Inchiesta contro il gruppo Igm, prevale il partito di quelli che non rispondono al Gip Scapellato

Siracusa. La stragrande maggioranza degli indagati colpiti dalle misure cautelari degli arresti domiciliari, dell’obbligo di dimora e interdittive dall’attività lavorativa o di ricoprire cariche dirigenziali in società e aziende ha scelto la strada del silenzio. Ovvero di avvalersi della facoltà di non rispondere alle domande del Giudice delle indagini preliminari Carmen Scapellato ed, eventualmente, a quelle del Pubblico Ministero Salvatore Grillo, che ha sempre partecipato agli interrogatori di garanzia svoltisi tutti nell’aula del Gip al secondo livello del Palazzo di Giustizia di Viale Santa Panagia. Tra quelli che hanno scelto di non parlare figurano Caterina Quercioli Dessena, Cesare Quercioli Dessena, Alessandro Quercioli Dessena, tutt’e tre difesi dagli avvocati Luigi Latino e Carmelo Peluso. E ancora. Alberto Giardina difeso dall’avvocato Francesco Favi, Antonio Antonuccio difeso dall’avvocato Nino Leone, anche se ha reso una dichiarazione spontanea per dire di essere assolutamente innocente, Pietro Luigi Galimberti, assistito dall’avvocato Silvestre Costanzo. Non ha parlato nemmeno l’avvocato Giuseppe Cassone, assistito dall’avvocato Sebastiano Troia e Aldo Spataro, assistito dall’avvocato Maria Spurio. Tra quelli che hanno parlato, o meglio che hanno risposto alle domande del Gip Scapellato si annoverano Iole Rivelli, difesa dall’avvocato Sebastiano Troia e il commercialista Giovanni Confalone, assistito dall’avvocato Antonello Davì. Il tecnico Confalone, colpito dalla misura della interdizione dall’attività lavorativa per dodici mesi, ha respinto gli addebiti negando di avere a che fare con le tre aziende decotte per le quali è stato dichiarato il fallimento. Il Confalone negli ultimi tre anni ha ricoperto la carica di amministratore di Igm Rifiuti Industriali ed è l’attuale presidente del Consiglio di Disciplina dei Commercialisti della provincia di Siracusa. Al termine dell’interrogatorio di garanzia, durato un’ora e mezza, l’avvocato Antonello Davì ha chiesto al Gip Carmen Scapellato di revocare la misura interdittiva. Il Gip si è riservato e rispondere nei prossimi giorni. Per quanto riguarda Iole Rivelli, l’indagata, anche lei colpita da una misura interdittiva, ha detto che lei non c’entra assolutamente nulla con le tre società dichiarate fallite.
Nell’odierna mattinata gli interrogatori di garanzia si concluderanno con il faccia a faccia tra il Gip Scapellato e il boss di Igm Rifiuti Industriali Giulio Quercioli Dessena, colpito dalla misura cautelare degli arresti domiciliari, e quello tra Diego e Antonio Quercioli Dessena con il Gip. Diego e Antonio Quercioli Dessena sono stati colpiti da misure interdittive. I tre componenti della famiglia Quercioli Dessena sono assistiti dagli avvocati Carmelo Peluso e Luigi Latino, del Foro di Catania.
Al gruppo imprenditoriale dei Quercioli e del loro staff, sia componenti della famiglia sia tecnici, vengono contestati reati di frodi fiscali e bancarotta fraudolenta a seguito del fallimento di tre società.
Le investigazioni, anche sulla scorta di precedenti operazioni, sono partite principalmente dall’esame della contabilità di alcune imprese del gruppo che versavano in una situazione di sostanziale dissesto. Dall’attività emergevano criticità e alert che portavano i militari all’esecuzione di ulteriori approfondimenti su aziende che erano subentrate negli appalti dopo che la società aggiudicataria, improvvisamente, veniva pilotata verso uno stato di decozione. Le indagini, coordinate dai sostituti procuratori Vincenzo Nitti e Salvatore Grillo, consentivano di scoprire che tutte le entità costituivano un vero e proprio sistema di “scatole vuote” che, in modo programmato, ha “assorbito”, non onorandolo, il carico fiscale e contributivo dell’attività nel suo complesso; tutto questo grazie alla compiacenza di persone con precisi ruoli e di uno staff tecnico, formato da commercialisti, nonché da “prestanomi”, tra cui un avvocato, regolarmente stipendiati dal gruppo.
In sintesi, le frodi si consumavano nel seguente modo: le società che svolgevano l’attività di gestione dei rifiuti mantenevano, nel corso del tempo, una stessa denominazione comune, al fine di far apparire che il servizio venisse svolto da un’unica impresa. In realtà, quando l’esposizione debitoria di una delle entità diventava insostenibile, l’azienda produttiva era trasferita (mediante contratti di affitto, cessione di azienda o scissione) ad altra società del gruppo, sino a quel momento rimasta inattiva, che proseguiva nelle attività. Le società “svuotate”, oberate di debiti e private degli asset produttivi, erano quindi avviate, con la compiacenza di meri prestanomi, alla inesorabile liquidazione e/o cancellazione, con insolvenza dei debiti erariali.
Il gruppo imprenditoriale è riuscito così a perseguire costantemente un unico disegno criminoso: gestire l’azienda di famiglia senza onorare i pregressi debiti con lo Stato (circa 130 milioni di euro), lucrando grandi profitti dagli appalti con le pubbliche amministrazioni per sottrarre, nel contempo, risorse indispensabili all’integrità contabile e patrimoniale delle varie società.
Rigorosa la prova fornita sull’esistenza del “sistema”, obbediente a un’unica volontà: oltre alle intercettazioni telefoniche e ambientali, nel corso delle attività sono state eseguite escussioni di informazioni, interrogatori, riscontri attraverso banche dati, perquisizioni domiciliari, locali e informatiche, acquisizioni documentali anche nei confronti di alcuni professionisti, oggi chiamati a rispondere per le proprie responsabilità. La mole degli elementi raccolti e acquisiti agli atti ha reso evidente che i componenti della famiglia gestivano direttamente personale, appalti e rapporti con le banche dell’intera rete societaria, della quale conoscevano dettagliatamente la situazione finanziaria ed economico-patrimoniale.
In tale contesto investigativo, peraltro, il gruppo familiare compariva in ruoli formali laddove le società erano in bonis, deliberando compensi che venivano elargiti dalle bad company al fine di riversare su quest’ultime gli oneri fiscali e contributivi in modo da aumentarne l’esposizione debitoria. Le attività hanno inoltre dimostrato che il drenaggio di risorse è avvenuto sfruttando il paravento giuridico offerto dall’intestazione fittizia delle imprese decotte a soggetti che non avevano alcun potere decisionale o strategico, i quali si limitavano ad eseguire ordini firmando “carte a richiesta”. Significativa e determinante, sotto questo particolare aspetto, l’opera dei professionisti relativamente agli aggiustamenti contabili e agli istituti giuridici tesi a svuotare le imprese decotte in frode ai propri creditori.
Nel corso delle indagini veniva anche individuata una società priva di dipendenti, finanziata con il denaro delle imprese del gruppo confluito nella realizzazione di una pregevole villa a uso esclusivo dell’esponente di spicco della famiglia, nonché “regista” dell’associazione. Grazie al meccanismo di compensazione dei crediti I.V.A. della società, per l’immobile non sono stati mai versati i tributi, quali l’I.M.U. e, tra i costi di esercizio, risultavano anche annotati acquisti di champagne e altri beni di consumo personale.
L’attività, condotta dalla Fiamme Gialle in via trasversale con i poteri di polizia tributaria e poi, sotto l’egida della Procura, con quelli di polizia giudiziaria, conferma la perniciosità della criminalità economico – finanziaria, in grado di alterare, per il soddisfacimento di interessi personali, le regole del sistema produttivo.

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