“L’appartamento in cui abita la famiglia di Neddu ‘a capra è frutto di una estorsione”, il PM chiede la sua condanna a 18 anni

Siracusa. L’ergastolano Sebastiano Brunno, 60 anni, noto con l’appellativo di “Neddu ‘a capra”, conoscerà giovedì della prossima settimana, 25 giugno, se i giudici del Collegio Penale (presidente, Giuseppina Storaci; a latere, Antonio Dami e Alfredo Spitaleri) hanno ritenuto attendibili le dichiarazioni del pentito Alfio Ruggeri che lo indica nel fruitore di un appartamento messogli a disposizione “gentilmente” da un imprenditore edile che non voleva avere problemi con il clan mafioso Nardo di Lentini, che negli anni Novanta sottoponeva ad estorsione tutti i costruttori edili che intendevano costruire a Lentini e zone limitrofe. Oggi Brunno è venuto a conoscenza che a credere alle dichiarazioni di Alfio Ruggeri è il Pubblico Ministero Alessandro La Rosa, in servizio alla Procura Distrettuale Antimafia di Catania, che, concludendo la requisitoria, ha chiesto la sua condanna alla pena di diciotto anni di reclusione per estorsione aggravata dal metodo mafioso.
Chi invece non crede al collaboratore di giustizia Alfio Ruggeri è l’avvocato Sebastiano Troia, che, oltre a lui, ha accusato anche l’appaltatore Antonino Sortino che, prima ha detto di essere stato pagato e, successivamente, ha cambiato versione dicendo di non avere ricevuto i soldi concordati con i suoceri dell’esponente del clan Nardo per l’abitazione di contrada Balate di Zacco, a Carlentini, dove ancora risiede la famiglia dell’ergastolano.
Il pentito Alfio Ruggeri ha dichiarato ai magistrati della Procura Distrettuale antimafia di Catania, subito dopo aver manifestato l’intenzione di voler chiudere i rapporti con il clan mafioso, che a tutti i componenti del clan Nardo il costruttore edile Antonino Sortino aveva donato un appartamento. E tra i beneficiari ha indicato Sebastiano Brunno, detto “Neddu ‘a capra”.
Nel corso di un’audizione in videoconferenza il pentito, sia alle domande del Pubblico Ministero La Rosa sia a quelle rivoltegli dal difensore di “Neddu’ ‘a capra”, avvocato Sebastiano Troia, ha detto: “l’appartamento dove abita ancora oggi la famiglia Brunno, a Carlentini, zona Balate di Zacco, è tuttora intestato al costruttore, ma si tratta di un trucco finalizzato ad evitarne il sequestro da parte della magistratura. Che io sappia, il Brunno non ha pagato nulla per questo appartamento”.
Alle insistenti domande del difensore di Neddu ‘a capra, l’ex affiliato al clan Nardo Alfio Ruggeri rispose in quell’audizione in videoconferenza che l’immobile di Carlentini in cui abita la famiglia di Sebastiano Brunno è stato il “compenso” pagato dal costruttore Antonino Sortino per non essere sottoposto alla pratica del pizzo da parte del gruppo mafioso di cui è indiscusso leader il boss Nello Nardo.
Alfio Ruggeri racconta che l’appartamento, sito in Via Eschilo, I Traversa, al civico 16, a Carlentini, composto da cinque vani, è stato dato al Brunno dal titolare della società “Art-Residence Costruzioni di Antonino Sortino” per la protezione che gli garantiva il clan Nardo contro ogni richiesta di estorsione che gli veniva fatta da altri soggetti orbitanti nella criminalità della provincia di Siracusa e di quelli della provincia di Catania. A seguito delle dichiarazioni di Alfio Ruggeri l’appartamento del Brunno venne sequestrato dalla Dia ma poi il Tribunale penale di Siracusa che doveva stabilire se confiscarlo o dissequestrarlo si vide costretto a emettere sentenza di “nulla a provvedere” poichè la Procura antimafia di Catania contestò il reato di estorsione aggravata a Sebastiano Brunno.
Neddu ‘a capra sta scontando la pena dell’ergastolo inflittagli dalla Corte d’Assise di Siracusa perchè riconosciuto colpevole di omicidio volontario ai del guardiano campestre Armando Agnello, condannato a morte perchè aiutava il boss di Scordia, Giuseppe Di Salvo, che, pur essendo ricercato dalle forze dell’ordine e dai killer del clan Nardo, riusciva a sfuggire alla cattura o agli agguati mortali grazie alla protezione dei propri familiari e di fiancheggiatori. La mattina del 4 aprile 1992, un commando armato, del quale era un componente Sebastiano Brunno, tese un agguato al guardiano campestre e lo assassinò esplodendo nei suoi confronti colpi di fucili e di pistole. L’agguato ai danni del guardiano campestre veniva seguito ad alcuni chilometri di distanza dal boss Nello Nardo che, a bordo della sua auto, si teneva in contatto telefonicamente con i killer. Grazie al pentimento di Sebastiano Gigliuto di Villasmundo, componente anche lui del commando, vennero individuati tutti gli affiliati al clan Nardo che avevano partecipato all’omicidio del guardiano fiancheggiatore del boss di Scordia, Giuseppe Di Salvo. Il Gigliuto rivelò che Sebastiano Brunno era stato accidentalmente ferito da un proiettile esploso dall’arma impugnata da uno dei killer. Gigliuto raccontò, inoltre, il motivo che aveva spinto il boss Nello Nardo a dichiarare guerra al boss di Scordia Giuseppe Di Salvo. Il quale, evaso dalla caserma dei Carabinieri di Catania mentre stavano per tradurlo alla volta di un penitenziario del nord Italia dove avrebbe dovuto espiare la condanna a 30 anni di reclusione per avere ucciso un suo antagonista a Francofonte, aveva chiesto, a titolo di estorsione, la somma di cinquanta milioni di vecchie lire ad un imprenditore agricolo di Lentini. Il boss di Scordia non sapeva che l’imprenditore agricolo di Lentini fosse un amico fraterno del boss Nello Nardo. Quest’ultimo appena seppe della richiesta estorsiva avanzata da Di Salvo si attivò per contattarlo e fargli sapere di recedere dalle sue intenzioni. A svolgere il ruolo di intermediario tra il boss di Scordia e il boss di Lentini scese in campo un autotrasportatore di Francofonte, imparentato con Giuseppe Di Salvo.
Quando il latitante seppe della richiesta di Nardo disse all’autotrasportatore di Francofonte di riferirgli che l’imprenditore agricolo di Lentini non avrebbe dovuto più versargli cinquanta milioni di vecchie lire ma avrebbe dovuto pagare 150 milioni di vecchie lire proprio perchè si era rivolto al boss Nello Nardo. Quest’ultimo, quando seppe la risposta del Di Salvo, riunì i componenti di maggiore spessore del suo clan e ordinò loro di attivarsi nelle ricerche del latitante Giuseppe Di Salvo e di fargli terra bruciata attorno, uccidendogli familiari e fiancheggiatori che lo aiutavano a sottrarsi alla caccia all’uomo e alle ricerche delle forze dell’ordine. Una delle prime vittime della guerra dichiarata da Nardo a Di Salvo fu quell’autotrasportatore di Francofonte che aveva fatto da mediatore tra il boss di Scordia e il boss di Lentini. Si chiamava Salvatore Pernagallo ed era nipote di Giuseppe Di Salvo.
La mattina del 7 aprile, sempre nel 1992, bussarono alla porta della sua casa alcuni uomini vestiti da Carabinieri. Gli dissero di salutare sua moglie e di scendere a piano terra perchè avrebbero dovuto condurlo in caserma e poi in carcere. Dopo aver baciato la moglie, Pernagallo scese a piano terra e si consegnò ai carabinieri che immediatamente gli serrarono i polsi con le manette. L’arrestato e il gruppo di Carabinieri uscirono dall’immobile e si avviarono a raggiungere il punto in cui i militari avevano parcheggiato le auto. Mentre camminavano l’autotrasportatore di Francofonte rivolse una banale domanda al carabiniere che teneva lo spezzone della catena delle manette e quello si impappinava. In quel preciso momento Pernagallo ha capito di non essere stato arrestato da veri Carabinieri ma da componenti di un sodalizio criminale vestiti da Carabinieri. L’arrestato si scagliava contro il carabiniere a lui più vicino e, pur avendo le mani legate dalle manette, stava per disarmarlo. Intervennero i “commilitoni” del finto carabiniere che stava per essere disarmato dall’autotrasportatore e lo crivellarono di piombo.
Dopo gli omicidi del guardiano campestre di Lentini e dell’autotrasportatore di Francofonte Nardo fece uccidere tre ragazzi di Scordia, due dei quali nipoti di Di Salvo, che avevano avuto l’infelice idea di festeggiare a Cassibile la vigila della Santa Pasqua. Nel bar Oasi in cui i tre ragazzi stavano brindando fecero irruzione i killer del gruppo Nardo e li massacrarono a colpi di pistole e di fucile. La mattanza dei familiari e dei fiancheggiatori di Di Salvo, iniziata ai primi mesi del 1992, ebbe fine nell’autunno di quell’anno, allorquando il boss di Scordia decise di costituirsi ai Carabinieri, ai quali un anno prima era fuggito scendendo dal cellullare in cui si trovava e recandosi all’uscita della caserma senza che alcuno si fosse accorto della sua fuga. Di Salvo si costituiva perseguendo però l’obiettivo di vendicarsi del suo rivale Nello Nardo. Appena si ripresentava ai Carabinieri chiedeva di voler parlare con un magistrato della Procura distrettuale antimafia. Appena il Pubblico Ministero arrivava nella caserma dei Carabinieri il Di Salvo gli comunicava che la sua intenzione quella di collaborare con la giustizia. Di Salvo poneva una sola condizione: che gli venisse dissequestrato il patrimonio e che, nel momento in cui non era più essenziale la sua presenza nelle aule processuali come testimone della Procura, gli venisse concesso il lasciapassare per emigrare in Germania e di vivere per il resto dei suoi giorni assieme alla cittadina tedesca che aveva sposato quando lui era il temuto boss di Scordia. Lo Stato accettò tutte le sue condizioni e Di Salvo rispettò gli accordi stipulati con i magistrati della Procura distrettuale antimafia di Catania. Nel 1993 scattarono le retate contro i componenti del clan Nardo. Ma più che per le accuse di Di Salvo, il boss di Lentini e i suoi più stretti collaboratori sono stati condannati all’ergastolo per una serie impressionante di omicidi per le chiamate in correità del pentito Sebastiano Gigliuto, prima, e di suo fratello Giuseppe, dopo.
Dopo la condanna alla pena dell’ergastolo, confermata dalla Corte d’Assise di Appello, per scadenza dei termini, Sebastiano Brunno venne scarcerato ma, uno o due giorni prima che la Suprema Corte di Cassazione gli confermasse la pena del carcere a vita, fece perdere le proprie tracce ed è rimasto latitante per alcuni anni. Sebastiano Brunno, per non espiare la condanna all’ergastolo inflittagli per l’omicidio della guardia campestre, si era rifugiato a Malta, dove faceva il turista con i soldi che il clan gli mandava. Gli agenti della Squadra Mobile, appena hanno saputo da fonti confidenziali che l’ergastolano Neddu ‘a capra, si nascondeva a Malta, organizzarono una missione per catturarlo. Grazie alle informazioni ricevute i poliziotti si appostarono nei pressi dell’abitazione presa in affitto dal latitante e appena lo incrociarono gli fecero l’incontro e lo catturarono. Così è finita la latitanza dorata a Malta di Sebastiano Brunno.

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