Venerdì 26 giugno sarà discusso il ricorso di Giulio Quercioli e famiglia contro il sequestro di Igm

Siracusa. Venerdì mattina, 26 giugno, il Tribunale della Libertà (presidente, Salvatore Cavallaro; a latere, Antonio Dami e Federica Piccione) discuterà il ricorso presentato dagli avvocati Luigi Latino e Carmelo Peluso nell’interesse di Giulio Quercioli Dessena e dei suoi familiari contro il sequestro della società Igm Rifiuti Industriali Srl disposto dal Giudice delle indagini preliminari Carmen Scapellato, su conforme richiesta dei Pubblici Ministeri Salvatore Grillo e Vincenzo Nitti. La Difesa del gruppoo familiare Quercioli Dessena chiede che sia annullato il provvedimento di sequestro preventivo della Igm Rifiuti Industriali Srl e di restituirla ai suoi legittimi proprietari. I legali della famiglia Quercioli Dessena chiedono la revoca dell’incarico conferito agli amministratori giudiziari di gestire la società e il dissequestro dell’immobile di proprietà dell’azienda dei Quercioli Dessena.
Il dottor Giulio Quercioli Dessena è tuttora agli arresti domiciliari e nella sua identica situazione si trovano Cesare Quercioli Dessena, Alberto Giardina, Antonio Antonuccio, Pietro Luigi Galimberti, tutti colpiti dalla misura cautelare degli arresti domiciliari. Il Gip Scapellato, inoltre, ha appplicato la misura cautelare dell’obbligo di dimora ai nipoti di Giulio Quercioli Dessena, i cugini Diego Quercioli Dessena e ad Antonio Quercioli Dessena. Con provvedimenti interdittivi e di sequestro dei beni, figurano Alessandro Quercioli Dessena, Caterina Quercioli Dessena, l’avvocato Giuseppe Cassone, Aldo Spataro, Iole Rivelli, Giuseppa Oddo e l’attuale presidente del Consiglio di disciplina dei commercialisti siracusani Giovanni Confalone.
I finanzieri hanno notificato i provvedimenti interdittivi a vario titolo a 7 indagati e hanno effettuato il sequestro dei beni, diretti o per equivalente, per circa 11 milioni di euro nei confronti di quattordici indagati. Sequestrati anche la società Igm Rifiuti Industriali srl e il capannone sito sulla strada Priolo-Melilli, del valore stimato in oltre 45 milioni di euro. La società è attualmente retta da alcuni commissari giudiziari.
I provvedimenti giudiziari chiudono ampie indagini di natura economico – finanziaria all’esito delle quali, anche con l’ausilio di attività tecnica, sono state portate alla luce fatti di bancarotta fraudolenta ad opera di diverse società riconducibili al noto gruppo imprenditoriale di carattere familiare dei Quercioli Dessena.
Le frodi hanno anche portato, su richiesta dei Sostituti assegnatari delle indagini, Salvatore Grillo e Vincenzo Nitti, al fallimento di 3 società.
Le investigazioni, anche sulla scorta di precedenti operazioni, sono partite principalmente dall’esame della contabilità di alcune imprese del gruppo che versavano in una situazione di sostanziale dissesto. Dall’attività emergevano criticità e alert che portavano i militari all’esecuzione di ulteriori approfondimenti su aziende che erano subentrate negli appalti dopo che la società aggiudicataria, improvvisamente, veniva pilotata verso uno stato di decozione. Si scopriva così che tutte le entità costituivano un vero e proprio sistema di “scatole vuote” che, in modo programmato, ha “assorbito”, non onorandolo, il carico fiscale e contributivo dell’attività nel suo complesso; tutto questo grazie alla compiacenza di persone con precisi ruoli e di uno staff tecnico, formato da commercialisti, nonché da “prestanomi”, tra cui un avvocato, regolarmente stipendiati dal gruppo.
In sintesi, le frodi si consumavano nel seguente modo: le società che svolgevano l’attività di gestione dei rifiuti mantenevano, nel corso del tempo, una stessa denominazione comune, al fine di far apparire che il servizio venisse svolto da un’unica impresa. In realtà, quando l’esposizione debitoria di una delle entità diventava insostenibile, l’azienda produttiva era trasferita (mediante contratti di affitto, cessione di azienda o scissione) ad altra società del gruppo, sino a quel momento rimasta inattiva, che proseguiva nelle attività. Le società “svuotate”, oberate di debiti e private degli asset produttivi, erano quindi avviate, con la compiacenza di meri prestanomi, alla inesorabile liquidazione e/o cancellazione, con insolvenza dei debiti erariali.
Il gruppo imprenditoriale è riuscito così a perseguire costantemente un unico disegno criminoso: gestire l’azienda di famiglia senza onorare i pregressi debiti con lo Stato (circa 130 milioni di euro), lucrando grandi profitti dagli appalti con le pubbliche amministrazioni per sottrarre, nel contempo, risorse indispensabili all’integrità contabile e patrimoniale delle varie società.
Rigorosa la prova fornita sull’esistenza del “sistema”, obbediente a un’unica volontà: oltre alle intercettazioni telefoniche e ambientali, nel corso delle attività sono state eseguite escussioni di informazioni, interrogatori, riscontri attraverso banche dati, perquisizioni domiciliari, locali e informatiche, acquisizioni documentali anche nei confronti di alcuni professionisti, oggi chiamati a rispondere per le proprie responsabilità. La mole degli elementi raccolti e acquisiti agli atti ha reso evidente che i componenti della famiglia gestivano direttamente personale, appalti e rapporti con le banche dell’intera rete societaria, della quale conoscevano dettagliatamente la situazione finanziaria ed economico-patrimoniale.
In tale contesto investigativo, peraltro, il gruppo familiare compariva in ruoli formali laddove le società erano in bonis, deliberando compensi che venivano elargiti dalle bad company al fine di riversare su quest’ultime gli oneri fiscali e contributivi in modo da aumentarne l’esposizione debitoria. Le attività hanno inoltre dimostrato che il drenaggio di risorse è avvenuto sfruttando il paravento giuridico offerto dall’intestazione fittizia delle imprese decotte a soggetti che non avevano alcun potere decisionale o strategico, i quali si limitavano ad eseguire ordini firmando “carte a richiesta”. Significativa e determinante, sotto questo particolare aspetto, l’opera dei professionisti relativamente agli aggiustamenti contabili e agli istituti giuridici tesi a svuotare le imprese decotte in frode ai propri creditori.
Nel corso delle indagini veniva anche individuata una società priva di dipendenti, finanziata con il denaro delle imprese del gruppo confluito nella realizzazione di una pregevole villa a uso esclusivo dell’esponente di spicco della famiglia, nonché “regista” dell’associazione. Grazie al meccanismo di compensazione dei crediti I.V.A. della società, per l’immobile non sono stati mai versati i tributi, quali l’I.M.U. e, tra i costi di esercizio, risultavano anche annotati acquisti di champagne e altri beni di consumo personale.
L’attività, condotta dalla Fiamme Gialle in via trasversale con i poteri di polizia tributaria e poi, sotto l’egida della Procura, con quelli di polizia giudiziaria, conferma la perniciosità della criminalità economico – finanziaria, in grado di alterare, per il soddisfacimento di interessi personali, le regole del sistema produttivo.

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