Il Tribunale infligge 7 anni all’ergastolano Sebastiano Brunno e dispone il sequestro dell’appartamento in cui abita la sua famiglia

Siracusa. I giudici del Tribunale Penale del giovedì (presidente, Giuseppina Storaci; a latere, Antonio Dami e Alfredo Spitaleri) hanno riconosciuto colpevole del resto di estorsione aggravato dal metodo mafioso e hanno inflitto all’ergastolano Sebastiano Brunno, 60 anni, noto con l’appellativo di “Neddu ‘a capra”, la pena di sette anni di reclusione e la multa di settemila euro. I giudici hanno disposto il sequestro dell’appartamento in cui risiede la famiglia dell’ergastolano e hanno ordinato la sua restituzione al legittimo proprietario, il titolare dell’omonima società “Art-Residence Costruzioni di Antonino Sortino”. Il difensore del Brunno, avvocato Sebastiano Troia, ha annunciato che proporrà appello contro la sentenza del Tribunale, in quanto il suo assistito e i suoi congiunti hanno pagato l’appartamento sito in Via Eschilo, I Traversa, al civico 16, a Carlentini, composto da cinque vani.
A inguaiare i congiunti di Sebastiano Brunno è stato il pentito Alfio Ruggeri, ex appartenente al sodalizio mafioso Nardo ed oggi collaboratore di giustizia, il quale agli inquirenti ha riferito che era prassi consolidata che tutti gli appaltatori edili che costruivano palazzi nei comuni di Lentini, Carlentini e Francofonte erano sottoposti alla pratica del pizzo da parte del clan fondato da Nello Nardo, uomo d’onore della cosca mafiosa Santapaola di Catania. Secondo il collaboratore di giustizia il clan Nardo aveva stipulato un’intesa con i “palazzinari”, in base alla quale loro non avrebbero sborsato un euro a titolo di pizzo ma avrebbero dovuto donare un appartamento per ciascuno affiliato al gruppo. Il pentito Alfio Ruggeri ha detto che Sebastiano Brunno, detto appunto Neddu ‘a capra, è stato uno dei beneficiari dell’accordo stipulato tra il gruppo criminale e gli appaltatori edili, ottenendo un appartamento in contrada Balate di Zacco di Carlentini.
La dichiarazione della “gola profonda” Alfio Ruggeri è stata ritenuta credibile dalla Procura Distrettuale Antimafia di Catania che ha incriminato Sebastiano Brunno, all’epoca latitante essendo scappato all’estero immediatamente dopo aver appreso che la Suprema Corte di Cassazione aveva confermato la sua condanna all’ergastolo per l’omicidio di un guardiano campestre. Il Pubblico Ministero Alessandro La Rosa, sostituto alla Dda di Catania, ha contestato a Sebastiano Brunno il reato di estorsione aggravata dal metodo mafioso e ha ribadito la sua tesi accusatoria una settimana fa quando, a conclusione della requisitoria, ha chiesto la condanna dell’ergastolano alla pena di diciotto anni di reclusione e il sequestro dell’appartamento di Carlentini.
Per l’assoluzione dell’esponente di spicco del clan Nardo si è battuto l’avvocato Sebastiano Troia, che considera non credibile il collaboratore di giustizia Alfio Ruggeri è che ha accusato anche l’appaltatore Antonino Sortino che, prima ha detto di essere stato pagato dai genitori e dai suoceri di Brunno e, successivamente, ha cambiato versione dicendo di non avere ricevuto i soldi concordati con i famigliari dell’esponente del clan Nardo per l’abitazione di contrada Balate di Zacco, a Carlentini, dove ancora risiedono.
Nel corso di un’audizione in videoconferenza il pentito, sia alle domande del Pubblico Ministero La Rosa sia a quelle rivoltegli dal difensore di “Neddu’ ‘a capra”, avvocato Sebastiano Troia, il pentito Alfio Ruggeri ha detto: “l’appartamento dove abita ancora oggi la famiglia Brunno, a Carlentini, zona Balate di Zacco, è tuttora intestato al costruttore, ma si tratta di un trucco finalizzato ad evitarne il sequestro da parte della magistratura. Che io sappia, il Brunno non ha pagato nulla per questo appartamento”.
Alle insistenti domande del difensore di Neddu ‘a capra, l’ex affiliato al clan Nardo Alfio Ruggeri rispose in quell’audizione in videoconferenza che l’immobile di Carlentini in cui abita la famiglia di Sebastiano Brunno è stato il “compenso” pagato dal costruttore Antonino Sortino per non essere sottoposto alla pratica del pizzo da parte del gruppo mafioso di cui è indiscusso leader il boss Nello Nardo.
Nel corso della sua audizione Alfio Ruggeri ha riferito che l’appartamento, sito in Via Eschilo, I Traversa, al civico 16, a Carlentini, composto da cinque vani, è stato dato al Brunno dal titolare della società “Art-Residence Costruzioni di Antonino Sortino” per la protezione che gli garantiva il clan Nardo contro ogni richiesta di estorsione che gli veniva fatta da altri soggetti orbitanti nella criminalità della provincia di Siracusa e di quelli della provincia di Catania.
Già prima dell’audizione, il pentito del clan Nardo aveva già detto che l’appartamento occupato dalla famiglia di Sebastiano Brunno era frutto di una estorsione. E la Dia di Catania, sulla base di un decreto di sequestro del Tribunale di Siracusa, aveva messo i sigilli all’appartamento. Il sequestro venne successivamente annullato dal Tribunale penale di Siracusa poichè la Procura antimafia di Catania contestò il reato di estorsione aggravata dal metodo mafioso a Sebastiano Brunno, che, nel frattempo, era stato catturato dagli agenti della Squadra Mobile di Siracusa e di Catania a Malta, dove si era rifugiato per non scontare la condanna al carcere a vita che gli venne inflitta per l’omicidio di un guardano campestre, commesso in territorio di Lentini nel mese di aprile del 1992, anno in cui il boss Nello Nardo dichiarò guerra a Giuseppe Di Salvo, capo della cosca mafiosa di Scordia il quale, uscito sconfitto dallo scontro armato con i lentinesi, decise di porre fine alla latitanza e di costituirsi ai Carabinieri del Comando provinciale di Catania per poi iniziare a collaborare con la giustizia.
Neddu ‘a capra sta scontando la pena dell’ergastolo inflittagli dalla Corte d’Assise di Siracusa perchè riconosciuto colpevole di omicidio volontario ai del guardiano campestre Armando Agnello, condannato a morte perchè aiutava il boss di Scordia, Giuseppe Di Salvo, che, pur essendo ricercato dalle forze dell’ordine e dai killer del clan Nardo, riusciva a sfuggire alla cattura o agli agguati mortali grazie alla protezione dei propri familiari e di fiancheggiatori. La mattina del 4 aprile 1992, un commando armato, del quale era un componente Sebastiano Brunno, tese un agguato al guardiano campestre e lo assassinò esplodendo nei suoi confronti colpi di fucili e di pistole. L’agguato ai danni del guardiano campestre veniva seguito ad alcuni chilometri di distanza dal boss Nello Nardo che, a bordo della sua auto, si teneva in contatto telefonicamente con i killer. Grazie al pentimento di Sebastiano Gigliuto di Villasmundo, componente anche lui del commando, vennero individuati tutti gli affiliati al clan Nardo che avevano partecipato all’omicidio del guardiano fiancheggiatore del boss di Scordia, Giuseppe Di Salvo. Il Gigliuto rivelò che Sebastiano Brunno era stato accidentalmente ferito da un proiettile vagante esploso dall’arma impugnata da un componente del commando armato. Gigliuto raccontò, inoltre, il motivo che aveva spinto il boss Nello Nardo a dichiarare guerra al boss di Scordia Giuseppe Di Salvo. Il quale, evaso dalla caserma dei Carabinieri di Catania mentre stavano per tradurlo alla volta di un penitenziario del nord Italia dove avrebbe dovuto espiare la condanna a 30 anni di reclusione per avere ucciso un suo antagonista a Francofonte, aveva chiesto, a titolo di estorsione, la somma di cinquanta milioni di vecchie lire ad un imprenditore agricolo di Lentini. Il boss di Scordia non sapeva che l’imprenditore agricolo di Lentini fosse un amico fraterno del boss Nello Nardo. Quest’ultimo appena seppe della richiesta estorsiva avanzata da Di Salvo si attivò per contattarlo e fargli sapere di recedere dalle sue intenzioni. A svolgere il ruolo di intermediario tra il boss di Scordia e il boss di Lentini scese in campo un autotrasportatore di Francofonte, imparentato con Giuseppe Di Salvo.
Quando il latitante seppe della richiesta di Nardo disse all’autotrasportatore di Francofonte di riferirgli che l’imprenditore agricolo di Lentini non avrebbe dovuto più versargli cinquanta milioni di vecchie lire ma avrebbe dovuto pagare 150 milioni di vecchie lire proprio perchè si era rivolto al boss Nello Nardo. Quest’ultimo, quando seppe la risposta del Di Salvo, riunì i componenti di maggiore spessore del suo clan e ordinò loro di attivarsi nelle ricerche del latitante Giuseppe Di Salvo e di fargli terra bruciata attorno, uccidendogli familiari e fiancheggiatori che lo aiutavano a sottrarsi alla caccia all’uomo e alle ricerche delle forze dell’ordine. Una delle prime vittime della guerra dichiarata da Nardo a Di Salvo fu quell’autotrasportatore di Francofonte che aveva fatto da mediatore tra il boss di Scordia e il boss di Lentini. Si chiamava Salvatore Pernagallo ed era nipote di Giuseppe Di Salvo.
La mattina del 7 aprile, sempre nel 1992, bussarono alla porta della sua casa alcuni uomini vestiti da Carabinieri. Gli dissero di salutare sua moglie e di scendere a piano terra perchè avrebbero dovuto condurlo in caserma e poi in carcere. Dopo aver baciato la moglie, Pernagallo scese a piano terra e si consegnò ai carabinieri che immediatamente gli serrarono i polsi con le manette. L’arrestato e il gruppo di Carabinieri uscirono dall’immobile e si avviarono a raggiungere il punto in cui i militari avevano parcheggiato le auto. Mentre camminavano l’autotrasportatore di Francofonte rivolse una banale domanda al carabiniere che teneva lo spezzone della catena delle manette e quello si impappinava. In quel preciso momento Pernagallo ha capito di non essere stato arrestato da veri Carabinieri ma da componenti di un sodalizio criminale vestiti da Carabinieri. L’arrestato si scagliava contro il carabiniere a lui più vicino e, pur avendo le mani legate dalle manette, stava per disarmarlo. Intervennero i “commilitoni” del finto carabiniere che stava per essere disarmato dall’autotrasportatore e lo crivellarono di piombo.
Dopo gli omicidi del guardiano campestre di Lentini e dell’autotrasportatore di Francofonte il boss Nardo fece uccidere tre ragazzi di Scordia, due dei quali nipoti di Di Salvo, che avevano avuto l’infelice idea di festeggiare a Cassibile la vigila della Santa Pasqua. Nel bar Oasi in cui i tre ragazzi stavano brindando fecero irruzione i killer del gruppo Nardo e li massacrarono a colpi di pistole e di fucile. La mattanza dei familiari e dei fiancheggiatori di Di Salvo, iniziata ai primi mesi del 1992, ebbe fine nell’autunno di quell’anno, allorquando il boss di Scordia decise di costituirsi ai Carabinieri, ai quali un anno prima era fuggito scendendo dal cellulare in cui era stato rinchiuso dai militari che dovevano tradurlo in un carcere del nord Italia per scontare la condanna a 30 anni di reclusione per omicidio. Come se nulla fosse Di Salvo scese dal furgone-cellulare dei Carabinieri e si dileguava dalla caserma. Dopo essersi visto ammazzare un gruppo di parenti e di amici che lo aiutavano nella latitanza, il boss di Scordia si costituiva perseguendo però l’obiettivo di vendicarsi del suo rivale Nello Nardo. Appena si ripresentava ai Carabinieri chiedeva di voler parlare con un magistrato della Procura distrettuale antimafia. Appena il Pubblico Ministero arrivava nella caserma dei Carabinieri il Di Salvo gli comunicava che la sua intenzione quella di collaborare con la giustizia. Di Salvo poneva una sola condizione: che gli venisse dissequestrato il patrimonio e che, nel momento in cui non era più essenziale la sua presenza nelle aule processuali come testimone della Procura, gli venisse concesso il lasciapassare per emigrare in Germania e di vivere per il resto dei suoi giorni assieme alla cittadina tedesca che aveva sposato quando lui era il temuto boss di Scordia. Lo Stato accettò tutte le sue condizioni e Di Salvo rispettò gli accordi stipulati con i magistrati della Procura distrettuale antimafia di Catania. Nel 1993 scattarono le retate contro i componenti del clan Nardo. Ma più che per le accuse di Di Salvo, il boss di Lentini e i suoi più stretti collaboratori sono stati condannati all’ergastolo per una serie impressionante di omicidi per le chiamate in correità del pentito Sebastiano Gigliuto, prima, e di suo fratello Giuseppe, dopo.
In seguito alla condanna alla pena dell’ergastolo, confermata dalla Corte d’Assise di Appello, per scadenza dei termini, Sebastiano Brunno venne scarcerato ma, uno o due giorni prima che la Suprema Corte di Cassazione gli confermasse la pena del carcere a vita, fece perdere le proprie tracce ed è rimasto latitante per alcuni anni. Sebastiano Brunno, per non espiare la condanna all’ergastolo inflittagli per l’omicidio della guardia campestre, si era rifugiato a Malta, dove faceva il turista con i soldi che il clan gli mandava. Gli agenti della Squadra Mobile, appena hanno saputo da fonti confidenziali che l’ergastolano Neddu ‘a capra, si nascondeva a Malta, organizzarono una missione per catturarlo. Grazie alle informazioni ricevute i poliziotti si appostarono nei pressi dell’abitazione presa in affitto dal latitante e appena lo incrociarono gli fecero l’incontro e lo catturarono. Sebastiano Brunno, riportato in Italia, è stato rinchiuso in un penitenziario della penisola per scontare la pena dell’ergastolo in regime di 41 bis, in quanto, sempre per le dichiarazioni del pentito Alfio Ruggeri, avrebbe svolto il ruolo di reggente del clan in assenza del boss Nello Nardo, anch’egli condannato al carcere a vita per una serie impressionante di omicidi.

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