Delitto Eligia Ardita: la Difesa chiede l’assoluzione o mite pena per omicidio preterintenzionale

Catania. Quella del 29 giugno, festa di San Pietro e Paolo, è stata la giornata della Difesa al processo di secondo grado che vede appellante l’ex guardia giurata Christian Leonardi contro la condanna alla pena dell’ergastolo inflittagli dai giudici della Corte d’Assise di Siracusa che lo hanno riconosciuto colpevole dell’omicidio della propria moglie Eligia Ardita e della morte del feto che la vittima portava nel grembo.
Gli avvocati Vera Benini del Foro di Modena e Felicia Mancini, del Foro di Catania, hanno chiesto alla Corte d’Assise di Appello di assolvere il loro cliente dall’accusa di omicidio volontario e di credere alla sua ritrattazione quando afferma che amava la moglie e che non le avrebbe mai fatto del male. Secondo i difensori la morte sarebbe avvenuta per strangolamento ma non come proposito deliberato di voler sopprimere la moglie e la creaturina che avevano concepito assieme, bensì per la eccessiva forza impressa alla mano con la quale aveva tappato la bocca ad Eligia per evitare che gridasse e svegliasse tutto il vicinato. Sulla base di questo ragionamento i due difensori dell’imputato hanno offerto alla Corte d’Assise di Appello una chiave di lettura diversa da quella prospettata dalla pubblica e dalle private accuse. Se Pubblico Ministero e Difese delle parti civili si sono battute per ottenere la condanna di Christian Leonardi per omicidio volontario aggravato, viceversa la Difesa dell’imputato ha paventato l’ipotesi alternativo dell’omicidio preterintenzionale. Come dire che non voleva uccidere ma che l’evento mortale si è verificato senza che in Christian Leonardi ci fosse la volontà di ammazzare la propria moglie. Quella mano poggiata sulla bocca della moglie hanno impedito a Eligia di urlare ma soprattutto di respirare. Per cui, visto che un morto c’è stato, è giusto che a pagare il conto sia il marito Christian Leonardi. Tuttavia, secondo le avvocatesse Vera Benini e Felicia Mancini la punizione da irrogare all’imputato non è quella del carcere a vita, ma quella prevista dal codice penale per chi si rende responsabile di un omicidio preterintenzionale.
I giudici della terza sezione della Corte d’Assise di Appello hanno aggiornato il processo di secondo grado all’udienza del 13 luglio per eventuali repliche e per la camera di consiglio. Nella stessa giornata del 13 luglio sarà emessa la sentenza, salvo imprevisti dell’ultimissima ora.
Nelle scorse udienze il sostituto procuratore generale Maria Concetta Ledda e i difensori delle parti civili hanno chiesto la conferma integrale della sentenza del processo di primo grado pronunciata contro l’ex guardia giurata Christian Leonardi, ribadendo la condanna alla pena dell’ergastolo inflittagli dalla Corte d’Assise di Siracusa (presidente, Giuseppina Storaci; a latere, Alessandra Gigli) in quanto riconosciuto colpevole dell’omicidio della moglie Eligia Ardita e della creaturina che lei portava in grembo, giunta al settino mese di gravidanza.
Per le parti civili hanno parlato l’avvocato Francesco Villardita, che rappresenta Agatino Ardita, Cristina Caruso, Danilo Pica, Margherita Cappello, Grazia Caruso e Luisa Ardita; l’avvocato Cristiano Leonardi, che assiste Vittorio Ardita e Maria Caruso; l’avvocato Giambattista Rizza, difensore della Fondazione Eligia e Giulia Ardita contro ogni violenza e per il diritto alla vita, i cui rappresentanti sono Francesco Ardita, Fabrizio Ardita e Luisa Ardita; l’avvocato Rossella Grande per il Centro Antiviolenza “La Nereide”; l’avvocato Loredana Battaglia per la Rete Centri Antiviolenza di Raffaella Mauceri; l’avvocato Pilar Maria Dolores Castiglia per il Coordinamento Donne Siciliane; l’avvocato Maria Rita D’Amico per Salvatrice Caruso; l’avvocato Giuseppe Giardinelli per Salvatore Aliano e Lucia Caruso.
I fatti al vaglio dei giudici della terza sezione della Corte d’Assise di Appello di Catania si sono verificati la sera del 19 gennaio 2015, a Siracusa, all’interno dell’abitazione occupata da Christian Leonardi e dalla moglie Eligia Ardita.
Secondo la ricostruzione effettuata dalla Corte d’Assise di Siracusa, ecco che cosa accadde la sera del 19 gennaio di cinque anni fa nell’abitazione dei coniugi Leonardi-Ardita.
“Eligia Ardita, all’ottavo mese di gravidanza, – scrivono nella sentenza del processo di primo grado i giudici Storaci e Gigli – aveva trascorso una serata piacevole insieme ai suoi genitori, Agatino Ardita e Grazia Caruso, da lei invitati a cena; era presente anche il marito di Eligia, Christian Leonardi. La cena, così come risulta dalle concordi dichiarazioni rese dai genitori di Eligia, si era svolta tranquillamente: Eligia, che appariva in ottime condizioni fisiche e che, come sua abitudine da quando era in stato di gravidanza, indossava un paio di fuseaux neri e una maglietta dello stesso colore, aveva consumato un pasto a base di minestrone, insalata verde, un pezzo di sfoglia con le melenzane e mezzo arancino. Dopo cena, i genitori di Eligia erano andati via, intorno alle ore 21,30, ed Eligia era rimasta a casa con il marito. Quando questi le aveva detto di voler uscire per andare a giocare alla sala Bingo, Eligia si era opposta, scatenando nel marito una improvvisa e violenta reazione. mentre entrambi si trovavano nel soggiorno.
Poichè Eligia urlava, il Leonardi, per zittirla, le aveva messo le mani sulla bocca e sul volto e l’aveva spinta violentemente contro il muro per immobilizzarla, verosimilmente cagionandole le multiple lesioni ecchimotiche al capo rilevate in sede di autopsia.
Mentre la teneva ferma ed addossata al muro continuando a comprimerle il volto e la bocca con le mani per impedirle di parlare, Eligia aveva cominciato a vomitare, rigurgitando parte del cibo sulla parete nonchè indosso ad entrambi, sporcando le pareti e il pavimento del soggiorno, e contestualmente inalandone una cospicua quantità; nonostante ciò il Leonardi continuava a tenerla bloccata.
Quando infine Eligia crollava a terra, ormai priva di conoscenza, il Leonardi si rendeva conto di aver commesso qualcosa di irreparabile e dopo aver riflettuto sul da farsi, decideva di mettere la moglie sul letto, e di fare sparire ogni traccia cambiandole i vestiti sporchi, pulendo le tracce di vomito sparse lungo le pareti del soggiorno e un po’ per tutta la casa, dopodichè provvedeva a chiamare il 118 e successivamente i suoceri. All’arrivo dei soccorritori – chiamati dal Leonardi alle ore 23,23, come risulta dalla scheda di intervento del 118 – l’imputato riferiva, in particolare al dott. Aloi che insistentemente cercare di suscitare la sua attenzione chiedendogli cosa fosse accaduto mentre appariva impegnato in una conversazione al cellulare, ben tre versioni in merito a quanto successo prima della telefonata al 118: 1) mentre era a letto, si era svegliato e aveva sentito la moglie rantolare; 2) mentre era in soggiorno, aveva sentito che la moglie – in camera da letto – non respirava bene; 3) mentre entrambi erano in soggiorno, la moglie aveva preso a vomitare e l’aveva portata in camera da letto; versioni dei fatti rivelatesi poi assolutamente false”.
Va anche aggiunto che Christian Leonardi prima dell’inizio del processo di primo grado aveva fatto pervenire alla Corte d’Assise un memoriale in cui effettuava una propria ricostruzione sugli eventi occorsi nella sua abitazione e ammetteva candidamente di avere ucciso la moglie. Poi, all’inizio del processo, il Leonardi ritrattava la confessione e accusava il proprio fratello e il suo primo difensore di fiducia di averlo indotto a rendere la confessione dicendogli che il procuratore aggiunto Fabio Scavone gli avrebbe fatto infliggere una mite pena se avesse confessato il femminicidio.

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