Spaccio a Ortigia, quelli del “posto fisso” non parlano con il Gip Migneco perchè sono fottuti

Siracusa. Tutti allineati e coperti gli otto pusher coinvolti nell’operazione antidroga denominata “Posto fisso”. Sia i sei spacciatori rinchiusi nelle carceri di Messina, Catania e Noto sia i due colpiti dalla misura cautelare degli arresti domiciliari hanno comunicato al Giudice delle indagini preliminari Andrea Migneco che non avrebbero risposto alle sue domande. Tutti hanno detto di volersi avvalere della facoltà di non rispondere. Il Gip Migneco ha comunque avuto la possibilità di conoscere i sei spacciatori che aveva spedito in carcere e i due indagati sottoposti alla misura cautelare degli arresti domiciliari i quali, rispetto al programma del giorno prima, non si sono collegati in videochiamata da una sala del Comando provinciale dei Carabinieri, ma si sono presentati nell’aula del secondo piano dove ad attenderli c’era il Gip Migneco, nonchè l’avvocato Antonino Giuliano, difensore di fiducia di Mirko Lo Manto, 20 anni, e l’avvocato Junio Celesti, difensore di Alessio Lo Iacono, 24 anni. Il difensore di Mirko Lo Manto ha chiesto al Gip Migneco di revocare al suo cliente gli arresti domiciliari per motivi di salute. Il giovane pusher soffre di disturbi mentali e sarebbe stato sottoposto due volte a Tso (trattamento sanitario obbligatorio). L’avvocato Antonino Giuliano ha preannunciato la presentazione di una corposa documentazione sanitaria in cui viene evidenziato lo stato di precarietà delle facoltà mentali di Mirko Lo Manto. Il Gip Migneco ha autorizzato il difensore del ventenne di produrre la documentazione clinica e, dopo che l’avrà esaminata, deciderà sulla richiesta di revocare gli arresti domiciliari. Gli interrogatori di garanzia degli otto spacciatori tratti in arrestati dai Carabinieri dalla Stazione di Ortigia, diretti dal Luogotenente Parisi, si sono svolti secondo un programma di lavoro elaborato dal Gip Migneco, che ha dato la precedenza agli indagati colpiti dalla misura cautelare della custodia in carcere. Dal carcere di Messina si sono collegati con l’aula del Gip i pusher Michele Amenta, 32 anni, e Federico Diana, 28 anni, entrambi difesi dall’avvocato Giorgio D’Angelo, anche lui presente al Tribunale di Viale Santa Panagia. Dal carcere di Piazza Lanza, a Catania, si sono collegati Francesco Mauceri, 29 anni, detto Cesco, e Andrea Aliano, 38 anni, entrambi assistiti dall’avvocato Giorgio D’Angelo.
Dal carcere di Noto si sono collegati con l’aula del Gip i pusher Salvatore Grande, 32 anni e Francesco Gallitto, 64 anni, detto U Baffuni, difesi il primo dall’avvocato Junio Celesti e il secondo dall’avvocato Giorgio D’Angelo.
Per ultimi sono stati sentiti Mirko Lo Manto, 20 anni, e Alessio Iacono, 24 anni, accompagnati al Tribunale dal Luogotenente Parisi e da altri militari in servizio alla caserma di Piazza San Giuseppe, in Ortigia.
Il motivo che ha spinto sia i sei detenuti in carcere sia i due detenuti agli arresti domiciliari dovrebbe essere ricercato nei filmati e nelle intercettazioni ambientali e telefoniche effettuati dai Carabinieri. Si tratta di prove inconfutabili che dimostrano come gli otto pusher rifornivano di bustine di sostanze stupefacenti tossici siracusani, forestieri e turisti. Se c’è un filmato in cui si vede l’indagato ics mentre cede la cocaina a un tossico come può l’indagato contestare quel filmato? La risposta appare fin troppo ovvia: l’indagato non ha alcun argomento per smontare quella prova. E allora l’unica strada da percorrere è rimasta quella del silenzio e di evitare assolutamente ogni forma di dialogo con il Gip Migneco e con i Pubblici Ministeri Andrea Palmieri e Carlo Enea Parodi, che hanno coordinato le indagini dei Carabinieri e poi avanzato la richiesta di applicazione delle misure cautelari – del carcere per sei e degli arresti domiciliari per altri due – nei confronti degli otto spacciatori che operavano alla Giudecca e nei vicoli del vecchio quartiere ubicato nel centro storico di Ortigia. L’ordinanza cautelare del Gip non è composta da centinaia di pagine ma è zeppa di bobine che contengono conversazioni svoltesi tra dialoganti che sono in prevalenza gli otto indagati che si erano inventati un posto fisso lavorando anche diciotto ore consecutivamente per non far mancare alla clientela la tanto ricercata dose di cocaina. E oltre a quelle contenenti le conversazioni ci sono le “pizze” che contengono la pellicola in cui sono immortalati i volti degli otto indagati mentre confezionano le dosi di cocaina, mentre effettuano il taglio della sostanza, e infine, mentre cedono la “neve” ai tossici. Quindi le prove per dimostrare la reità degli otto arrestati sono costituire dalle immagini televisive, prodotte attraverso delle telecamere fisse mobili, abilmente manovrate dai Carabinieri che qualora dovessero lasciare l’Arma potrebbero trovare il “posto fisso” presso network nazionali e guadagnare il triplo dello stipendio che loro viene corrisposto dallo Stato. E dalle intercettazioni telefoniche e ambientali. Le “cimici” entrato nelle case delle persone che trafficano in affari loschi e nei luoghi dove esercitano l’attività di spaccio. Le indagini, avviate nel mese di ottobre 2018 dai Carabinieri della Stazione di Siracusa Ortigia, hanno consentito, mediante numerosi servizi di osservazione, controllo e pedinamento, oltre che attraverso l’installazione di videocamere e l’attivazione di intercettazioni telefoniche, di disarticolare un gruppo criminale dedito ad una fiorente attività di spaccio di sostanze stupefacenti, prevalentemente cocaina e marijuana, composto da 8 giovani siracusani operante nello storico quartiere della Giudecca, ubicato nell’isola di Ortigia.
Nello specifico, l’indagine si è incentrata tra via Alagona e Vicolo dell’Ulivo, in pieno centro storico, ove era stata realizzata una vera e propria “piazza di spaccio”, nella quale avevano trovato “impiego a tempo indeterminato”, (da cui il nome dell’operazione “Posto Fisso”) gli otto arrestati dediti all’illecita attività. Sintomatica di questa percezione “professionale” del proprio ruolo è un’intercettazione fra due sodali, nel corso della quale colui che temporaneamente sostituisce l’altro per consentirgli di andare a fare una breve commissione, evidenzia che quello non è il proprio “turno”, poiché lui deve “lavorare” nel corso della serata.
Le numerose cessioni documentate nei servizi di osservazione e controllo ed immortalate dalle telecamere hanno costituito una compiuta rappresentazione della quotidiana e frenetica attività di tutti i soggetti coinvolti, da cui è stato possibile individuare e isolare singoli episodi estremamente significativi che hanno portato agli odierni arresti.
Il monitoraggio effettuato ha permesso di riscontrare che nel “posto fisso della droga” i vari pusher sottoposti all’indagine, avevano organizzato il loro illecito traffico secondo i canoni caratterizzanti di una vera e propria attività lavorativa improntata a turni continuativi che garantivano la possibilità di approvvigionamento da parte degli assuntori, per numerose ore nell’arco della giornata. La piazza di spaccio, secondo quanto emerso nell’indagine, apriva i battenti verso le ore 11.00 del mattino e rimaneva operativa sino alle 04.00 del giorno successivo, sette giorni su sette. I pusher, che si avvalevano anche di “pali”, per rilevare la presenza di appartenenti alle Forze dell’Ordine, seguivano turni ben definiti, dandosi il cambio sul posto, dopo aver celato le confezioni di stupefacente da spacciare nel corso del loro “turno di servizio” in anfratti dei muri delle abitazioni degli angusti vicoli della Giudecca, sopra gli stipiti delle porte delle case abbandonate di Ortigia, nonché all’interno di uno scooter parcheggiato, disponendo di dosi di vario peso, in relazione alle richieste degli acquirenti.
In alcuni casi è stato accertato che la cessione di stupefacenti avveniva all’interno di private abitazioni, previo “squillo” telefonico a cui seguiva la dazione delle dosi, anche lanciate dalla finestra all’acquirente.
Nell’ambito dell’attività, iniziata nel mese di ottobre 2018 e conclusa nel mese di maggio 2019, sono state documentate ben 2.642 cessioni di stupefacente. I soggetti che si approvvigionavano di stupefacenti dal sodalizio erano di varia estrazione sociale e provenienza e, fra di loro, figurano anche alcuni minorenni.
Per acclarare quanto sopra descritto, nel corso dell’indagine i militari della Stazione di Siracusa-Ortigia hanno eseguito riscontri a carico di numerosi clienti della piazza di spaccio di via Alagona, molti dei quali turisti in visita nella città di Siracusa, tutti segnalati alla Prefettura di residenza quali assuntori, sequestrando complessivamente gr. 170,92 di hashish, gr. 2,18 di marijuana e gr 17 di cocaina. Durante la perquisizione di alcuni “bassi” di Ortigia, nel corso delle indagini, i militari hanno rinvenuto anche copioso materiale idoneo al confezionamento delle dosi, nonché un foglio su cui erano riepilogate come in un memorandum alcune azioni da effettuare per il buon andamento della gestione degli affari illeciti. Sebbene le indagini si siano concluse a maggio, i Carabinieri hanno continuato a censire movimenti del gruppo fino agli ultimi mesi del 2019. Nel corso delle perquisizioni odierne, sono stati altresì rinvenute 9 dosi di cocaina del peso di gr. 9.
Come accertato dai Carabinieri in questa operazione antidroga denominata “Posto fisso”, trent’anni fa ad Ortigia la Squadra Mobile della Questura di Siracusa mise a segno un’operazione antidroga che portò in carcere più di 30 spacciatori, tra cui Concetto Cassia e Francesco Pattarino, successivamente divenuti collaboratori di giustizia. La piazza dello spaccio era stata individuata nella Via Giudecca dove lo sgarbo, ovvero il bidone, fatto a uno spacciatore di droga, veniva pagato con la morte dai tossicomani. Molti degli omicidi commessi ai danni degli assuntori di sostanze stupefacenti furono scoperti grazie a Concetto Cassia e Francesco Pattarino, quest’ultimo figlio naturale di Francesco Mangion, detto Ciuzzu ‘u firraru, consigliere del Capo di Cosa Nostra della Sicilia orientale Nitto Santapaola. La Giudecca, che per molti decenni è stata la zona malfamata di Ortigia dove risiedeva la maggior parte delle persone dedite alla commissione di reati, dopo quella operazione antidroga effettuata dalla Squadra Mobile di Siracusa, fu al centro di un eccezionale esodo. Accadde, infatti, che la impresa dell’appaltatore Nino Giarratana aveva finito di costruire le palazzine di case popolari nella parte alta della città, e precisamente in Via Italia 103. Per cui, a tutti i nuclei familiari residenti alla Giudecca l’Istituto delle Case Popolari assegnò un alloggio popolare in Via Italia 103. Nel volgere di un breve arco di tempo, Via Italia 103 divenne, come via della Giudecca e strade limitrofe. Gli abitanti residenti alla Giudecca adesso commettevano reati in Via Italia 103. Questa strada, in pochi anni, è balzata agli onori delle cronache per essere divenuta la prima piazza dello spaccio di sostanze stupefacenti. Nonostante nei resoconti della carta stampata veniva definita il ghetto della città perchè non c’erano esercizi commerciali, in Via Italia 103 si sono recati ricchi e poveri, studenti e professionisti, avvocati e imprenditori per comprare una dose di sostanza stupefacenti.
Gli otto arrestati dai Carabinieri nell’ambito dell’operazione denominata “Posto fisso” hanno riportato in auge la Via della Giudecca, che è divenuta la meta preferita di tantissimi consumatori di droghe, molti dei quali addirittura turisti e forestieri arrivati a Siracusa per una vacanza, che sono stati però tutti beccati dalle telecamere installate dai militari della Stazione di Piazza San Giuseppe, a Ortigia. Tra la piazza di Ortigia e quella di Via Italia 103 negli ultimi tempi i rapporti tra i pusher sono divenuti conflittuali. Quelli della Giudecca hanno strappato molti clienti agli spacciatori di Via Italia 103. Un caso emblematico della guerra tra spacciatori è l’attentato incendiario commesso da ignoti piromani ai danni del mini market gestito dalla compagna di Francesco Mauceri. Gli autori dell’attentato hanno prima rubato una macchina e poi l’hanno utilizzata, come un ariete, per sfondare la porta a vetri dell’esercizio commerciale. Quindi, una volta penetrati all’interno del market, hanno appiccato il fuoco. Tutto sommato ben poca cosa rispetto agli agguati che vennero commessi trent’anni fa dalla banda di trafficanti di droga guidata dalla terribile coppia composta da Concetto Cassia e Francesco Pattarino.

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