Il Riesame di Catania conferma i domiciliari ai Quercioli, ai due commercialisti e al direttore di Igm

Catania. Il Tribunale del Riesame ha confermato la legittimità dell’ordinanza cautelare con la quale il Giudice delle indagini preliminari Carmen Scapellato ha applicato la misura cautelare degli arresti domiciliari ai fratelli Giulio e Cesare Quercioli Dessena, ai commercialisti Antonio Antonuccio e Alberto Giardina e al direttore di Igm Rifiuti Industriali Srl Pietro Luigi Galimberti, la misura dell’obbligo di dimora ai cugini Diego e Antonio Quercioli Dessena, nonché le misure interdittive e di sequestro dei beni nei confronti di Alessandro Quercioli Dessena, Caterina Quercioli Dessena, dell’avvocato Giuseppe Cassone, difeso dall’avvocato Sebastiano Troia, di Aldo Spataro difeso dall’avvocato Maria Spurio, di Iole Rivelli, difesa dall’avvocato Sebastiano Troia, di Giuseppa Oddo e dell’attuale presidente del Consiglio di disciplina dei commercialisti siracusani Giovanni Confalone, difeso dall’avvocato Antonello Davì. Tutti i componenti della famiglia Quercioli Dessena sono assistiti dagli avvocati Luigi Latino e Carmelo Peluso.
Per i difensori degli indagati l’incontro con i giudici del Riesame di Catania ha avuto un esito disastroso. Le loro tesi difensive volte a smentire l’assunto accusatorio dei Pubblici Ministeri Salvatore Grillo e Vincenzo Nitti e degli investigatori della Guardia di Finanza sono state rigettate dal Collegio del Riesame, che ha invece confermato integralmente sia le accuse sia le misure cautelari applicate a tutti gli indagati. Il Collegio del Riesame depositerà le motivazione della sua decisione di rigetto degli appelli proposti dagli indagati tra quarantacinque giorni, quindi a ridosso di ferragosto.
La settimana scorsa anche il Riesame di Siracusa (presidente, Salvatore Cavallaro; a latere, Antonio Dami e Federica Piccione) ha rigettato la richiesta dei difensori della famiglia Quercioli Dessena, del commercialista Antonio Antonuccio e del direttore dell’Igm Rifiuti Industriali, Pietro Luigi Galimberti di annullare il decreto di sequestro dei beni emesso dal Giudice delle indagini preliminari Carmen Scapellato fino al raggiungimento della somma di dieci milioni di euro. I giudici si sono riservati per il deposito delle motivazioni di cui saranno estensori i giudici Antonio Dami e Federica Piccione. Il Tribunale della Libertà ha fissato in 45 giorni il termine per il deposito delle motivazioni.
Il gruppo familiare Quercioli Dessena è indagato nell’inchiesta su rifiuti e fallimenti di società già decotte. Accogliendo la richiesta a firma congiunta del capo della Procura della Repubblica e dei sostituti procuratori Vincenzo Nitti e Salvatore Grillo, il Giudice delle indagini preliminari Carmen Scapellato ha applicato la misura cautelare degli arresti domiciliari ai fratelli Giulio e Cesare Quercioli Dessena, ai commercialisti Antonio Antonuccio e Alberto Giardina, quest’ultimo difeso dall’avvocato Francesco Favi, e al direttore dell’Igm Pietro Luigi Galimberti. Inoltre il Gip Scapellato ha applicato la misura cautelare dell’obbligo di dimora ai cugini Diego e Antonio Quercioli Dessena e le misure interdittive dalle cariche sociali occupate nella società Igm Rifiuti Industriali da Alessandro Quercioli Dessena, Caterina Quercioli Dessena, dall’avvocato Giuseppe Cassone, difeso dall’avvocato Sebastiano Troia, da Aldo Spataro difeso dall’avvocato Maria Spurio, da Iole Rivelli, difesa dall’avvocato Sebastiano Troia, da Giuseppa Oddo e dall’attuale presidente del Consiglio di disciplina dei commercialisti siracusani Giovanni Confalone, difeso dall’avvocato Antonello Davì.
I provvedimenti giudiziari chiudono ampie indagini di natura economico – finanziaria all’esito delle quali, anche con l’ausilio di attività tecnica, sono state portate alla luce fatti di bancarotta fraudolenta ad opera di diverse società riconducibili al noto gruppo imprenditoriale di carattere familiare dei Quercioli Dessena.
Le frodi hanno anche portato al fallimento di 3 società. Le investigazioni, anche sulla scorta di precedenti operazioni, sono partite principalmente dall’esame della contabilità di alcune imprese del gruppo che versavano in una situazione di sostanziale dissesto. Dall’attività emergevano criticità e alert che portavano i militari all’esecuzione di ulteriori approfondimenti su aziende che erano subentrate negli appalti dopo che la società aggiudicataria, improvvisamente, veniva pilotata verso uno stato di decozione. Si scopriva così che tutte le entità costituivano un vero e proprio sistema di “scatole vuote” che, in modo programmato, ha “assorbito”, non onorandolo, il carico fiscale e contributivo dell’attività nel suo complesso; tutto questo grazie alla compiacenza di persone con precisi ruoli e di uno staff tecnico, formato da commercialisti, nonché da “prestanomi”, tra cui un avvocato, regolarmente stipendiati dal gruppo.
In sintesi, le frodi si consumavano nel seguente modo: le società che svolgevano l’attività di gestione dei rifiuti mantenevano, nel corso del tempo, una stessa denominazione comune, al fine di far apparire che il servizio venisse svolto da un’unica impresa. In realtà, quando l’esposizione debitoria di una delle entità diventava insostenibile, l’azienda produttiva era trasferita (mediante contratti di affitto, cessione di azienda o scissione) ad altra società del gruppo, sino a quel momento rimasta inattiva, che proseguiva nelle attività. Le società “svuotate”, oberate di debiti e private degli asset produttivi, erano quindi avviate, con la compiacenza di meri prestanomi, alla inesorabile liquidazione e/o cancellazione, con insolvenza dei debiti erariali.
Il gruppo imprenditoriale è riuscito così a perseguire costantemente un unico disegno criminoso: gestire l’azienda di famiglia senza onorare i pregressi debiti con lo Stato (circa 130 milioni di euro), lucrando grandi profitti dagli appalti con le pubbliche amministrazioni per sottrarre, nel contempo, risorse indispensabili all’integrità contabile e patrimoniale delle varie società.
Rigorosa la prova fornita sull’esistenza del “sistema”, obbediente a un’unica volontà: oltre alle intercettazioni telefoniche e ambientali, nel corso delle attività sono state eseguite escussioni di informazioni, interrogatori, riscontri attraverso banche dati, perquisizioni domiciliari, locali e informatiche, acquisizioni documentali anche nei confronti di alcuni professionisti, oggi chiamati a rispondere per le proprie responsabilità. La mole degli elementi raccolti e acquisiti agli atti ha reso evidente che i componenti della famiglia gestivano direttamente personale, appalti e rapporti con le banche dell’intera rete societaria, della quale conoscevano dettagliatamente la situazione finanziaria ed economico-patrimoniale.
In tale contesto investigativo, peraltro, il gruppo familiare compariva in ruoli formali laddove le società erano in bonis, deliberando compensi che venivano elargiti dalle bad company al fine di riversare su quest’ultime gli oneri fiscali e contributivi in modo da aumentarne l’esposizione debitoria. Le attività hanno inoltre dimostrato che il drenaggio di risorse è avvenuto sfruttando il paravento giuridico offerto dall’intestazione fittizia delle imprese decotte a soggetti che non avevano alcun potere decisionale o strategico, i quali si limitavano ad eseguire ordini firmando “carte a richiesta”. Significativa e determinante, sotto questo particolare aspetto, l’opera dei professionisti relativamente agli aggiustamenti contabili e agli istituti giuridici tesi a svuotare le imprese decotte in frode ai propri creditori.
Nel corso delle indagini veniva anche individuata una società priva di dipendenti, finanziata con il denaro delle imprese del gruppo confluito nella realizzazione di una pregevole villa a uso esclusivo dell’esponente di spicco della famiglia, nonché “regista” dell’associazione. Grazie al meccanismo di compensazione dei crediti I.V.A. della società, per l’immobile non sono stati mai versati i tributi, quali l’I.M.U. e, tra i costi di esercizio, risultavano anche annotati acquisti di champagne e altri beni di consumo personale.
L’attività, condotta dalla Fiamme Gialle in via trasversale con i poteri di polizia tributaria e poi, sotto l’egida della Procura, con quelli di polizia giudiziaria, conferma la perniciosità della criminalità economico – finanziaria, in grado di alterare, per il soddisfacimento di interessi personali, le regole del sistema produttivo.

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