia del suo legale di fiducia, avvocato Natale Vaccarisi, gli hanno chiesto dove avesse nascosto il coltello e lui ha riferito di essersene disfatto gettandolo in quella zona dove si era rifugiato e passato tutta la notte. Ma i poliziotti hanno detto di essersi immediatamente recati in quel posto e hanno trovato un coltello che, però, mostrato al Di Pietro, non lo ha riconosciuto come suo, per cui le ricerche dell’arma continueranno anche nei prossimi giorni fino a quando non verrà trovato il coltello. Sempre che le indicazioni fornite dal Di Pietro siano state corrette, per cui all’avolese verrà chiesto di fare uno sforzo di memoria per precisare meglio il punto in cui ha gettato il coltello. Sebastiano Di Pietro ha riferito che fino a pochi anni fa i suoi rapporti con l’ex cognato erano ottimi ma che poi si sono deteriorati “non per colpe mie ma per il suo modo tracotante e bellicoso in particolar modo con i suoi figli”. L’indagato ha detto di essersi recato al ristorante Domus dopo aver avuto una conversazione telefonica con l’ex cognato, che gli ha detto di trovarsi in quel ristorante. “Non sono andato in quel posto con intenzioni bellicose ma intendevo ottenere dei chiarimenti da parte del mio ex cognato. Abbiamo parlato prima come se fossimo due amici ma poi lui ha cominciato ad assumere un atteggiamento provocatorio e offensivo per cui ha preso il coltello e gli ho inferto alcuni fendenti. Ma non volevo ammazzarlo nè provocargli delle gravi lesioni”. Riguardo al coltello a serramanico che aveva in tasca il Di Pietro ha affermato di averlo comprato per tagliare la frutta e la verdura da dare in pasto al cavallo che aveva acquistato qualche tempo fa. Il Gip Migneco gli ha contestato che nella sua fedina penale risultano due condanne per detenzione illegale di coltelli di genere vietato. E lui ha candidamente ammesso che già da parecchi anni è solito portare in tasca un coltello ma ha negato di detenerlo per aggredire e colpire con dei fendenti i suoi eventuali antagonisti.
Il Pubblico Ministero Stefano Priolo ha chiesto l’applicazione della misura cautelare della custodia in carcere per Sebastiano Di Pietro e il suo difensore, avvocato Natale Vaccarisi, poco o nulla ha potuto fare per evitargli la misura coercitiva. Infatti, dopo essersi ritirato in camera di consiglio, il Gip Andrea Migneco ha comunicato di avere disposto la misura cautelare in carcere nei confronti di Sebastiano Di Pietro.
L’avolese, la sera del 4 giugno scorso, all’interno del ristorante Domus, sito in Avola, aveva aggredito con un coltello l’ex cognato causandogli gravi ferite, tali da rendere necessario il ricovero in ospedale dove, successivamente, veniva sottoposto ad un delicato intervento chirurgico.
Le ricerche dell’aggressore, che in un primo momento faceva perdere le proprie tracce, si protraevano senza soluzione di continuità per tutta notte e la mattina seguente ma, nella tarda mattinata di ieri, Di Pietro, ormai alle strette, accompagnato dal proprio legale, avvocato Natale Vaccarsi, si presentava presso gli Uffici del Commissariato e da lì, dopo essere stato posto in stato di fermo, veniva condotto in carcere

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